Il bambino di pietra. Riscoprire Laudomia Bonanni

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Il canone letterario tralascia la memoria di scrittrici non solo di tempi lontani; anche per quanto riguarda il Novecento si coglie un vuoto, la cancellazione di figure che ebbero all’epoca notorietà, apprezzamento e presero parte vivacemente alla vita culturale di quegli anni. E’ il caso di Laudomia Bonanni, nata a L’Aquila nel 1907, autrice di una vasta opera, difficile però da reperire e di cui adesso viene ripubblicato “Il bambino di pietra. Una nevrosi femminile”, Cliquot 2021. Si coglie pertanto in questo periodo un rinnovato interesse intorno alla scrittrice e La Società Italiana delle Letterate, in collaborazione con la Facoltà di Lettere dell’Università de L’Aquila, realizza l’11 settembre a L’Aquila un Seminario e una passeggiata letteraria nei luoghi della città in cui la scrittrice ha vissuto parte della sua vita. “Il bambino di pietra” è uno dei suoi ultimi romanzi, uscito nel marzo del 1979; tre anni dopo pubblicò “Le droghe” e nel 1985 era già pronto “La rappresaglia”, che aveva avuto una genesi complessa e, respinto dal suo editore, venne pubblicato solo nel 2003, un anno dopo la morte della scrittrice. Bonanni aveva raggiunto la notorietà vincendo il premio Viareggio nel 1960 col romanzo “L’imputata” e il premio Selezione Campiello nel 1964 con “L’adultera” che lei non riteneva la sua opera migliore, ma che ottenne il maggior successo commerciale. “Il bambino di pietra” è un romanzo della piena maturità artistica dell’autrice, che non lo riconosce come lavoro autobiografico, anche se certamente presenta elementi autobiografici del pensiero e della memoria che si condensano nella rielaborazione della scrittura.

La storia è narrata in prima persona dalla protagonista, Cassandra, una donna di quarantasette anni, emancipata, sposata, lavora in una casa editrice e sta attraversando un periodo difficile della sua vita: “L’angoscia invincibile, sofferenza dal profondo, più tormentosa, crudele di un dolore fisico. E la testa, questo mal di testa sempre pronto a insorgere, che fa turbinare pensieri ossessivi in un cervello formicolante. Stress da intossicazione emotiva … Ciclotimia intollerabile alternativa … nero pozzo … desiderio di morte …” Nevrosi d’angoscia, è la diagnosi che si fa da sola quando decide di andare da uno psicanalista, stimato professionista, amico di famiglia e della sua infanzia, più grande di lei di quindici anni e che non ha più visto da quando lei era bambina e lui giovinetto. Il medico sta per partire, non la può seguire e dopo una terapia di mantenimento, i soliti psicofarmaci, le prescrive di scrivere, scrivere tutto ciò che le viene in mente, ricordi d’infanzia, sogni, un po’ un aiutarsi da sé, autoanalizzarsi e mostrargli i risultati. Comincia così il percorso di elaborazione della protagonista, attraverso una scrittura che le prende via via la mano e alla quale si dedica tutti i giorni: “Mi rendo conto d’aver preso l’abitudine di pensare come scriverei. Andrò a scriverlo”. Le pagine si snodano tra accenni alla sua situazione presente e ricordi del passato, che non seguono un ordine strettamente cronologico, ma ci restituiscono la sua storia in una specie di spirale, da cui emerge comunque la sua infanzia, nella casa di città e a lungo, anche a causa della guerra, nel casino, la casa di campagna dell’estate. La sua era una famiglia numerosa, il padre e la madre, tre fratelli, di cui uno molto amato e poi morto di cancro e due insignificanti, due sorelle, due zie zitelle e lei, la figlia non desiderata dalla madre dopo le precedenti gravidanze, anche se aveva pur voluto appassionatamente i due maschi nati dopo di lei.

La madre era una donna autoritaria, padrona della casa e della proprietà, teneva tutto sotto controllo. Bellezza bionda in gioventù, rimasta orfana in povertà aveva dovuto assistere due zie zitelle e a trent’anni aveva raccolto la loro eredità. Si era subito sposata col timido impiegato d’archivio innamorato. Si era sposata per i figli, era solita dire anche al marito e dei figli si riteneva padrona. Il padre di Cassandra era un uomo pacifico, accomodante, fin da quando era bambina le sembrò un uomo remissivo e con la stessa remissività accettò la separazione delle camere quando la moglie, in menopausa, glielo impose. Il padre remissivo si impunterà però con la madre quando Cassandra vorrà andare all’università. Le due zie zitelle, custodi della tradizione, in questa famiglia, ritenuta da tutti modello, di sani principi, in perfetta armonia. Cassandra impara presto a leggere da sola, “la Topina della carta”, lettrice onnivora, tende a isolarsi, le due sorelle sono più grandi, cresce in posizione un po’ esterna alla famiglia. Quando era andata dallo psicanalista aveva temuto da parte del medico l’indagine sull’attività sessuale “Il sesso all’origine di ogni nevrosi”. Lei che si riteneva emancipata e per certi versi persino spregiudicata sapeva di avere delle difficoltà – Altro retaggio delle famiglie in cui non era (non è ?) contemplata la sessualità – dice a se stessa. Già da bambina, osservando gli animali, captando frasi allusive nelle conversazioni dei grandi e attraverso le confidenze di una compagna di scuola, aveva ritenuto di capire tutto dei misteri degli adulti, ma poi si era resa conto che la piena conoscenza le era preclusa e distorta, qualcosa le sfuggiva. I turbamenti e i primi approcci dell’adolescenza, i primi baci con un uomo molto più grande di lei, conosciuto durante la permanenza a Parma a casa degli zii; ma aveva tenuto la bocca chiusa “Chissà perché, per ignoranza, mai ho ricevuto i suggerimenti dell’istinto”.

Gli approcci maldestri con un compagno di liceo, i tentativi di conoscere la sessualità attraverso un libretto dei Carmina priapea che circolava tra i compagni di liceo, ma sentiva che c’era qualcosa che le sfuggiva “ Il piacere. Il piacere animalesco. Sfigurante … La vergogna. La vergogna e il peccato. Del peccato mi sono liberata, anzi non l’ho mai preso in considerazione. E’ rimasta invincibile la vergogna. E paura. La paura fisica. Paura dei figli. Se mi metti incinta ti ammazzo – al baldo laureando in medicina, e non gli era riuscito granché. I tentativi falliti con Gilberto. Benché mi sentissi di sfuggire l’adulterio”. Cassandra deve forzarsi, nel suo lavoro di scrittura, ad affrontare anche la ricostruzione dei rapporti col marito. Il marito bello, ricco, che conosceva fin dall’infanzia e che aveva rincontrato a trent’anni. Lui più vecchio di vent’anni, si era lasciata sposare per inerzia, forse proprio rassicurata dalla sua età, invece era stato lui ad avere delle difficoltà, né lei aveva mai cercato di aiutarlo. Si era applicato con delicatezza metodo sapienza nella relazione sessuale, ma Cassandra non era mai riuscita a lasciarsi andare “Non potevo, incapace di assecondare i suoi movimenti. Non sapevo. Vergogna anche della propria ignoranza … Suggerimenti sussurrati. L’ho capito ma non l’ho fatto, non sapevo fare, non ho voluto. Inerte.” La sua passività vigilante l’ha ridotto all’impotenza, si accusa Cassandra e conclude “Sono dunque questa cosa un po’ ridicola a pronunciarsi: anestetica all’introduzione. Frigida suona ancora peggio. E donna a mezzo busto”.

A causa del peggioramento dello stato di salute dei genitori Cassandra sarà richiamata presso di loro nella casa di città. Dovrà occuparsi della vendita del casino e per l’atteggiamento di sottrazione dei fratelli e delle sorelle dietro la scusa della famiglia e dei figli, dovrà occuparsi per mesi dei genitori, insieme a due donne, fino alla loro morte. La situazione la immergerà ancora di più nei ricordi, ma approfondirà anche il suo sguardo e la sua riflessione sulle relazioni familiari, sulle sofferenze delle donne, sulla violenza,la maternità, la vecchiaia, la malattia. Mentre il suo manoscritto si ispessisce e assume quasi l’aspetto di un libro ripensa le figure del padre e della madre con sguardo adulto. Riconosce le costrizioni e il peso dell’essere donna scontato da quella madre che aveva visto solo come autoritaria. Attraverso i rapporti con le famiglie dei fratelli e delle sorelle la sua osservazione si allunga con occhio interrogativo anche sui nipoti, la nuova generazione di giovani, che un po’ l’ incuriosiscono, un po’ la sgomentano e ancor di più la pongono di fronte alla sua maternità rifiutata. Il bambino di pietra è la scultura funeraria che un marmista, diventato suo amico quando era ragazzina, aveva fatto per il figlio morto. E un bambino prima di nascere sembrava anche il bozzetto di una testa che il marmista le aveva regalato e che lei ora ritrova nella sua vecchia valigia di quando andava all’università. Insieme ci sono anche due articoli, che aveva conservato tra le pagine dell’ Edipo, che danno notizia di un litopedio, una calcificazione fetale rara, ma non unica, rinvenuta nel ventre di una donna operata d’urgenza: il bambino di pietra.

Non ricorda perché abbia conservato questi articoli: “L’irriducibile paura della maternità? Rimozione? Avrò rimosso il bambino da cui ero ossessionata e traumatizzata? Il figlio rimasto inespresso come un feto calcificato? Questo il blocco che porto dentro: l’immaginario bambino di pietra? E’ stato come incontrarsi faccia a faccia all’improvviso in uno specchio, sempre allarmante”. La sorella Ester le vorrà a tutti i costi affidare la figlia Amina, ragazza che si ribella ai genitori e vuole frequentare l’università contro il volere del padre. Cassandra accetta che la ragazza vada a vivere a casa sua “Non è una figlia e non può esserlo. Non ho sensi materni. Quello che provo è solidarietà femminile e una sorta di ammirazione quasi intimidita. Non escludo ci sia del morboso, quel tanto di insopprimibile nella mia natura”. E quando il marito si entusiasma all’idea che abbiano una figlia pensa “La ragazza se ne andrà anche da noi. Guai a credere di possederli, che siano procreati o no. Nessuno ha figli”.

Quando la sorella Ester per convincerla ad accettare Amina le aveva rinfacciato di non aver fatto nemmeno un figlio Cassandra aveva pensato “Non mi son fatto un figlio. Forse ho scritto un libro?”. Dopo l’immersione nei ricordi, dopo la rielaborazione della scrittura Cassandra sente di tornare a casa con alcuni surrogati, ma la vita è complicata “Forse una nevrosi da astinenza non può mai guarire del tutto, non si froda la natura impunemente”.

In un’intervista sul settimanale “Amica” del 1979 Laudomia Bonanni aveva dichiarato “Io ero femminista a dodici anni, perché ne ho visto tante di donne nei paesi vittime dell’ingiustizia … vite mancate di donne che hanno tutto il diritto di ribellarsi”. Bonanni è una di quelle scrittrici che anche per ragioni anagrafiche non ha preso parte al femminismo degli anni Settanta, pur osservandolo con interesse, ma con la sua opera aveva saputo anticipare e rappresentare problematiche che il movimento avrebbe affrontato.


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