Gli “improvvidi” che provarono il colpo di stato in Cosa nostra

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“Mamma, mamma, cosa vuol dire ‘improvvido’?”. “Caterina, improvvido vuol dire senza riflessione, senza consapevolezza”. “Quindi stupido, mamma?”. “Eh, Caterina, in un certo senso”. “Mamma ma quindi io, tu, papà e Nadia siamo morti perché qualcuno ha agito da stupido?”.

No, magari stupidi non erano, quelli che trattarono con Cosa nostra all’indomani della strage di Capaci. E forse non “si erano fatti sotto” come aveva spiegato, con acume, Totò Riina. Semplicemente tentavano di far prevalere l’ala moderata della mafia. Si, perché dopo secoli di storia siamo nuovamente a discutere se esista o meno un’ala moderata, in altre parole buona, con cui sedersi a ragionare. Magari non a mangiare una pizza, ma a chiedere come “arrizzittare questa situazione” sì.

Perché certamente nella mafia ce ne fu una stragista, su questo almeno siamo tutti d’accordo. Ma adesso torniamo all’idea che ce ne potesse essere una moderata, una a cui scacciare l’occhio, una a cui dare un «segnale di buona volontà e di disponibilità a proseguire sulla via del dialogo» non perquisendo il covo di Totò Riina nel giorno – ed in quelli successivi – all’arresto. Aveva voglia Luigi Ilardo – ed il colonnello Riccio – ad indicare la masseria in cui si trovasse Provenzano. Lui, Provenzano, faceva parte dell’ala moderata, quella che andava fatta vincere, quindi non si poteva arrestare. Ed allora anche Ilardo andava mandato all’altro mondo (quello buono eh, non quello cattivo). Così come l’arresto di Santapaola.

Insomma nel nostro Paese c’erano dei supereroi che, all’improvviso, decidevano chi fossero i buoni e chi i cattivi. Chi quelli da arrestare e chi da lasciare in libertà. Un po’ come un tentativo di fare un colpo di Stato all’interno di Cosa nostra. E fare vincere i propri amici.

Avevano deciso loro, per tutti noi.

Peccato che abbiano sbagliato.

E quello sbaglio “improvvido” ha causato stragi e morti. Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli. Per fare qualche nome. Angela Fiume e Fabrizio Nencioni, le loro figlie, Nadia e Caterina, e lo studente Dario Capolicchio. Per farne altri.

Ma cosa vuoi che siano, loro, quelli che trattavano non si sa con quale ‘lascia passare’, ci hanno provato. Hanno provato a fare il colpo di Stato in Cosa nostra, qualcuno – magari quelli del “non c’è mai stata una trattativa” – ci spiegheranno che “questi poveri servitori dello stato agivano a fin di bene”. Magari.

Così come Dell’Utri, già condannato per reati mafiosi – quindi con contatti certi –. Lui no, non riportò la minaccia “a un corpo politico dello Stato”, ovvero all’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il piano – ovvero la minaccia, per i giudici della Corte d’Appello, Ça va sans dire – si fermò al livello di un tentativo, da attribuire a Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca (loro sì, condannati!). Non la riportò la minaccia, forse perchè in attesa di capire se quei due fossero l’ala buona e moderata o quella brutta e cattiva. Nel frattempo si tenne per sé quelle parole o, al massimo, le condivise con lo stalliere Mangano (“Un eroe”, non dimentichiamolo).

Insomma hanno sbagliato tutti, hanno fatto la maionese ed è impazzita.

Ma cosa vuoi che sia, ci hanno provato e pazienza se ci siano state ancora stragi, e morti. L’importante era provarci a trattare, in un Paese che ancora – ad oltre settant’anni – non ha tolto il segreto sulla strage di Portella, non ha arrestato Messina Denaro. Perché forse sì, nella migliore delle ipotesi, aveva ragione lo scaltro Riina, “si erano fatti addosso”. E tanto lo si sa, in questo Paese questa categoria di persone, i possibili eroi, non pagano mai.

Ma questo solo in questo Paese, perché una Giustizia prima o poi ci sarà, magari lassù, dove ci sono Caterina e sua madre, Angela:

“Mamma, ma allora chi sbaglia non paga?”. “Si amore, non guardare cosa accade laggiù”.
(Nella foto Totò Riina)


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