Giornalismo sotto attacco in Italia

Sinner vince a Wibledon e dichiara: ho imparato dai miei errori. Saprà fare altrettanto l’Unione Europea?

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L’Europa per secoli ha seminato orrore in giro per il Mondo, ma dopo l’olocausto della Seconda Guerra Mondiale, riparata dall’ombrello militare americano, ha dato vita alla più grande eccezione politica della storia dell’umanità: la costruzione dell’Unione Europea attraverso un processo nonviolento di devoluzione di sovranità e di condivisione delle risorse economiche fondamentali.

“MAI PIU’!” Sono state le parole d’ordine che hanno guidato l’Europa verso il suo migliore futuro, legandola al suo passato più rivoluzionario e visionario: “gli uomini nascono tutti liberi ed uguali”.

La forza del diritto a servizio della dignità umana, contro il presunto diritto della forza. Una società che “ripudia la guerra” e promuove la cooperazione economica e la mediazione dei conflitti.

Quella spinta, sempre ostacolata e contradetta da forze per nulla convinte che fosse un bene organizzare la convivenza in questa maniera (e l’Italia è stata uno dei campi di battaglia più sanguinari, lo sappiamo) ha paradossalmente cominciato ad invertire la direzione proprio dopo il 1989, dopo la “caduta del Muro”, quando “l’over democracy” in funzione anti-comunista non servì più. Pradossalmente perché l’Unione Europea proprio nel decennio che porterà alla fine del millennio ha prodotto i suoi frutti più maturi, da semi però piantati in una fase molto diversa e terminata.

L’ONU stessa cominciò a morire pochi anni dopo, a Mogadisco, a Srebrenica, in Ruanda, nella prima metà degli anni ’90, sancendo la fine di un Mondo regolato (tendenzialmente!) dal diritto. Il genocidio del popolo palestinese e le sanzioni imposte dagli USA alla relatrice Francesca Albanese, sono soltanto i tragici titoli di coda, cui si aggiunge il silenzio complice sulla morte di Mario Paciolla e l’imbarazzante gestione italiana del miliziano libico, Almasri (mentre scrivo il Ministro della Giustizia italiano non si è ancora dimesso, ma confidiamo).

Papa Francesco fu lapidario nel definire la situazione quando avvertì che quelli che stiamo vivendo sono fatti che segnano un “cambiamento d’epoca” e non “un’epoca di cambiamenti”.

Il cambiamento d’epoca sta scolpito in quel “FUCK the EU!” gridato al telefono da Victoria Nuland, allora vertice dell’amministrazione americana per i rapporti con l’Europa mentre stava al telefono con l’ambasciatore americano in Ucraina, era il 2014 e niente sembrava impossibile.

Il “cambiamento d’epoca” sta nella saldatura internazionale delle forze illiberali che trovano oggi un punto di sintesi nell’abbattimento della società dei diritti umani, della libertà individuale, dell’uguaglianza di fronte alla legge e che di conseguenza rintracciano un nemico comune nell’UE che resta, dopo tutto e con tutti i limiti, l’eresia da bruciare sul rogo.

I nazionalisti domestici poi, servi sciocchi di questo modo “mafioso” di esercitare il potere (cit. ex Ministro degli esteri brasiliano, Aloysio Nunes), per uno scampolo di visibilità hanno alimentato e sostengono questo disegno devastante. Le parole del senatore leghista Claudio Borghi che invita l’Italia a trattare da sola con Trump sui dazi non potrebbero essere più illuminanti.

Per reagire a tutto questo non basta contrapporre, come giustamente è stato fatto, il progetto (antico!) di difesa comune europea al riarmo dei singoli Paesi, bisogna avere il coraggio di proporre un cambio di paradigma all’interno dell’UE: è il tempo della Repubblica federale europea.

Ci vuole coraggio perché è evidente quanto poco consenso oggi ci sia attorno a questa proposta: la propaganda nazionalista, ben foraggiata, e certe colpevoli ambiguità delle forze liberali e progressiste hanno scavato un solco profondo tra l’opinione pubblica e l’integrazione federale europea. Eppure non c’è altro modo: soltanto un progetto radicale di cambiamento potrà mobilitare le forze migliori, che altrimenti rischiano di restare a guardare, lasciando il campo libero ai nazionalisti e quindi alla guerra.

Che il tempo sia quasi scaduto lo dimostra anche la distanza tra le parole che il presidente Macron nel Marzo del 2019 scriveva ai vertici europei invocando la Convenzione sul futuro dell’Europa in una prospettiva di maggiore, auspicata, integrazione e quelle pronunciate ieri in vista dell’anniversario del 14 Luglio, davanti alle forze armate francesi, con le quali ha più prudentemente annunciato l’immediato raddoppio delle spese militari francesi. Oggi è l’Europa ad avere bisogno di un suo “14 Luglio”!


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