Superbonus 110%. 25 mila imprese a rischio fallimento

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Il Superbonus 110% venne adottato dal governo Conte 2 subito dopo il lockdown per far ripartire l’economia ed allo stesso tempo permettere la riduzione di emissioni nocive nell’ambiente. Oggi però, il mancato sblocco dei crediti, incagliatisi a seguito dei provvedimenti del passato governo Draghi, pone migliaia di imprese, professionisti e cittadini in una situazione che se non risolta a breve potrebbe innescare una bomba sociale di dimensioni catastrofiche per il nostro Paese.

Difronte agli appelli e richieste d’intervento manifestate dalle associazioni di categoria, forze politiche, imprenditori e semplici cittadini, l’attuale governo Meloni “aiutata” dal ministero dell’economia sembra non voler ascoltare alcuna ragione a concedere ulteriori proroghe temporali per le unifamiliari in scadenza al prossimo 31 marzo e, intervenire in modo risolutivo sullo sblocco dei crediti che giacciono nei cassetti fiscali di migliaia di imprese italiane.

Di fatto, lo stallo in essere sta impedendo il prosieguo e completamento dei lavori. Ponendo le imprese, suo malgrado, in una situazione di precarietà con circa 15 miliardi di euro giacenti nei propri cassetti fiscali ed allo stesso nell’incresciosa situazione a non poter ottemperare agli impegni presi con le migliaia di committenti. Quest’ultimi inermi, che insieme alle imprese, aspettano da circa un anno la soluzione del problema. Soluzione però che ancora una volta stenta ad arrivare e che, secondo le ultime indiscrezioni di palazzo, non sembra nelle intenzioni di Giorgia Meloni e del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti.

Difronte a tale scenario, il pericolo è che per le migliaia di cantieri bloccati, se non ultimati in tempo, potrebbero scaturire altrettante migliaia di cause civili, che andrebbero a paralizzare il già lento sistema giudiziario italiano, compromettendo peraltro anche le future trance del PNNR in arrivo dall’Europa. Infatti, la commissione Europea, nei criteri di elargizione dei fondi PNNR tra le altre, ha posto la condizione che l’Italia applichi riforme strutturali per migliorare e velocizzare la macchina della giustizia. Il rischio da tale mancato intervento governativo potrebbe quindi mandare in tilt i già affollati tribunali italiani con il rischio per l’Italia di perdere anche le risorse del PNRR, ottenute con non poca fatica durante il Conte 2.

Oltre il danno la beffa sarebbe da dire. Ma per esaminare l’intricata materia è necessario fare un breve, ma necessario excursus sulle modifiche del Superbonus e sul perché si sia arrivati a tale stallo.

Va innanzitutto detto che: nel corso degli ultimi due anni e mezzo, la misura è stata oggetto di numerosi interventi di modifica normativa, oltre 20 secondo gli addetti ai lavori. Nell’estate del 2021, il Governo Draghi, per facilitare la fase progettuale e autorizzativa degli interventi, introdusse la CILAS, titolo abilitativo volto a snellire la fase progettuale in modo da cantierizzare con celerità gli interventi, concedendo finanche ulteriori proroghe alle date di scadenza scadenze allora previste.

Sempre nell’autunno 2021, a seguito delle segnalazioni di irregolarità riscontrate dall’Agenzia delle Entrate, il Governo Draghi emanò il decreto Antifrode, con cui si estendevano le regole di asseverazione del Superbonus anche ai Bonus minori, sui quali erano concentrati circa il 97% delle irregolarità accertate.

Successivamente però, il Governo Draghi, che fino ad allora pareva volesse favorire e portare avanti lo strumento introdotto dal precedente governo, volutamente o meno, intervenendo sui meccanismi di cessione, ha generato il primo intoppo alla monetizzazione dei crediti, portando a quel famoso incaglio cui le imprese oggi sono costrette a sottostare come in un limbo dantesco.

A complicare ulteriormente la cessione è arrivata la circolare 23/E 2022 dell’AdE che, ponendo l’accento sulla responsabilità solidale per i cessionari dei crediti derivanti da Superbonus, peggiorando ancor di più una situazione già gravata da fermi e ritardi. Problematica protrattasi per diversi mesi durante i quali varie forze politiche con in capo il Movimento 5 Stelle (ideatore del Superbonus) più volte hanno chiesto in parlamento le necessarie modifiche legislative per la risoluzione del problema, riuscendole ad ottenere solo in extremis a pochi giorni dalle elezioni del 25 settembre scorso.

Subito dopo, differentemente dalle promesse elettorali, il nuovo Governo Meloni è intervenuto sul Superbonus con un abbassamento dell’aliquota dal 110% al 90% e ancora una volta, senza incidere significativamente sulla cessione dei crediti, rendendo vana anche l’ulteriore proroga introdotta dal governo Meloni. Annunciando peraltro, attraverso il ministro dell’economia Giorgetti, un sostanziale cambio di rotta rispetto al principio originario del Superbonus, ossia che fosse lo Stato a garantire l’intera operazione, condizione preminente, la quale ha permesso inizialmente a banche e operatori finanziari l’acquisto dei crediti maturati sugli interventi eseguiti.

Sostanzialmente, il cambio di rotta della Meloni non ha dato le risposte per la stabilizzazione della misura. Inoltre, la riduzione dell’aliquota, contrariamente all’annuncio dell’attuale Governo, non sta permettendo ai più poveri di poter accedere alla misura ma, sta facendo diminuire gli interventi sia singoli, sia condominiali. Soprattutto per coloro i quali non hanno la capacità economica per colmare gli effetti della riduzione al 90%.

In parole povere, le modifiche riconducibili al duo Meloni-Giorgetti hanno generato una nuova sorta di stallo ed una diminuzione degli interventi, i quali diventeranno tangibili nei prossimi mesi a venire.

Infatti, ad oggi, gli istituti finanziari hanno aperto solo timidamente a nuove line di credito per le aziende, il che unitamente alla risoluzione dei crediti incagliatisi un anno fa ha solo continuato a non sbloccare le migliaia di fermo cantiere in essere, aumentando le incertezze oltre che per imprese e professionisti anche per i committenti, che si ritrovano spesso con i lavori da completare ed in tanti casi senza poter usufruire dei propri immobili.

Un comportamento governativo quasi da irresponsabile si potrebbe dire, soprattutto visti gli effetti positivi del Superbonus sulla crescita occupazionale dell’intero indotto e per aver contribuito ad un + 6,6% del PIL 2021, crescita tra le più alte in Europa. Ma non solo, tra gli altri fattori positivi vi sono da registrare la riduzione delle emissioni nocive nell’ambiente, l’abbassamento delle bollette delle utenze per chi riesce a completare i lavori (stimate a 500 euro in meno l’anno per famiglia). Ma soprattutto, la riduzione di quella famosa evasione fiscale per cui il nostro Paese è stato più volte redarguito dai mercati internazionali e dalla Commissione Europea. Con lo sconto in fattura applicato Il Superbonus ed anche ai bonus minori, si elimina il lavoro nero e lo Stato recupera parte degli investimenti attraverso IVA e tassazione sui profitti delle imprese, professionisti e altri addetti dell’intero indotto.

Sempre secondo l’osservatorio sul Superbonus dell’estate scorsa a cura di NOMISMA emergeva che: a fronte di un investimento statale complessivo pari a 38,7 miliardi di euro per la copertura dei lavori fino ad allora conclusi, il valore economico generato ammontava 124,8 miliardi di euro, in pratica il triplo dell’investimento governativo. L’analisi considerava: 56,1 miliardi di euro derivanti dai servizi necessari al processo produttivo; 25,3 miliardi di euro dal settore delle costruzioni e 43,4 miliardi di euro derivanti dalla maggiore spesa per i consumi e per le spese ad esse correlate da parte di chi opera direttamente o indirettamente nel business, poiché infatti, le retribuzioni ottenute portano a una maggior spesa per consumi e per le produzioni correlate a tali consumi.

Sugli stessi risultati di NOMISMA convergono anche altri studi, tra cui quelli di ANCE, CRESME. Basti pensare che lo strumento ha generato oltre 400.000 posti di lavoro nel settore edilizia e complessivamente oltre 640.000 nuovi occupati se si considera l’intero indotto.

I dati degli studi suddetti vanno ad aggiungersi all’analisi d’impatto economico della Luiss Business School pubblicato già a febbraio del 2021 sul sito istituzionale del Governo italiano.

E, ulteriori apprezzamenti sono arrivati anche dalla commissione Europea premiando con ben 4 stelle sulle 5 disponibili i benefici effetti del Superbonus; auspicando nelle conclusioni finali, oltre alle migliorie per un più proficuo risultato energetico, l’ampliamento temporale della riforma ed anche alle strutture ricettive, non ancora contemplate in tale provvedimento.

Ma oggi, a preoccupare ancor di più cittadini ed imprese è la scadenza del 31 marzo prossimo per il completamento dei lavori sulle unifamiliari che a settembre 2022 erano già al 30% dei lavori eseguiti.

Finora gli appelli di ANCE, ANACI, OICE, RPT, organizzazioni sindacali e finanche gli emendamenti dei partiti della maggioranza politica al Governo non sono stati sufficienti ad ottenere ulteriori proroghe per le unifamiliari che entro la fine di marzo dovranno completare i lavori. Anche se, nella quasi totalità dei casi questi cantieri si trovano in stato di fermo operativo per impossibilità delle imprese a monetizzare i crediti maturati e avere la liquidità necessaria all’ultimazione dei lavori.

Difronte a tale situazione gli scenari che si vanno ipotizzando non sono certo rassicuranti. Se da un lato preoccupano cittadini ed imprese, dall’altro devono, o dovrebbero, preoccupare il Governo in carica.

Fallimenti di migliaia di imprese, cause civili tra cittadini, imprese e tecnici sono solo alcuni dei possibili scenari che a breve si potrebbero configurare. Basterebbe solo questo per far comprendere a chiunque il rischio per la tenuta del sistema Paese.

Inoltre, vi sono da considerare le cause dei cittadini che potrebbero essere intentate verso il Governo e di riflesso i provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate per il recupero dei crediti maturati per quegli interventi che non potranno essere completati. Uno scenario che definirlo catastrofico è probabilmente riduttivo.

Poiché unitamente a quanto già detto c’è poi da considerare i possibili fallimenti dei professionisti impegnatisi a 360 gradi nel Superbonus, le cause che questi sicuramente intenteranno verso le imprese per recuperare le proprie spettanze ed il fatto che la maggioranza dei tecnici non sarà più in grado di onorare i piani di rientro con le casse di appartenenza per le rateizzazioni in corso e che grazie al Superbonus si stavano rispettando.

Ed intanto il Governo non accetta neanche le richieste dei parlamentari di maggioranza, sia quelle di Francesca Tubetti, Fratelli d’Italia, che ha chiesto la proroga al 30 giugno per le unifamiliari, sia per la forzista Erica Mazzetti, la quale ha presentato un emendamento affinché si possano sbloccare i crediti incagliati con altre modalità operative.

In attesa e nella speranza che il Governo si avveda della grave situazione a cui esporrebbe il Paese è bene ricordare, se non le promesse della passata campagna elettorale, almeno quelle fatte dalla Meloni al momento del giuramento alle camere, e cioè che questo sarebbe stato il “Governo del Fare” e soprattutto che non avrebbe intralciato chi “vuole fare”. Con molta probabilità la Meloni si è già dimenticata di quella promessa, poiche non si rende conto che con questo atteggiamento è proprio il Governo che non permette di poter fare!


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