Addio a Sergio Flamigni, cento anni di puro splendore. Una vita partigiana, la sua, spesa interamente dalla parte della verità, nel tentativo di far luce sui misteri d’Italia che tanto misteriosi, a pensarci bene, non sono. Basta, infatti, unire i puntini, mettere insieme i vari aspetti, delineare il quadro complessivo della nostra vicenda nazionale, a cominciare dai lati oscuri, dai non detti, dalle complicità e dalle collusioni di determinati poteri dello Stato, ed ecco che il contesto si compone sotto i nostri occhi. Un secolo di ricerca, dunque, passando per l’impegno istituzionale (deputato e senatore del PCI dal ’68 all’87) e la conservazione della memoria attraverso la fondazione, nel 2005, del prezioso Archivio Flamigni, che oggi ha finalmente una sede ed è diretto da una studiosa di rango come Ilaria Moroni.
Quando pensiamo a Flamigni, pertanto, la mente corre subito alla sua opera di catalogazione e divulgazione legata al caso Moro, ai documenti strazianti che il presidente della DC scrisse durante il sequestro nel covo delle BR, quello che Miguel Gotor ha definito il “memoriale della Repubblica”, e alla sua costante ricostruzione del periodo stragista, diffidando sempre delle verità ufficiali affinché potesse emergere l’effettiva natura di un processo di destabilizzazione al termine del quale nulla è stato più come prima.
Fino all’ultimo, nei suoi occhi ha brillato l’entusiasmo dell’esploratore, la passione civile di chi ha considerato l’attività politica un servizio reso alla comunità, la gioia di metterci l’anima, il desiderio di lottare contro ogni ingiustizia e, aspetto più importante di ogni altro, la mancata rassegnazione all’abisso nel quale stiamo sprofondando.
Un commosso saluto, con l’amara sensazione di essere sempre più soli.
