Giulia Caminito, Amatissime. Scrittrici italiane del Novecento

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Giulia Caminito con il suo libro “Amatissime”, Giulio Perrone Editore, 2022 ci racconta di cinque scrittrici del Novecento: Elsa Morante, Paola Masino, Natalia Ginzburg, Laudomia Bonanni, Livia De Stefani. A parte Morante e Ginzburg , sono scrittrici che pur avendo avuto un’intensa attività come giornaliste e autrici di romanzi, pur avendo avuto in vita una certa notorietà e avendo ricevuto premi e riconoscimenti non hanno accesso al canone letterario, non sono presenti nelle antologie scolastiche. Cadute nell’oblio per molto tempo, solo per il lavoro indefesso di alcune studiose in questi anni si è mantenuta la memoria e qualche casa editrice ha recentemente ripubblicato qualche loro opera. Caminito ci parla delle sue “Amatissime” con un taglio particolare, intrecciando le loro biografie con la sua storia personale ed evidenziando gli aspetti, le coincidenze, le riflessioni che hanno legato la sua vita a quella delle scrittrici.

Sono cresciuta con una grande fotografia di Elsa Morante appesa in casa, quando ero bambina e nell’immagine la vedevo intenta a passeggiare pensavo fosse una nostra parente di cui solo io non conoscevo il nome … l’ho pensata prima una zia lontanissima, poi una cantante rock e poi amica fedele: lei non si è mai spostata da lì, non mi ha mai abbandonata”. Elsa Morante era nel suo destino, tanto più che sua madre aveva scritto la tesi di laurea su Morante e le sue opere. Proprio per questo Caminito sceglie di parlare di ciò che ha preceduto le grandi opere della scrittrice e ci racconta di Elsa bambina. “Elsa Morante era una bambina di genio, che prima degli altri sapeva e prima degli altri capiva, le bambine la corteggiavano a scuola” , ma Elsa si sentiva ricercata solo per farsi passare i compiti, non si sentiva amata perciò aveva “un’anima nera di sprezzo e d’orgoglio” e si sentiva diversa, si proteggeva con la fantasia, con le sue storie, con le recite che inventava e organizzava, in cui lei dava le parti e comandava. Non ci si può fidare della realtà dei suoi scritti d’ infanzia, in cui si racconta e si inventa; del resto tutta la sua vita è “un grande arcano” e lei col suo carattere “sprezzante e a volte assoluto si è protetta, ha fatto fortezza”. Morante è stata una scrittrice precoce, il suo primissimo libro è un quaderno di scuola a righe con la storia illustrata di una bambola. Sulla copertina sono disegnate a matita due bambole, una è tenuta per mano e una è stata gettata a terra. Caminito ripensa a tutte le storie di bambole neglette, battute e buttate”, da “Il romanzo di una bambola “ della Contessa Lara a “L’amica geniale” di Elena Ferrante e ritrova il ricordo del suo rapporto di bambina con le bambole e perfino il ricordo di una bambola rubata. Bambole amate e odiate per concludere che “Essere cattive con le bambole è un modo per esserlo con le altre bambine e con noi stesse … In un gioco di specchi e di raffigurazioni le bambine sono madri premurose o violente, amiche fedeli o scellerate, compagne di giochi meschini o celestiali e gettano la propria bambola nell’oscurità quando si sono stancate dell’infanzia e del silenzio. Di quelle bocche cucite che mai dicono ciò che dovrebbero dire”.

L’album dei vestiti”, pubblicato postumo nel 2015, è il libro di Paola Masino a cui Giulia Caminito si sente più legata. E’ un memoir che l’autrice ha composto in modo un po’ disordinato negli ultimi anni della sua vita e nel quale racconta attraverso la sua originale passione per i vestiti la storia della sua vita nel mutare del gusto, delle necessità, del carattere. Attraverso questo libro Caminito racconta di essersi riconciliata con il suo particolare rapporto con i vestiti e con il suo sogno di ragazzina di diventare una stilista, abbandonato per iscriversi a Filosofia. Ma di Paola Masino ci racconta anche l’impegno dedicato precocemente alla scrittura, il fatale incontro a diciannove anni con Bontempelli con cui condivise la vita fino alla sua morte nel 1960. Masino visse al centro della vita intellettuale romana e già dal ’44 fece parte del gruppo di amici che si riunivano a casa Bellonci e che diedero vita al premio Strega. La guerra ritardò la pubblicazione di un suo libro importante sulla condizione sociale delle donne “Nascita e morte della massaia” che vide la luce nel ’45, ma, in anticipo sui tempi, non venne accolto bene. Ristampato nel ’70 da Bompiani ebbe solo allora la meritata attenzione. Questo romanzo fu l’ultimo di Masino che dal ’47 smise di pubblicare libri, ma non di scrivere; si dedicò a scritture private e a un’intensa attività di pubblicista. Una cesura nella vita della scrittrice fu la morte di Bontempelli, con cui aveva condiviso tanto, ma la relazione l’aveva penalizzata come scrittrice procurandole la nomea immeritata della giovane fidanzata aiutata dal compagno più maturo e più conosciuto. Dopo questa perdita ridusse le collaborazioni con i giornali, si ritirò a vivere con la madre e dedicò tutte le sue energie all’archivio di Bontempelli e alla pubblicazione delle sue opere.

Natalia Ginzburg è una scrittrice nota per la sua storia familiare, per il suo ruolo alla casa editrice Einaudi e per le sue numerose opere, a lei è stata dedicata in tempi recenti un’approfondita biografia da Sandra Petrignani, “La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg”. Caminito ricostruisce con grande delicatezza la vicenda della morte del marito Leone Ginzburg, dalla parte di lei, di come lei possa averla vissuta. Si sofferma sul suo interessante romanzo “E’ stato così”, che Natalia dedica al marito. Si interroga anche sulle coppie letterarie divenute celebri, come Morante e Moravia, Masino e Bontempelli, Natalia Levi e Leone Ginzburg e sulle dinamiche che si possono essere create tra questi amanti letterari; dinamiche certamente difficili da ricostruire, anche se a volte si intravvedono delle ombre che questi uomini celebri hanno in qualche modo gettato sulle loro compagne. Ciò che lega particolarmente Caminito a Ginzburg è la comune esperienza di editor , di cui la giovane autrice racconta le molte difficoltà che vive quotidianamente. Vorrebbe avere il conforto di uno scambio con l’autorità di Natalia, ma dalle sue lettere scopre che i problemi in casa editrice non erano allora molto diversi da quelli di oggi.

Giulia Caminito racconta la sua frequentazione a vent’ anni della Sala Falqui alla Biblioteca Nazionale di Roma, la sua scoperta di scrittrici sconosciute come Laudomia Bonanni e il suo impegno per farle pubblicare. Per quanto riguarda Bonanni oltre a ricostruirne la biografia si interroga su due misteri: perché smise di scrivere nel 1985 pur essendo vissuta fino al 2022 e sulla probabile genesi del suo romanzo “La rappresaglia”. Tra i due misteri c’è una correlazione. Bonanni, nata all’Aquila nel 1907, raggiunse una significativa affermazione tra gli anni ’60 e ’80.

Realizzò un’ampia produzione, vinse il premio Viareggio con “L’imputata” e il premio Campiello con “L’adultera”. Nell’ ’85 il suo editore, Bompiani, rifiutò il romanzo “La rappresaglia”, in seguito a questo rifiuto smise di scrivere e si ritirò dalla vita culturale romana, nella quale non si era mai del tutto inserita anche per il suo carattere schivo e le sue crisi ansiose e depressive. Caminito formula l’ipotesi che “L’imputata” abbia avuto una lunga genesi e che sia quello stesso romanzo, “Stridore di denti”, che Mondadori aveva rifiutato nel ‘49 e che è scomparso. La ragione di questi rifiuti sta probabilmente secondo Caminito nel fatto che il romanzo, forse oltre le intenzioni dell’autrice “ propone una lettura critica e criticabile della Resistenza”, in anticipo sui tempi.

Molto interessante è il capitolo su Livia De Stefani, forse la meno conosciuta di queste autrici, tanto che manca di lei una biografia ufficiale e la documentazione rimasta è frammentaria e ancora inesplorata, tutta conservata in sei scatoloni in possesso della famiglia. Caminito ricostruisce una sua biografia grazie soprattutto alla memoria delle nipoti Maddalena e Livia con le quali ha avuto delle lunghe conversazioni. Livia De Stefani nasce a Palermo nel 1913 da una famiglia di possidenti terrieri. Si sposa a sedici anni, probabilmente per affrancarsi dal soffocante ambiente palermitano e trasferirsi nella Capitale, dal matrimonio nascono tre figli. Nel ’55 finalmente arriva la pubblicazione del suo primo romanzo per Mondadori “La vigna delle uve nere”, ma ha già vinto un premio a Venezia per la raccolta di racconti “Gli affatturati”. Nel romanzo affronta coraggiosamente il tema dell’incesto e della mafia, per questo è considerata una delle prime tra scrittori e scrittrici ad essersi occupata di criminalità organizzata. Il romanzo le darà molte soddisfazioni, ma anche problemi. La vita letteraria di Livia si farà via via più intensa e oltre a pubblicare diversi romanzi lavorerà molti anni per la Rizzoli, per la quale per un periodo diventerà delegata presso il premio Strega. Sarà una giurata del Premio Strega e diventerà amica di Bellonci, De Cespedes, Manzini, Masino. De Stefani è una scrittrice originale, Caminito ci dice che “naviga tra i generi e si butta in scritture impervie … ma la scrittura è considerata alta e lodevole, sperimentale in alcune occasioni e lineare in altre, mai identica a se stessa”. Caminito, ripensando alle sue Amatissime e all’oblio che per lo più le ha colpite, fa delle interessanti considerazioni conclusive sui diversi modi in cui ciascuna di loro si è preoccupata o meno di lasciare la propria memoria. Si interroga sul senso che ha oggi essere scrittrici e su cosa fare rispetto alle maestre del passato “continuare a capo chino la ricerca delle radici o prendere un coltellaccio e intaccare il passato, scordarlo?”. Per quanto la riguarda afferma di trovare un senso a se stessa “nelle antenate e nelle madri di penna, perché in loro ho letto frasi, personaggi, trame a me più vicini, parole scritte che avrei voluto imparare a usare e capacità coraggiose di raccontare, dicendo tutto senza dire tutto”.


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