La fine di un’epoca, l’inizio del vuoto

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Checché ne pensi Fukuyama, che probabilmente si è pentito da tempo della sua trovata, la storia non finisce mai. Le epoche, invece, sì e con la scomparsa di Silvio Berlusconi si chiude un trentennio che ci ha sempre visto, orgogliosamente, dall’altra parte della barricata. Siamo nati anche, se non soprattutto, contro di lui, le sue politiche, il suo editto bulgaro, la sua concezione dello Stato e delle istituzioni, un certo bonapartismo nella visione del potere e di se stesso, un’interpretazione del proprio ruolo che poco si addiceva al contesto di una democrazia occidentale, le idee che incarnava e i metodi che aveva utilizzato per arrivare in vetta. La pietà umana che si deve a un uomo che non c’è più, dunque, non può certo farci dimenticare cosa ne abbiamo pensato e scritto quand’era in vita. Non saremo ipocriti. Berlusconi non ci piaceva per nulla e avvertiamo il dovere di ribadirlo. Non ci piaceva il suo conflitto d’interessi, non ci piacevano i suoi alleati, non ci piaceva la maggior parte degli esponenti del suo partito e non ci piaceva, più che mai, il fatto che, anche per colpa sua, la politica italiana sia indubbiamente peggiorata, fino a giungere al degrado attuale che in una certa misura è figlio del berlusconismo. C’è chi scrive, sbagliando, che tutto ciò che ha rappresentato sia destinato a non sopravvivergli: non è così. Il berlusconismo ha influenzato e continuerà a influenzare, ancora a lungo, la generazione che con esso si è formata e che di esso è frutto. Parliamo, in particolare, dei quaranta-cinquantenni che quasi non hanno conosciuto altro, che non hanno mai militato in un partito vero, che non hanno mai assistito a un dibattito televisivo che non fosse di plastica, un grande Circo Barnum sempre più all’insegna del conformismo, della banalità e della delegittimazione reciproca. Parliamo della generazione che aveva poco più di vent’anni nei giorni di Genova, quando in Italia, secondo Amnesty International, avvenne “la più grave violazione dei diritti umani in un Paese democratico dal dopoguerra” e nulla fu più lo stesso. Parliamo di chi ha militato in una destra che ha avuto ben poco di liberale, molto di liberista e altrettanto di eccessivo, personalistico e presidenziale senza gli adeguati contrappesi. Parliamo di chi ha militato in una sinistra che ha smesso di essere tale: senza coraggio, senza visione, senza passione politica e civile, talvolta addirittura senza dignità, a tratti pressoché indistinguibile dagli avversari e per questo votata a una sconfitta che non è solo elettorale ma anche morale, culturale e complessiva.

Silvio Berlusconi ci ha cambiato e ci cambierà ancora. Ha creato un equilibrio: o si stava con lui o si stava contro, in un bipolarismo forzato che non era un effettivo confronto fra idee diverse di Paese ma uno scontro senza esclusione di colpi fra chi beneficiava della sua presenza al potere e chi ne subiva le conseguenze. E poi ha creato un enorme squilibrio, quando è stato costretto ad abbandonare Palazzo Chigi in seguito al fallimento del suo ultimo governo, che ha rischiato di coincidere con il collasso dell’Italia, e gli sono succeduti una serie di esecutivi che, eccezion fatta per il Conte II, ce l’hanno fatto addirittura rimpiangere.

Non entriamo nel merito delle sue vicende giudiziarie: tante, significative, drammatiche, il più delle volte intrecciate con le svolte del Paese e con la sua evoluzione culturale e politica. Non spetta a noi il compito di indossare la toga e non abbiamo mai puntato il dito in maniera pregiudiziale. Non staremo qui a ricordare la sua iscrizione alla loggia massonica P2 né il ruolo centrale che ebbe Marcello Dell’Utri nella nascita di Forza Italia. Giudichiamo l’uomo politico scindendolo, anche se è difficile, dall’imprenditore brillante e dal presidente del Milan e del Monza, oggettivamente rivoluzionario e capace di conquistare una messe di trionfi.

Berlusconi ha stravolto l’Italia: dapprima con la tv commerciale, che ha modificato antropologicamente il nostro modo di pensare e di essere, e poi con la “discesa in campo”, che ha sconvolto l’assetto politico e condotto alla progressiva scomparsa di ogni struttura di partito, fino a lasciarci alle prese con una serie di contenitori senz’anima dominati dal leader di turno.

Lui, solido uomo novecentesco, molto attento al mattone e alla stabilità economica e finanziaria, ha introdotto in Italia una leggerezza che non ha nulla di calviniano, tanto da sfociare nella fatuità e spesso nell’inconsistenza.

Ora che non c’è più, pur avvertendo il dovere di storicizzarne la figura, al netto del nostro giudizio personale, sinceramente negativo, non possiamo che ragionare sul vuoto che vediamo attorno a noi. Berlusconi ha segnato un’epoca che adesso, inevitabilmente, si chiude. Ciò che verrà dopo ci fa paura, se non altro perché quasi tutti gli interpreti che la caratterizzano ci sembrano inferiori e, in qualche caso, parlando di presunti eredi, anche profondamente antipatici.


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