Sopravvivere non è vivere. Il disegno di legge sulla violenza sessuale si blocca in Senato e qualcuno gioisce per chi è ancora vivo
Sta volgendo al termine questa giornata. Gli slogan sono stati pronunciati. Qualcuno pubblicamente si è dichiarato contro la violenza sulle donne. Qualcuno ha suggerito di gioire perché siamo ancora vive, qualcuno ha pubblicato un post ad hoc lavacoscienza, mentre quel magnifico momento di sintonia bipartisan sulla questione del consenso proprio oggi è naufragato di fronte alla richiesta di Lega e Fratelli d’Italia di un maggiore approfondimento sulla norma, spingendo le opposizioni ad abbandonare la commissione Giustizia del Senato che aveva avviato l’esame del disegno di legge sulla violenza sessuale…
Mentre c’è chi discute, chi si dichiara sempre dalla parte delle donne, almeno sul palco, quello che arriva dai ragazzi e dalle ragazze a scuola è qualcosa di più complesso. Frutto dei discorsi che sentono a casa, di una paura e una sfiducia nell’altro che – forse inevitabilmente – serpeggia tra e nuove (e vecchie) generazioni, frutto delle notizie che irrompono nelle case e sui telefonini, frutto dei social, di un linguaggio violento che rispecchia modalità diffuse. Frutto di un senso generale di impotenza di fronte ad un tema enorme che sembra sovrastarci. Tanto che l’essere ancora vive sembra un successo delle campagne e battaglie messe in atto.
Ma vivere sperando di non morire è sopravvivere. Non è vita piena. È vita velata dalla paura dell’altro, dell’incontro, dello scambio, della condivisione. È mancanza di fiducia nella vita stessa.
Questa mattina ero a scuola, come mi capita spesso, proprio a parlare di diritti, di parità, ma anche di libertà di scelta, di violenza economica, di consapevolezza di sé, di indipendenza. E ancora una volta è emersa tra i giovanissimi la fatica nell’incontrare l’altro: da una parte la paura dell’uomo di queste nuove donne così emancipate e lontane da uno stereotipo rassicurante (per qualcuno) e dall’altra la paura costante provata dalle donne. Spaventate dall’altro, dalle uscite di casa non in compagnia. Spaventate dalle strade al buio. Spaventate dal rimanere da sole in attesa che qualcuno le vada a prendere. Spaventate a tal punto da pensare che sia normale uscire con lo spray al peperoncino e indossare un jeans (invece di una gonna) anche per evitare lo stigma e quella frase “se vai vestita così te la stai cercando”.
Anche questa non è vita piena. Anche questo significa sopravvivere, vivendo con il costante retro-pensiero che possa accadere qualcosa. È un po’ come vivere con la cintura di sicurezza: ma se la cintura in macchina ci protegge dall’imponderabile, da chi non rispetta le regole, da una possibile distrazione, nella vita non è giusto che qualcuno viva così, ancorato ad una sedia sicura a causa di possibili incontri. Sempre ammesso che il peperoncino e i jeans siano sufficienti: mi preme ricordare che anni fa un uomo fu assolto dall’accusa di aver violentato una donna perché la stessa indossava i jeans!
Ma la domanda è: si può vivere così? Cosa possiamo fare prima che il peperoncino sia necessario? Che responsabilità ha ognuno di noi nel cambiamento?
Sono proprio queste le domande che pongono le ragazze e i ragazzi.
Domande che cercano negli interlocutori più grandi delle risposte, delle soluzioni a quella paura: li vedo i loro occhi, come a volte mi capita di intercettare nei ragazzi una fatica nel comprendere, una stanchezza nell’essere temuti.
È un tema enorme quello della violenza sulle donne che ci riguarda tutti (una donna su tre dichiara di aver subito violenza nel corso della vita). E la stanchezza di alcuni ragazzi nell’essere sempre identificati come possibili mostri, la gentilezza di altri, la cura di molti verso le compagne dovrebbe prendere il sopravvento, come un’onda d’amore capace di cancellare il resto.
Il 25 novembre non riguarda solo le donne.
Riguarda i maschi perché il benessere di qualsiasi categoria umana determina il benessere di tutti e dovrebbe essere anche loro interesse fare in modo che la vita su questa terra sia serena per quelle che sono loro compagne di viaggio.
Riguarda i maschi come essere umani perché ciò che emerge dai fatti di cronaca è una incapacità ad accettare i no, è una incapacità nel vedere l’altro come persona e la convinzione che l’amore sia possesso e controllo, come ci confermano recenti articoli di giornali che ci hanno raccontato di ragazze che hanno rinunciato alla gita scolastica perché il fidanzato non avrebbe potuto monitorarle h24.
Riguarda le femmine, la conoscenza di sé, il credere in se stesse, le loro fragilità e forze; riguarda l’idea che hanno di parità, il chi vogliono essere. Riguarda il concetto di identità. Quante volte a scuola mi sono sentita dire: “Sono felice solo con il mio fidanzato, perché senza di lui non esisto”. Oppure ragazzine di 14 anni parlarmi in lacrime delle richieste ricevute dal loro “innamorato” e della loro incapacità di dire no per pura di essere considerate delle ragazzine, per paura di ricatti anche fotografici. Riguarda le femmine e il posto che vogliono occupare nel mondo, ma anche la gentilezza e che cosa significhi per loro l’espressione “senza distinzione di sesso”.
E poi riguarda le famiglie, la loro incapacità di gestire la frustrazione del fallimento e la necessità di dire sempre sì per non perdere quel rapporto di amicizia creato con i figli che vivono protetti, in un limbo che li rende fragili e incapaci, a loro volta, di gestire la frustrazione del no. E al primo no reagiscono con violenza.
E la scuola che potrebbe essere un luogo ideale in cui educare all’affettività: in cui trovare confronto, dialogo, ascolto, accoglienza, crescita.
E poi ci riguarda tutti, come società: ci riguarda ogni volta che scegliamo le parole da usare, i toni, le frasi che pronunciamo rivolte alle amiche e agli amici, ma anche alle sconosciute e agli sconosciuti. O al bar quando i freni inibitori vengono lasciati andare.
Riguarda la televisione, i toni spesso alti, la superficialità di alcune affermazioni che vengono legittimate perché pronunciate da qualcuno che ha un ruolo riconosciuto.
Riguarda la coerenza che ognuno di noi dovrebbe avere tra ciò che dichiara sul palco e ciò che agisce nella vita di tutti i giorni.
Riguarda la responsabilità, l’essere cittadini, il denunciare, il non girarsi dall’altra parte. Riguarda il coraggio che significa avere cuore. Riguarda lo scegliere da che parte stare. Ogni giorno.
Diceva Teresa Mattei, Madre costituente, vittima di violenza sessuale durante la Resistenza: “Noi non vogliamo che le nostre donne si mascolinizzino, non vogliamo che le donne aspirino ad una assurda identità con l’uomo, vogliamo che essere abbiano semplicemente la possibilità di espandere le proprie forze, tutte le loro energie, tutta la loro volontà di bene (…). E’ nostro convincimento che nessuno sviluppo democratico, nessun progresso sostanziale si produca nella vita di un popolo se esso non sia accompagnato da una piena emancipazione femminile”.
