Si è svolta tranquillamente la marcia su Ravenna del “Comitato per la Remigrazione”, in un quieto sabato d’autunno.
Fugate le preoccupazioni della vigilia per l’ordine pubblico, i pallidi epigoni di Balbo, poco più di cent’anni dopo, sono sfilati mischiando vecchi e nuovi slogan, tra indifferenza generale, prove di arditezza e rinnovate “garanzie di sicurezza” volte ad allontanare stranieri, immigrati, bisognosi, potenziali delinquenti e magari miseri aspiranti badanti, muratori, operai, contadini, camerieri.
Nella silente piccola “urbe rossa” il tempo è allora scivolato via, facendo quasi scordare che questi luoghi furono sede della capitale di un impero, e case ospitali accolsero viandanti, pellegrini, profughi, esuli e proscritti: da Dante a Byron, fino a Garibaldi e Anita. Città Medaglia d’oro al Valor Militare per la Resistenza.
Poco lungi si è giocato a calcio, un liceo ha svolto il suo “open day”, convegni si sono regolarmente tenuti nei Teatri, o nella prestigiosa “Biblioteca Classense”.
E i valori di libertà e di uguaglianza, di giustizia e di lealtà, si sono così un poco mescolati con quelli della pulizia etnica e delle deportazioni, funzionali al nuovo Ordine. Nessun fuoco, invero, ha minacciato le nostre millecento; nessun sussulto, se non qualche blando timore preventivo sullo scorrere di paludate abitudini che non ci mostrano più ormai neppure il riflesso della sfibrata democrazia e del senso della Repubblica nel posto che fu il più repubblicano d’Italia, si pensi al referendum del 1946, e il più europeo d’Europa, a partire dalle elezioni di fine anni Settanta del secolo scorso.
Tutto assimilato e inibito: le paure, artatamente coltivate per decenni e poi sapientemente insinuate tra solitudini abissali, trovano alimento negli echi di guerre e nelle logiche avide ed egoistiche di perfidi algoritmi, fra social e IA disseminati per contribuire a rinvigorire consumismi compulsivi che Pier Paolo Pasolini (ricordato bene da Veltroni anch’egli, in un teatro, proprio la mattina di questa giornata fatidica e surreale) aveva con veggenza denunciato come turpe e malata perversione epocale.
Ecco, nessun grido profondo ha squarciato il silenzio in questo distratto novembre ravennate del 2025. Il rosso e il nero; fascismo, antifascismo, afascismo mescolati con le prime luci natalizie nell’accecante indefinito grigiore della nuova omologazione globale che trascina con sé memorie, ricordi, passioni e ideali lasciati placidamente inghiottire da un nuovo Moloch che molti considerano come àncora di sicurezza, anziché mostro da temere e aborrire perché non solo non ci fa più riconoscere il prossimo, ma neppure noi stessi.
