Con Goffredo Fofi, scomparso oggi all’età di ottantotto anni, se ne va forse l’ultimo intellettuale vero del nostro Paese. Dove per intellettuale vero intendiamo una personalità poliedrica, coraggiosa e sempre pronta a opporsi al potere, in particolare a un certo potere corrotto e disumano, oltre a remare, a costo della solitudine, in direzione ostinata e contraria.
I “Quaderni piacentini”, “Gli asini”, “Linea d’ombra”: sono solo alcune delle realtà editoriali cui ha dato vita, nel corso di un’esistenza in cui non si è mai risparmiato, mai tirato indietro e mai omologato alle mode del momento. Del resto, non si è pasoliniani per caso, e lui lo era. Nell’animo, nel modo di intendere la cultura, nelle idee, nei propositi, nell’irriverenza, nella contrarietà verso ogni forma di conformismo e, più che mai, nella rivendicazione di una certa purezza d’animo, che non era ingenuità. Non gli piacevano, invece, gli intellettuali di corte, i compromessi di ogni ordine e grado, le parole vuote, gli slogan, le frasi fatte e le ipocrisie. Non amava neanche i voltagabbana, lui che è sempre rimasto fedele agli ideali della gioventù.
Nel ’72, collaborò con Marco Bellocchio, scrivendo la sceneggiatura di “Sbatti il mostro in prima pagina”: un film iconico di una stagione nella quale la sinistra era non solo in grado di esercitare una certa egemonia culturale ma anche di contrastare la deriva anti-democratica in atto a causa di quella che sarebbe stata poi definitita “Strategia della tensione”, fra bombe, attentati e la rivelazione, nel 1981, degli elenchi della P2.
Senza dimenticare il pacifismo, l’altro aspetto essenziale della personalità di Fofi, il quale negli anni Cinquanta si era persino recato in Sicilia pur di sostenere attivamente le battaglie di Danilo Dolci.
Personalmente, ho avuto modo di conoscerlo nel 2010, quando l’editore Donzelli decise di ripubblicare due romanzi di Francesco Jovine, marito di Dina Bertoni nonché premio Viareggio nel 1950 con “Le terre del sacramento”. Fofi era innamorato di Jovine, cantore del Molise degli ultimi e degli oppressi, dei disperati, dei poveri e degli esclusi. Anche per questo volle curare la prefazione di “Signora Ava” e quando lo presentammo, alla Fiera della piccola e media editoria di Roma, dopo avergli rivelato di essere uno dei nipoti di Jovine, mi abbracciò come se ci conoscessimo da sempre.
Lo saluto con stima, affetto e gratitudine ma anche con la nostalgia e il rimpianto per l’ennesimo addio che brucia, in questa fase storica senza maestri, punti di riferimento, ideali, valori e, soprattutto, senza personalità di quel livello disposte a portare la croce dei dannati per offrire loro un’opportunità di riscatto.
Un commosso addio.
