Inquieta e riconforta allo stesso tempo la commemorazione video-grafica di Luce D’Eramo allestita dal figlio Marco all’Accademia delle Belle Arti di via Ripetta, a Roma, per celebrare il centenario della nascita (ottobre 1924). Didascalica e scandita da parole in caratteri cubitali di stampa (i titoli dei suoi romanzi) o nella minuscola e rapida calligrafia della corrispondenza privata (con amici ed editori, ce n’è anche una a Berlusconi/Mondadori), ne scolpisce il temperamento personale, il ripudio d’ogni ghirigoro dei sentimenti e letterario. La scelta della nettezza senza punto esclamativo, come strumento fondamentale nella ricerca della sincerità intellettuale in quanto cauzione dell’autenticità della creazione artistica. Specchio dell’intera sua drammaticissima esistenza, la più intima, quella dell’animo; e l’altra, la caleidoscopica invenzione narrativa scaturita da una mente fervidamente febbrile, che ha conquistato l’attenzione di molte centinaia di migliaia di lettori in tutto il mondo. Libera d’ogni asservimento nichilista, bensì tutta votata alla verifica dei propri stessi convincimenti alla verità dei fatti. Dunque al dovere di metterli alla prova della realtà, per trarne anche le più brucianti conseguenze.
L’esplosione si produce fin dalla prima opera, Deviazione, che compendia le ragioni dello sguardo di Luce D’Eramo sul mondo e ne sancisce subito la fama internazionale. L’autrice manda avanti un alter ego, Lucia, ma la storia -rigorosamente autentica- è del tutto autobiografica. Giovanissima figlia d’una importante famiglia borghese di fede mussoliniana (padre e madre sono esponenti del governo fantoccio di Salò, imposto da Hitler a Mussolini dopo la sconfitta nel Gran Consiglio del 25 luglio 1943), si rifiuta di credere alle voci sempre più insistenti sullo sterminio degli ebrei e di innumerevoli antifascisti nei campi di concentramento organizzati dal nazismo in Germania e nell’Europa occupata. Il dubbio, però, la tormenta: deve vedere con i propri occhi. Fugge di casa e si arruola volontaria per andare nei campi di lavoro, dove conosce l’orrore delle persecuzioni e coraggiosamente vi si oppone. Non solo diventandone a sua volta vittima, ma finendo paralizzata sotto le macerie di una casa nel tentativo di salvarne gli abitanti tedeschi nel mezzo d’un bombardamento aereo. Riesce tuttavia a respingere ogni compiacimento misticheggiante, qualsiasi esaltazione.
L’ho incontrata per la prima volta divenendone subito amico (al di là dell’ammirazione), negli anni Ottanta del secolo scorso, accompagnando nella sua abitazione di piazza Bologna una carissima amica russa, Cecilija Kin, scrittrice e critica letteraria, una sorella spirituale, venuta da Mosca a Roma per conoscerla. Il suo aspetto minuto, il volto raffinato dai tratti vagamente orientali (era nata in Bielorussia da famiglia ebraica), contrastava il vigore espressivo di Luce, il bagliore dello sguardo vivido che spazzava via l’immobilità delle gambe costrette sulla carrozzina. Nondimeno, la conoscenza delle rispettive tragedie e la comune vocazione intellettuale le aveva aperte d’immediato a una confidenza predestinata. Il marito di Cecilija, il noto scrittore e giornalista Viktor Surovkin, scomparso nelle purghe staliniane e lei stessa rinchiusa in un lager in quanto moglie di un “nemico del popolo”, mentre il loro figlio diciassettenne Lev, volontario dell’Armata Rossa, cadeva combattendo contro i tedeschi hitleriani nella controffensiva seguita alla liberazione di Stalingrado. Ma l’incontaminato candore di queste due donne non cede a nessun trionfalismo del dolore. Dopo Puskin e Cvetaeva citano insieme Alda Merini:”Sono sempre rimasta fedele alla mia meraviglia. Meraviglia di un peccato impunito, della grazia inattesa…”.
