Prima di iniziare quest’articolo, mi sono riletto qualche pagina del bel saggio di Tomaso Montanari (rettore dell’Università per Stranieri di Siena) intitolato “Libera università”. Il saggio di Montanari comincia così: “Questo non è un momento qualunque. L’Italia è la prima democrazia occidentale a essere governata, di nuovo, da un partito di matrice fascista: e ciò che si vede accadere dovrebbe destare le preoccupazioni di tutta la comunità internazionale”. Basti pensare, per stare alle vicende degli ultimi giorni, alle proposte avanzate proprio in riferimento al mondo accademico: dall’obbligo di inserire un esponente nominato dal Ministero dell’Università e due indicati dagli enti locali nel Consiglio di Amministrazione di ciascun ateneo alla pretesa di porre l’ANVUR (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), di fatto, sotto l’egida dell’esecutivo (presidente nominato dal ministro o dalla ministra dell’Università, istituzione della figura del direttore generale e abbassamento del numero dei membri del Consiglio direttivo da sette a quattro); senza contare la crescente insofferenza nei confronti delle manifestazioni di dissenso, a cominciare da quelle in favore del popolo palestinese e contro i discutibili accordi con le università israeliane e dalla fortissima denuncia di studenti e studentesse nei confronti della ricerca posta al servizio del riarmo, dell’industria militare travestita da innovazione tecnologica e dei deliranti piani bellicisti di von der Leyen e soci.
Spiace dirlo, ma c’è poco da sorprendersi. La deriva orbániana cui stiamo assistendo nel nostro Paese è dovuta un po’ all’indole dell’attuale classe dirigente e un po’ al trumpismo dilagante a ogni latitudine. Del resto, se Trump ha dichiarato guerra agli atenei americani, rei di continuare a coltivare il pensiero critico e di consentire di esprimersi anche a coloro che chiamano col proprio nome il genocidio in corso a Gaza, gli osservatori più malevoli hanno come l’impressione che dalle parti del nostro governo qualcuno si sia chiesto: chi siamo noi per discostarci da un simile esempio?
Secondo l’analisi dei suddetti osservatori, infatti, è evidente che tutto si tenga: il tentativo di assoggettare l’accademia al potere politico, le querele a pioggia ai danni dei giornalisti, la solidarietà pelosa offerta a Ranucci, vittima di un attentato davanti a casa sua, dagli stessi che lo hanno denigrato fino a ieri e l’occupazione della RAI, affinché la narrazione mediatica non si discosti in nulla e per nulla da quella ufficiale. E allora, anche noi lo diciamo con chiarezza: se davvero questa destra vuole manifestare una solidarietà effettiva e non di facciata al conduttore di Report e alla sua redazione, ritiri tutte le querele che ha sporto nei loro confronti e sblocchi la Commissione di Vigilanza RAI, tenuta in scacco da quasi un anno solo perché le forze di opposizione si rifiutano di votare la presidente gradita alla maggioranza. Inoltre, ritiri le norme sull’università che, se dovessero andare in porto, configurerebbero una democrazia a metà, mettendo a rischio l’indipendenza del mondo accademico, ossia uno dei capisaldi della Costituzione (art. 33). Quanto a certi commentatori, che si stracciano le vesti per i presunti eccessi della segretaria del PD, rea di aver detto al congresso dei socialisti europei ad Amsterdam che con l’estrema destra al potere è a rischio la democrazia, almeno per come l’abbiamo conosciuta in Occidente negli ultimi ottant’anni, sarebbe ora che si vergognassero: va bene tutto, difatti, ma anche il cerchiobottismo deve avere un limite.
In conclusione, lasciatemi dire che non ho mai avuto tanta paura di veder svanire tutti i valori che davo ormai per acquisiti, evidentemente sbagliando. Non sarà, tuttavia, la paura a fermarmi; anzi, sarà un motivo in più per manifestare e battermi per costruire una coalizione progressista in grado di mandare a casa questa destra, con l’impegno che mi accomuna a tutte e tutti coloro che, ispirandosi a Gramsci, odiano gli indifferenti.
