Girato nell’arco di quattro anni, dal 2019 al 2023, il documentario del collettivo israelo-palestinese si chiude prima di quel maledetto 7 ottobre del 2023 (giorno della strage di Hamas contro inermi cittadini israeliani), che segna la fine di ogni possibile dialogo tra due popoli uniti in una convivenza impossibile. Al film verrà aggiunto, nel finale, un video, datato 13 ottobre 2023, che testimonia l’intensificarsi della distruzione di Masafer Yatta, comunità di villaggi palestinesi in Cisgiordania, protagonista della pellicola. Bastano queste due note per capire come quest’opera, premiata con l’Oscar nel 2025, sia preziosa all’umanità intera, in grado così di beneficiare di una testimonianza diretta di quanto l’esercito israeliano da tempo stava facendo, non soltanto a Gaza, di cui ben conosciamo il successivo martirio, ma anche a danno dei cittadini palestinesi in Cisgiordania, sotto illecita occupazione israeliana già dal 1967. Il film ha come unico filo rosso narrativo quello di un giovane giornalista israeliano che stringe un rapporto di amicizia con un giovane attivista palestinese.
In mezzo ci sta la cronaca visiva, arricchita anche da filmati di repertorio, che racconta delle continue vessazioni della popolazione palestinese, ridotta a vivere persino in misere capanne o ancora peggio nelle caverne del posto, ad opera delle Forze di difesa israeliane (IDF), insediatesi in quel pezzo di terra per costruirci un poligono di tiro e una zona di addestramento militare. Tra demolizioni di case e scuole, distruzioni di sistemi idrici, e di infrastrutture energetiche, violenze gratuite sulla popolazione inerme e ridotta allo stremo, la cinepresa del collettivo fa emergere una quotidianità ai limiti dell’impossibile, con sequenze struggenti che inchiodano lo spettatore ad una verità assoluta, fatta di soprusi e gesti disumani persino nei confronti di minori. Il tutto, oggi, a spiegarci il perchè di tanto odio, solo qualche anno dopo, a Gaza, dove sono rimasti sul terreno più di 70000 vittime innocenti. Ciò che rende il film ancora più forte e interessante è il modo stesso con cui è stato realizzato. E’ un film girato “controvoglia”, dove l’arte del racconto, che sempre c’è anche se si tratta di un documentario (o meglio ancora di un documento) su eventi drammatici, si esprime su qualcosa di abominevole che sembra essere ripreso forzatamente, sulla base della spinta “umana” di chi non accetta di vedersi calpestato quotidianamente.
Quasi che il dire rosselliniano della scelta morale dietro ogni inquadratura si fosse tramutato in una scelta obbligata alla registrazione, pena il soccombere, definitivamente, al male assoluto. Ne viene fuori un film “arcaico” dove l’elemento della povertà degli abitanti palestinesi è la nota “estetica” che meglio riesce a dimensionare visivamente la tragedia in atto. Il film sembra proprio un mix tra Rossellini e Pasolini, come mai si era visto prima. Il territorio occupato e dilaniato dai soldati israeliani diventa un set “obbligato”, dove i “protagonisti” reali di questa infernale “messinscena”, i dannati di questa terra piena di Dio e della sua assenza, si muovono come condannati dentro un “copione” già scritto dalla Storia, e davanti al quale si resta inermi spettatori in attesa di un liberatore che mai arriverà. E’ cinema che cancella la propria narrazione diventando informe appello alla giustizia, grido per immagini che si disperde nel vuoto di Palestina e giunge fino a noi spettatori di ogni parte del mondo, che, con il nostro essere perennemente fuori campo, siamo l’avvenimento più scandaloso di questo “scandaloso” film, per dirla con il grande poeta friulano. E se ne “La voce di Hind Rajab” a rimanere fuori erano le immagini, in questa opera tutto si ribalta, con le immagini che sopperiscono alla voce spezzata in gola a chi si ribella. Insomma, anche un film può essere un miracolo, soprattutto quando arriva al momento giusto.
