Quando la politica argentina si fa show e Milei infuencer

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Questo 24 di marzo, 48 anni dopo quello del golpe del generale Jorge Videla e dei sette di  dittatura della giunta militare più sanguinosa della storia argentina, segna la fine del lungo periodo di recupero di democrazia parlamentare avviato dal governo legittimo del presidente radical-socialista Raul Alfonsin, nel 1983. Come ogni anno in tutto il paese sono scese in piazza per celebrarlo molte centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, convocate dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani e dai partiti che si oppongono all’attuale politica iper-liberista di Javier Milei. Per la prima volta la televisione nazionale non ha trasmesso la multitudinaria e tranquilla manifestazione nella plaza de Mayo, a Buenos Aires; il governo ha inoltre diffuso un video con cui rilancia -dopo 30 anni- la teoria dei “due demoni”, per sostenere che la repressione illegale fu la risposta alla guerriglia armata, negando infine che i desaparecidos siano stati 30mila.

I contrasti tra governo e opposizione sono politici e di valori, c’è una frattura culturale; che si ripete nelle contraddizioni interne a entrambi gli schieramenti. Tuttavia la stessa folla dei manifestanti non appariva dominata da nessuna nostalgia. L’urgenza di ammodernare il sistema produttivo, di innovare il rapporto tra politica e cittadini è sentita più o meno da tutti. Lo scontro si accende al momento in cui vengono negati diritti acquisiti e ripartiti i costi sociali delle trasformazioni pur indispensabili. Basti dire che il parziale risanamento finanziario ottenuto da Milei nei suoi primi cento giorni alla Casa Rosada, viene per oltre la metà dal taglio del potere d’acquisto di pensioni, salari e sussidi. “Il presidente fa il suo gioco”, avverte Ricardo Kirschbaum, il direttore del Clarin, il più diffuso quotidiano argentino, punta di lancia d’un influente gruppo economico. Grida, minaccia, blandisce, insulta, restando in permanente campagna sui social-media; ma intanto guadagna tempo, mentre negozia senza sosta per trovare una qualche maggioranza al Congresso.

Vuole ripresentare più o meno le stesse centinaia e centinaia di modifiche di legge che gli sono già state bocciate con il super-decreto e la ley-omnibus. Ritiene di non poterne fare a meno per continuare a ridurre i redditi fissi, licenziare dipendenti pubblici, cancellare deficit di bilancio e ottenere un qualche equilibrio finanziario anche soltanto formale e provvisorio. L’ essenziale è che gli permetta di ottenere un nuovo prestito dal Fondo Monetario. Oltre alle irrinunciabili deleghe ad personam per privatizzare le imprese di stato senza vincoli e controlli del Congresso. Vede come un intralcio qualsiasi richiamo alle regole. Mal sopporta le forme istituzionali e perfino quelle della più elementare buona educazione. Quei pesanti e spesso triviali improperi distribuiti a chiunque lo contrasti, che in Italia circolano esclusivamente in forma di “fuori onda” (pensieri nascosti trapelati per accidente), nel caso del presidente argentino costituiscono invece una vera e propria strategia comunicativa, suggerita da un istinto istrionico, però funzionale ai suoi interessi e gestita da specialisti dei social-media.

C’è un’iconografia costruita dai suoi assistenti  tra l’altro ne presenta l’immagine accanto a quella di Napoleone Bonaparte, del quale lui assume le pose. Suscitando qualche sghignazzo anche tra gli alleati. Nè manca chi -per tutta risposta- assume la sua stessa incontinenza di linguaggio e sui social lo chiama “prosciuttino”. E’ niente meno che la sua vice, Victoria  Villarruel, figlia e nipote di generali dell’esercito, subito richiamata al rispetto della massima figura dello stato, dalla claque di Milei. Ma forte del suo ruolo, lei non se ne da’ per intesa e anzi lascia intendere di non escludere l’avvento di circostanze che potrebbero condurla a doverlo sostituire. Sempre via web. Eventualità che non è la sola a considerare, l’ex presidente Mauricio Macri l’ha preceduta da tempo. Ciò che spiega l’alternarsi di abbracci fraterni e polemiche anche pesanti tra i due. Milei ne è consapevole e a sua volta si difende mantenendo a distanza i rivali, fino al punto di cacciare i collaboratori che non lo seguono tempestivamente in questa tattica ondivaga.

Tutto quanto non viene nascosto dietro le quinte, appare e si gonfia sui social per l’intervento diretto del presidente (o di chi è autorizzato a scrivere come se lo fosse). Cosi che spesso i dibattiti precipitano in rissa con accuse reciproche di amnesia anterograda e altre piacevolezze psichiatriche. Noto sociologo della politica e ammiratore critico di Milei, Pablo Seman sostiene che l’uso disinvolto delle nuove tecnologie non cambia la sostanza delle cose, o meglio delle idee, che a suo avviso il presidente mantiene chiare e ferme. Facendo riferimento al prestigioso giurista della destra riformatrice statunitense Bruce Ackerman, Seman afferma che ormai il conflitto politico investe il regime costituzionale argentino e tende a sovrastarlo. Ci sarebbe, a suo avviso, una parte notevole di opinione pubblica favorevole. L’unico rischio -ma incombente- è che Milei, così come prima di lui Christina Kirchner, Mauricio Macri, Alberto Fernande, troppo preso da se stesso finisca per ignorarla.

 


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