Un Macbeth con il sorriso di Joker. “Dogman” di Luc Besson

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Si potrebbe definire Dogman un tentativo fallito di trasferire nella contemporaneità certi canoni del romanzo popolare francese dell’Ottocento, forzandoli verso eccessi di pessimo gusto che espongono al ridicolo proprio ciò che dovrebbe indurre commozione e indignazione. Le ridondanze di Dumas e le situazioni grottesche, quando non addirittura raccapriccianti, di Hugo, nonché i tortuosi percorsi di vita dei miserabili, se caricati di ulteriori disgrazie e cuciti col filo di una compiaciuta laidezza e di frasette sentenziose da biscotto cinese, possono far implodere qualunque struttura narrativa.

Per sintetizzare, ci viene sbattuta in faccia la cruda infanzia di Doug, bambino sensibile perseguitato e torturato dal padre pazzoide che Besson mostra con gli occhi perennemente strabuzzati e infuocati d’ira malsana. Chiuso per punizione nel recinto dei cani che il padre alleva (e maltratta) per utilizzarli nei combattimenti clandestini, ne uscirà con le gambe paralizzate a seguito di un colpo di fucile sparato dall’amorevole genitore, zingaro baffuto dai capelli unticci.

Durante la lunga segregazione il ragazzo sviluppa un fortissimo rapporto d’amore con i cani, sua unica vera famiglia; legame che traccerà nella sua vita un segno indelebile.

Ricoverato in un istituto, viene folgorato sulla via di Damasco dalla passione teatrale grazie a un corso di recitazione. Scopre che il travestimento può cambiare il suo “riflesso”, aiutandolo a dimenticarsi dentro un numero infinito di identità. Il tema certo non può dirsi originale, e si depotenzia ancor più sotto i colpi di una regia che banalizza ogni immagine con movimenti schematici e risaputi della macchina da presa e di una fotografia che si serve dei colori saturi alternati alla desaturazione grigiognola per gli interni fatiscenti del “sottosuolo”, anche interiore, in cui Doug dimora.

È davvero imbarazzante guardare un film che non riesce a trovare una direzione, un equilibrio stilistico, finendo per ricadere su se stesso, insaccato dentro una pletora di generi narrativi contrapposti impossibili da amalgamare. Si passa dalla storia di formazione alla pellicola disneyana, dal melodramma al pulp tarantinesco, con fratture di senso imperdonabili.

Desta sconcerto anche la prova d’attore di Caleb Landry Jones, perso dentro la propria fatua retorica, intento a prolungare inutilmente ogni pausa fino al limite estremo nella convinzione di accrescerne così l’intensità; inguardabile mentre canta La foule di Edith Piaf in un teatro di drag queen, gesticolando goffamente, fino ad assumere le sembianze parodistiche di Marion Cotillard mentre interpreta Piaf.

Infine, si potrebbe aggiungere una nota sul personaggio di Doug, così accecato dalla brama di vendetta (sorta di Macbeth stereotipato dei bassifondi con un sorriso da Joker) da non accorgersi di usare i suoi cani quali strumenti di morte o di reato, esattamente come molti anni prima faceva il padre.

Titolo OriginaleDOGMAN (2023)

Regia: Luc Besson

Interpreti: Caleb Landry Jones, Jojo T. Gibbs, Christopher Denham, Clemens Schick, Grace Palma

Durata: h 1.54
Nazionalità:  Francia 2023
Genere: drammatico

Distribuzione: Lucky Red

Un Macbeth con il sorriso di Joker. “Dogman” di Luc Besson


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