Le fotografe indiscrete di Elisabetta Rasy

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Nel mese di settembre si è svolta la trentesima edizione del SI Festival di fotografia a Saviniano sul Rubicone, in provincia di Forlì- Cesena, cui hanno partecipato numerosi artisti a livello nazionale e internazionale. Dopo un anno in cui l’umanità intera ha dovuto affrontare prove dolorose e difficili  il direttore artistico Denis Curti ha voluto proporre per il trentennale  un titolo che partisse da una riflessione sul presente, ma che aprisse al futuro, scegliendo proprio il titolo FUTURA.I domani della fotografia. “Futura al femminile, dunque, come tanta fotografia di oggi e di domani, ma anche Futura senza distinzione di genere, alla latina, come il plurale delle cose destinate ad esistere e pronte a venire alla luce. Da sempre la fotografia è stata lo strumento prediletto per sondare, scoprire e portare alla luce ciò che non era ancora evidente ai più, per portarci in mondi lontani o anche solo per rivelare la verità nei mondi a noi vicini”. All’interno del SI FEST, si è sviluppato il SI FEST OFF (Festival Indipendente di Fotografia e delle arti visive) dedicato agli artisti emergenti. Tra questi due artiste, Manuela Carabini e Silvia Granata, hanno svolto una riflessione circa la relazione che intercorre tra l’essere artiste e la società.  Hanno messo in evidenza una netta disparità di genere nell’ambito artistico sia in relazione alla presenza femminile nel mondo dell’arte e della fotografia artistica, sia in relazione a guadagni, premi, riconoscimenti.

Conosciamo le difficoltà che le donne del passato hanno incontrato nel mondo dell’arte, ma nel mondo della fotografia, essendo ai suoi inizi un campo nuovo per tutti, c’era stata una grande spinta di partecipazione femminile fin dai primi del Novecento, nonostante le inevitabili, ricorrenti difficoltà  delle donne di guadagnare spazio in qualsiasi ambito, anche lavorativo. Ne parla Elisabetta Rasy nel suo “Le indiscrete. Storie di cinque donne che hanno cambiato l’immagine del mondo.” Mondadori 2021. Sono cinque dense biografie di artiste della macchina fotografica che hanno intrapreso questo percorso in alcuni momenti spinte anche dalla necessità di una professione, ma sempre come una sfida per raccontare con occhi di donna il mondo intorno a sé e il loro mondo interiore. La fotografia per loro non è solo tecnica e mestiere, ma è cercare ostinatamente un proprio sguardo per svelare emozioni e significati inattesi, rivelare il volto segreto, la bellezza o il dolore là dove non sono mai stati visti.

Come spiega Rasy l’arte dell’indiscrezione che loro coltivano è proprio “l’esatto contrario dell’indifferenza, il desiderio di far vedere ciò che per comodità o per interesse è stato tenuto lontano dalla vista, che si tratti di amore, dolore, politica, sesso, povertà, migrazione, guerra o del corpo umano, soprattutto femminile”. Sono le vite vorticose, intense, straordinarie per gli incontri e le vicende storiche con cui si intrecciano di Tina Modotti, Dorothea Lange, Lee Miller, Diane Arbus, Francesca Woodman. Vite segnate da povertà, malattia, abuso per le prime tre, vite vissute nel privilegio e nell’agio per le altre due, ma tormentate da un male di vivere che le porterà a una fine precoce. Tina Modotti, nasce a Udine nel 1896, seconda di sei figli di un falegname e di una sarta. Dopo la seconda elementare aiuterà la madre in famiglia e nel suo lavoro, conoscerà a tredici anni il lavoro in fabbrica, che continuerà anche quando riuscirà ad emigrare in America. Tina è una ragazza straordinariamente bella e versatile. A diciannove anni  si sposa  con un artista franco canadese ed entra in contatto con il mondo bohémien e artistico di Los Angeles. Farà la modella per foto commerciali, l’attrice ad Hollywood, ma determinante per lei sarà, dopo la morte precoce del marito, il sodalizio artistico e poi amoroso con un maestro della fotografia, Edward Weston, dal quale imparerà tutto della tecnica fotografica, ma esprimendo un proprio sguardo. Con lui raggiungerà anche il Messico, nelle cui vicende Tina dispiegherà anche la sua appassionata militanza politica. In Messico la sua fotografia raggiungerà,negli anni tra il 1926 e il 1929, la piena maturità.

Ciò che caratterizzerà il suo lavoro sarà cercare di “rivelare la bellezza di ciò che non è ammesso nell’universo delle forme estetiche riconosciute , la bellezza di ciò che è ai margini, per povertà, per fatica, per umiltà; la bellezza di ciò che è rifiutato e scartato perché non ha alcun potere, alcun modo di legittimarsi, spesso non ha neanche l’elementare diritto alla parola”. Così nelle sue foto entrano le donne, i bambini di strada, i contadini, gli operai al lavoro e le riunioni di lavoratori. Tina non riuscirà ad essere una semplice fotoreporter perché la sua fotografia non registra semplicemente la realtà, ma è arte in quanto restituisce una visione della realtà attraverso l’immagine che lei ha del mondo.

Dorothea Lange emigra anche lei con la famiglia dalla Germania negli stati Uniti. Colpita a sette anni  dalla poliomielite, resterà zoppa, ma farà di questa sua debolezza, che vive inizialmente come vergogna, la sua forza e la molla per un riscatto. Fin da adolescente è colpita dal mondo emarginato delle strade di Manhattan quando talvolta percorre, tornando da scuola, il Bowery, la strada degli ubriachi e dei senzatetto, in una New York che sta cambiando volto tra gli anni  ’10 e ’20 del Novecento. Dopo molte esperienze nel campo della fotografia è negli anni della Grande Depressione che Dorothea, affrontando difficili compromessi con la sua vita di moglie e madre, decide di abbandonare il confortevole studio in cui riprende l’upper class cittadina e di volgere altrove il suo sguardo, percorrendo le strade polverose degli Stati Uniti, trasformandosi da abile professionista in una maestra della fotografia americana. Sarà durante il trentennale sodalizio con Paul Taylor che insieme a lui realizzerà un mirabile lavoro di documentazione delle grandi migrazioni dal Messico e dall’Oklaoma e dagli Stati centrali colpiti dalla siccità. Un importante collega di quegli anni, Ansel Adams, definisce le foto di Dorothea “documenti emotivi”. Lei ci tiene a precisare che fotografa “le cose come sono”. Ma fotografa anche “l’<<inconscio ottico>>, la profondità della sua anima e di quella delle creature che ritrae. La Grande Depressione americana lei ha saputo vederla nei corpi e negli sguardi”.

Lee Miller subisce un abuso sessuale da bambina e ne porterà  il trauma nei terribili jitters, le maledette agitazioni che renderanno inquieta la sua vita. Ragazza bellissima, appartenente a una ricca famiglia, potrà viaggiare e conoscere molte persone. Da affascinante modella, musa del surrealismo e di Man Ray, ragazza delle notti sfrenate di New York e di Parigi  trova a trentasette anni la sua più completa vocazione di fotografa di guerra, in cui vuole esercitare una professione di cui si è già tecnicamente impadronita, ma esercitandola a modo suo. Ottiene che “Vogue” la spedisca in giro per l’Europa come corrispondente sul terreno di battaglia. Sarà in Normandia dopo lo sbarco del D-Day, parte al seguito della fanteria alleata che si inoltra in Germania per l’ultima decisiva battaglia, entrerà nei campi di sterminio e ne documenterà l’orrore. Chiede ai militari di entrare nelle inquadrature, ha paura che senza la figura dei testimoni quelle immagini non siano credibili. Quando spedisce le foto a Vogue unisce un dispaccio: “Belive it”, credeteci. La rivista pubblica con queste parole il servizio.

Diane Arbus nasce da una famiglia ebrea del vecchio mondo, il nonno e il padre creeranno un vasto e solido impero di grandi magazzini e Diane crescerà in un ambiente opulento e privilegiato, ma proprio da qui nasceranno i suoi primi problemi. Più tardi dirà: ”Una delle cose di cui ho sofferto da bambina è che non ho mai percepito la sfortuna … Ero cristallizzata in un senso di irrealtà che sentivo davvero come irrealtà, e la sensazione di immunità era, benché sembri ridicolo, una sensazione dolorosa.” A tredici anni si innamora di Allan, un affascinante diciottenne che lavora temporaneamente nei grandi magazzini della sua famiglia, ma che ha ambizioni artistiche. Allan è il suo mito e il grande amore della sua vita; nonostante la contrarietà dei genitori, appena Diane compie diciotto anni i due si sposano. Sarà Allan a regalarle la sua prima macchina fotografica, una Graflex; condivideranno insieme la passione fotografica e in seguito creeranno uno studio insieme. Intanto Diane dovrà, contemporaneamente alle lezioni di fotografia, apprendere a diventare una casalinga e ad allevare due figlie. Ma dovrà anche cercare la propria identità e il proprio sguardo sulla realtà. Lo troverà con sapienza e determinazione fotografando “i fuorilegge della normalità, gli strani corpi che insegue, i nudisti, gli attori dello Hubert’s Museum, i travestiti e i transessuali che incontra per strada, i nani e i giganti, le bag ladies e i ragazzi tossici belli e brutti … Tutti loro diventeranno davvero figure mitiche, leggendarie come lei li ha voluti, indimenticabili eroi della diversità”.

Il libro termina con la breve parabola di Francesca Woodman. Nata in una famiglia agiata viene educata al culto dell’arte, quando giunge adolescente alla prestigiosa RISD, la Scuola di Design del Rhode Island, a Providence, sa già che la sua strada è la fotografia e sa già di avere un non comune talento. Vive periodicamente in Italia con la famiglia in Toscana e da sola, negli anni Settanta a Roma, quando molte donne si uniscono per rivendicare una diversa libertà per il proprio corpo e la propria sessualità, libertà che non passa solo attraverso la legislazione. Francesca compie però un percorso solitario nella ricerca sulla figura e l’identità femminile, soprattutto attraverso diverse forme ed elaborazioni dell’autoritratto. Quando torna negli USA però non c’è interesse per la sua fotografia e i suoi progetti e alla solitudine personale creativa si aggiunge l’isolamento professionale. Il 19 gennaio 1981 si getta nel vuoto da un grattacielo dell’East River di New York, lasciando un patrimonio di diecimila negativi e ottocento foto stampate, materiale che presto verrà ricercato dai più prestigiosi musei del mondo.

Le vite di queste donne ci raccontano la loro ostinata lotta alla ricerca della propria identità e del loro originale sguardo sul mondo, senza mai dimenticare nella loro opera le altre donne. Pur dovendo venire a patti con la realtà e dovendo fare i conti con le loro fragilità queste artiste, come afferma Elisabetta Rasy, sono state sostenute da un robusto talento e da “un inarrestabile desiderio di libertà”.


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