Giornalismo sotto attacco in Italia

Se l’Europa abdica a se stessa (con un’intervista a Donatella Di Cesare)

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Che l’Europa avesse ormai abdicato a se stessa e ai suoi valori fondativi ci era ormai chiaro da tempo. Che potesse arrivare al punto di bloccare una visita ispettiva nel nostro Paese per far luce sulle condizioni, a dire il vero tragiche, in cui versa lo Stato di diritto (attacchi alla libertà d’informazione, tagli al cinema, tentativi di rendere più difficile lo sciopero, censure e bavagli, impliciti o espliciti, ovunque e via elencando) ci dice, al contrario, che ormai del sogno di Spinelli e dei padri fondatori è rimasto poco o nulla. La destra del PPE, il fu partito di Helmut Kohl e Angela Merkel, ha deciso infatti di allearsi in pianta stabile, tramite il bavarese Weber, con l’estrema destra anti-europeista che fa furore un po’ dappertutto, a cominciare da alcuni paesi dell’Est improvvisamente assurti a modelli solo perché più che essere nemici di Putin, nella stagione del riarmo sconsiderato, sembrano aver voglia di trascinare il Vecchio Continente nel baratro della Terza guerra mondiale. Per intenderci, sono le stesse nazioni in cui ogni diritto è stato minato e di fatto abolito, con aggressioni ferocissime alla libertà d’espressione, alle minoranze e, in particolare, alle donne. Un modello deleterio che, non essendo stato adeguatamente contrastato per oltre un decennio, ha finito col contagiare anche democrazie di più antica data e tradizione, al punto che ormai bisogna preoccuparsi di cosa potrebbe accadere, a breve, in Francia e in Germania, dove neo-fascisti e neo-nazisti paiono prossimi a salire al potere. È il morbo che la professoressa Donatella Di Cesare, in un bel saggio pubblicato di recente da Einaudi, definisce “Tecnofascismo”, ossia la saldatura tra la tecnocrazia e il fascismo, tra coloro che vorrebbero abolire il controllo democratico per formazione culturale e per interessi e coloro che hanno nel DNA l’Alzamiento, come si evince da alcuni discorsi nostalgici che si sentono sempre più spesso, ad esempio, nei raduni dell’estrema destra spagnola di VOX. Del resto, volendo citare un altro autore a noi caro come il collega Paolo Berizzi, non sorprende che tra i finanziatori di CasaPound figurino anche personalità del mondo industriale. Basta dare un’occhiata a “Il delitto Matteotti”, capolavoro di Florestano Vancini, per rendersi conto che la saldatura tra potere, denaro e forme di autoritarismo di varia natura non è una novità dei giorni nostri: è un classico della crisi delle democrazie o, per meglio dire, della loro fase crepuscolare, quando la democrazia è già venuta meno ma non è stata ancora del tutto seppellita. E no, non prendeteci per folli: non ci aspettiamo nuovi pestaggi come quelli che un secolo fa costarono la vita a Gobetti e Amendola né barbarie come quelle inferte a Matteotti e ai fratelli Rosselli; sappiamo inoltre che non torneranno il confino e le carceri speciali nelle quali furono rinchiusi, fra gli altri, Gramsci e Pertini. Ogni secolo ha le sue peculiarità, ogni fascismo ha le sue caratteristiche, ogni deriva ha i suoi punti di caduta e questo è il tempo del “soft fascism”, ossia di un fascismo senza manganello e olio di ricino, in cui la dissidenza viene messa progressivamente a tacere senza che le masse se ne accorgano, puntando più che mai sulla paura, sull’autocensura e sulla costante premiazione degli amici e dei sodali a scapito dei “reprobi”. Fatte queste debite premesse, quello è il crinale lungo il quale cammina quest’Europa sempre più fragile, insulsa e irriconoscibile. Non a caso, la splendida iniziativa organizzata da Giacomo Mazzone, “Eurovisioni”, ospitata lo scorso 20 e 21 novembre a Roma, presso l’Ambasciata di Francia, pur annoverando fra i relatori personalità di primo livello ed esperte ed esperti veri della comunicazione e dell’audiovisivo, ci ha dato l’impressione di un canto del cigno: un’isola felice di idee, proposte e contributi di qualità nel deserto di una politica autoreferenziale e, per lo più, incapace di cogliere la gravità del momento e farsi promotrice di una visione alternativa. Eppure, siamo andati, abbiamo detto la nostra e continueremo a farlo perché non possiamo rinunciare ai pochi spazi di libertà e dibattito pubblico che ci sono rimasti, così come non possiamo rinunciare a rilanciare la battaglia, in ambito nazionale ed europeo, contro un degrado sempre più evidente e asfissiante, di cui l’alleanza fra destra ed estrema destra, con il contorno di coloro che considerano la politica un orpello o, peggio ancora, un disturbo da relegare in un angolo per lasciar posto alla finanza e a all’oligarchia attualmente egemone, costituisce l’elemento più inquietante.
Non ci avete messo a tacere in questi ventitré anni e non ci riuscirete in futuro. Siamo e saremo sempre qui, come pungolo e luogo di contestazione, nella speranza di riannodare i fili di un pensiero critico mai come ora sfilacciato, dalla voce flebile e purtroppo incapace di innervare una sinistra che, se non si dota di un’idea di società radicalmente alternativa a quella imposta dal neo-liberismo, non avrà un domani. E con lei, tutte e tutti coloro che di dignità, diritti ed equità sociale ne avrebbero, invece, un disperato bisogno.

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