L’antisemitismo dal mito cristiano alla ‘soluzione finale’, passando per Shakespeare

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Anche tralasciando le sue origini più antiche (sorse infatti come reazione a certi caratteri peculiari della religione ebraica, nei quali sarebbe lungo addentrarsi), l’antisemitismo – fenomeno che avrebbe toccato l’apice con l’atroce eufemismo della Endlösung (la soluzione finale della ‘questione ebraica’ attuata dal regime nazionalsocialista negli anni tragici della Seconda Guerra Mondiale) – ha un’inveterata tradizione millenaria.

Due sembrano essere i capi d’imputazione principali ascritti agli ebrei: quello riconducibile al mito cristiano del ‘popolo deicida’, che attribuisce loro la responsabilità per la passione e la morte del Cristo, e l’esercizio dell’usura.

Nell’ambito di questo fenomeno globale, quanto mai diversificato e complesso – quando non palesemente contradditorio – il nazismo rappresenta un episodio parossistico, ma non isolato.

La leggenda nera del ‘popolo deicida’, come la Chiesa ha ribattezzato gli ebrei, frutto con ogni probabilità di speciose, successive interpolazioni della narrazione evangelica, pesò non poco sul tragico destino del ‘popolo eletto’ nelle terre cristiane.

Come scrive lucidamente Roberto Piperno (ne L’antisemitismo moderno): “…è chiaro che i cristiani, nel momento in cui iniziavano la conquista interna dell’Impero Romano, avevano tutto l’interesse a scindere le loro posizioni da quelle degli ebrei, ai quali non si guardava sempre con favore… Quel che importava loro era di scagionare i Romani dall’accusa di aver crocefisso Gesù, mentre nulla era più facile che far ricadere la colpa sugli ebrei: perciò si sviluppa la fatale accusa di deicidio. Non conta che la condanna fosse stata pronunciata da un magistrato romano, eseguita da soldati romani, con un supplizio tipicamente romano…”; importava invece che se si fosse trasferita l’accusa sul capo degli ebrei, si sarebbe ottenuto il vantaggio decisivo di accattivarsi le simpatie romane e sarebbe stata facilitata la penetrazione della nuova fede nel tessuto sociale dell’Impero.

Per secoli, dopo la Grande Diaspora a seguito della seconda istruzione del tempio di Gerusalemme (70 d. C.), e specialmente nel Medioevo, gli ebrei furono tra i pochi, nel mondo occidentale, a saper leggere, scrivere e far di conto e a cui fosse consentito e, anzi, imposto, di commerciare su ampia scala, avvalendosi della sottile ma estesissima rete dei correligionari sparsi in tutto il mondo allora conosciuto, e di esercitare, in qualità di infedeli, l’usura, in un tempo in cui i potenti, che fondavano sulla proprietà terriera e sul prestigio dell’ufficio religioso la propria autorità, tendevano a limitare il più possibile (e se possibile demonizzare) la funzione di quel denaro, di quella liquidità dei quali tuttavia, in situazioni gravi ma allora non infrequenti quali guerre, siccità, carestie, epidemie, si avvertiva il bisogno. Rotti molto presto alle scabrose sottigliezze della finanza, gli ebrei in molti casi accumularono ricchezze enormi, suscitando comprensibili invidie; e quando il mondo uscì dal feudalesimo, essi erano in anticipo di secoli in quasi tutti i campi (commercio, finanza, medicina, ecc.) e tanto più invisi perciò ai cristiani, agli occhi dei quali tante conoscenze non potevano che essere il frutto avvelenato di una natura sottilmente demoniaca.

Preclusi loro le libere professioni (salvo quella di medico) e l’esercizio delle armi, molti ebrei si diedero, per sopravvivere, a praticare l’usura – al punto che i termini ebreo e strozzino diverranno presto sinonimi. Soprattutto i potenti, che potevano cancellare ingenti debiti con un semplice editto o espellere gli ebrei dai loro territori proprio per evitare disaldarli, costringevano i prestatori di denaro a praticare, al fine di cautelarsi contro queste evenienze e abusi, tassi di interesse molto elevati e, di conseguenza, i debitor icristiani poveri spesso a impegnare tutti i loro averi, situazione che riaccendeva periodicamente l’atavico odio popolare e costituiva l’impulso iniziale per nuovi pogrom.

Quanto radicato fosse l’antisemitismo in Occidente lo si può dedurre in via indiretta anche solo leggendo testi di autori pure grandissimi. Pochi, illustri esempi fra i tanti possibili: Il mercante di Venezia di Shakespeare, nel quale tuttavia al ripugnante e insensibile Shylock sono restituiti tratti umani (“Sono un ebreo. Ma non ha occhi un ebreo? Non ha l’ebreo mani, organi, membra, sensi, affetti, passioni? Non si nutre degli stessi cibi, non è ferito dalle stesse armi, non è soggetto alle stesse malattie, non si cura con gli stessi rimedi, non è riscaldato e agghiacciato dallo stesso inverno e dalla stessa estate come lo è un qualsiasi cristiano?”); L’ebreo di Malta di Christopher Marlowe, in cui la figura del turpe e machiavellico arrivista Barabba è ricostruita in termini mostruosamente caricaturali; il racconto, struggente e capzioso, della tragica fine di un giovinetto cristiano in terra inglese, contenuto nei Canterbury’s Tales di Geoffrey Chaucer; o la visione, presso la Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, della straordinaria tavola dell’Ostia profanata di Paolo Uccello, ripresa di un motivo ricorrente dell’antigiudaismo medievale. Tutte vicende che, in un modo o nell’altro, presentano l’epilogo edificante dell’uccisione o almeno dell’esemplare castigo dell’eterno abominevole parassita ebreo, sia esso strozzino o deicida -tertium non datur.

L’Enciclopedia Italiana Treccani così sintetizza il paradosso ebraico: “Soli fra i popoli mediterranei, essi hanno superato il dissolvimento della civiltà antica conservando, benché dispersi e privi di unità territoriale, una propria nazionalità e un proprio patrimonio culturale-religioso che rimangono quasi l’avanzo fossile di un’età remota; primi a creare il concetto sconosciuto al mondo antico d’una religione universalistica, hanno mantenuto la coscienza di una stretta interdipendenza della compagine nazionale e della confessione religiosa; promotori delle due religioni monoteistiche sotto la cui insegna si sono formate le due massime civiltà del mondo medievale – la cristiana e l’islamica – sono vissuti e continuano a vivere in mezzo ad essi fatti segno alla più profonda venerazione in quanto precursori e insieme al più completo disprezzo e alla più recisa ostilità in quanto negatori pervicaci e irriducibili di quelle civiltà stesse, delle quali hanno subito e subiscono l’influenza pur continuando a isolarsene…”

L’antisemitismo moderno ha compiuto un suo definitivo ‘salto di qualità’ con la pubblicazione degli anonimi Protocolli dei Savi Anziani di Sion, in realtà un clamoroso falso prodotto dall’Ochrana (la polizia segreta zarista): un testo che avrebbe impressionato, e anzi esercitato il proprio fascino ambiguo sul giovane Hitler, dal cui orizzonte mentale la ‘questione ebraica’ non sarebbe mai stata cancellata a partire da quella fatale lettura, e che riprendeva – talora letteralmente – temi delle mendaci e pretestuose accuse rivolte a suo tempo dai loro nemici ai Templari. I Protocolli denunciano senza mezzi termini, attraverso le labbra stesse di rabbini e maggiorenti ebrei, un complotto mondiale avente il fine – fomentando guerre, manovrando le politiche finanziarie degli Stati, irretendo i popoli con forme d’arte degenerata, dottrine perniciose quali la democrazia e il marxismo (fondato non casualmente da un ebreo), ecc. – di instaurare nell’intero pianeta un ferreo regime controllato da una fantomatica ‘finanza ebraica mondiale’. La rivoluzione bolscevica (1917), capeggiata da molti ebrei (Kamenev, Zinovev, Trotskij, Sverdlov, Radek, Litvinov, Uritsky, ecc.),la Repubblica Bavarese dei Consigli del 1918-1919 (Kurt Eisner), l’insurrezione spartachista berlinese del 1919 (Rosa Luxembourg), l’effimera Repubblica Sovietica Ungherese di Bela Kun (1919), la nomina di Rathenau a ministro degli esteri della Repubblica di Weimar (1922), ecc., appariranno di lì a poco come una puntuale, agghiacciante conferma della giustezza delle tesi esposte nel singolare libello (tutt’oggi un best-seller sempreverde in molti paesi medio-orientali). Nessuna obiezione logica, neppure la difficoltà di credere a un complotto del quale fossero compartecipi Rothschild e Trotskij, valeva a scoraggiare tale delirio, che aveva il pregio, almeno agli occhi di chi vi prestava (e vi presta tuttora) credito, di ricondurre tanti effetti fonte di angoscia nel primo dopoguerra (miseria, fame, disoccupazione…) ad un’unica causa: la cospirazione “dell’eterno parassita nel corpo degli altri popoli” (Adolf Hitler), rotto da sempre a qualsiasi inganno e nefandezza.

In questo modo veniva spiegato, per es., in Germania un fenomeno gravissimo come l’incessante svalutazione monetaria e la diffusa disoccupazione, che assumevano allora, dopo il crollo della Borsa di Wall Street del ‘29, dimensioni tragiche anche in Europa. Uno dei motti più diffusi e popolari dell’epoca divenne: “Cacciate gli ebrei, e subentrate loro”; poco importa che gli ebrei costituissero appena l’1% della popolazione tedesca, con un tasso di disoccupazione che oscillava invece, sempre in Germania, fra il 40 e il 50%.

Lo stesso Heinrich Himmler, capo delle SS, si opponeva accanitamente a qualsiasi minimizzazione della – pretesa – minaccia ebraica. Niente lo irritava di più che sentire cittadini tedeschi affermare di aver conosciuto, occasionalmente, anche ebrei brave persone o ebrei patrioti (es.: le medaglie al valor militare della Prima Guerra Mondiale). Ad un’adunanza dei Gauleiter nazisti commentava amaramente: “In Germania abbiamo tanti milioni di uomini ciascuno dei quali ha il suo famoso ebreo decente, che questo numero è di per sé più grande di quello di tutti gli ebrei tedeschi…”

Al momento dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nell’area invasa dai tedeschi erano presenti circa due milioni di ebrei (e molti altri, di diversa nazionalità, se ne sarebbero aggiunti con l’Operazione Barbarossa, la proditoria aggressione della Germania contro l’Unione Sovietica, legate fino a quel momento dal patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop): una popolazione numerosa, alla quale era implicito, nei programmi stessi del regime nazista, che in nessun caso dovesse essere riservato un trattamento umano. Fin dal settembre del ’39 era stato stabilito il progetto della concentrazione degli ebrei (non solo polacchi) in grandi ghetti urbani (quasi tutti all’interno del neo-costituito Governatorato Generale di Polonia, retto da Hans Frank) mediante trasferimenti coatti nel corso dei quali, peraltro, erano piuttosto frequenti le esecuzioni sommarie al minimo cenno di resistenza o, anche, per il mero divertimento delle truppe ad essi preposte, le tristemente note Einsatzgruppen.

Il disumano sovraffollamento presto prodottosi nel ghetto di Varsavia, il maggiore fra tutti, creò in breve condizioni igienico-sanitari e semplicemente spaventose: una popolazione pari a un quarto dell’intera capitale si trovò a vivere in un’area corrispondente a 4,5% dell’intera superficie cittadina; quasi mezzo milione di persone in soli 400 ettari: una densità ‘abitativa’ del tutto intollerabile. Per chiunque tentasse di evadere da quell’inferno di miseria e morte era prevista la pena capitale, allo stesso modo che per la cittadinanza che avesse offerto ospitalità ai fuggiaschi. Quel ch’è peggio, come sempre avviene in casi del genere, i legami di solidarietà fra le migliaia di persone costrette al comune destino del domicilio coatto cominciarono in molti casi ad allentarsi nel quadro di una lotta generalizzata per la sopravvivenza, nella quale gli ebrei ricchi, provenienti per lo più dall’estero, partivano da un’evidente posizione di vantaggio per il loro potere di corruzione. I furti si susseguivano con ritmo incalzante; la micro-criminalità prosperava; la questua era diventata una piaga inestirpabile. Per le strade si cominciò a inciampare nei corpi dei vivi e dei morti sopraffatti dall’inedia e dalle malattie. “Lungo i muri erano accovacciate figure umane simili a fagotti di stracci vecchi” secondo la testimonianza di Mary Berg, ebrea americana superstite. Mark Edelman, vice-comandante della rivolta di Varsavia (sulle cui memorie è basato il monologo), riporta che “file di carretti avanzano nelle strade. Le carcasse scheletriche sono ammucchiate le une sulle altre.” Praticamente l’intera popolazione è ammalata di tubercolosi. La gente va senza più alcun ritegno a frugare freneticamente fra i bidoni della spazzatura alla ricerca disperata di cibo. Al cadere della prima neve, una settantina di bambini muoiono assiderati sulle scale degli edifici diroccati. I tedeschi hanno potere di vita o di morte sugli ebrei; quotidiane sono le loro scorrerie nelle strade del ghetto, dove si divertono a sparare a caso contro i passanti indifesi e terrorizzati, senza distinzione di sesso o di età. Come recita un documento: “L’obiettivo finale deve essere, in ogni caso, di cauterizzare integralmente il bubbone.” “No,” aveva profetizzato non senza compiacimento il dottor Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Reich, nel suo Diario intimo, “non sarà divertente per gli ebrei…” In effetti, la conferenza di Wannsee, nella quale furono definitivamente delineati i contorni della ‘soluzione finale della questione ebraica europea’, preconizzava lo scrupoloso setacciamento del continente e l’annientamento fisico di undici milioni di ebrei: ne sarebbe stato condotto a termine la metà.

Può apparire singolare che le stesse vittime si rifiutassero di prendere atto che l’ammassamento nei ghetti (e segnatamente quello di Varsavia, dove si verificherà la rivolta oggetto dello spettacolo) non era se non il logico preludio all’annientamento fisico dell’intera popolazione ebraica europea, e che accettassero l’insediamento di un Consiglio ebraico (Judenrat), costituito dai notabili delle comunità giudaiche che, nella patetica illusione di risparmiare almeno una parte delle vessazioni alla propria gente, assunsero l’auto-gestione del ghetto, dando vita, seppure spesso – non sempre – con dolorosa riluttanza, ad ambigue forme di collaborazionismo. Lo stesso ingegner Adam Czerniakow, infelice presidente dello Judenrat del ghetto di Varsavia ,inviso ormai ai suoi correligionari e compagni di sventura, maturata la consapevolezza di aver fatto ,con la sua passività, il gioco del mortale nemico, e sopraffatto dal naufragio dei suoi patetici tentativi di evitare il peggio, non resse al peso delle proprie responsabilità e si tolse la vita il 23 luglio del ’42, non appena ricevuto l’ordine di dar inizio alla deportazione verso un imprecisato ‘est’, che in base alle informazioni fortunosamente filtrate presentava invece connotazioni quanto mai precise e allarmanti.

Infatti, benché alle terribili condizioni materiali si aggiungessero le inquietudini derivanti dal totale isolamento nel quale il ghetto versava e dalla completa mancanza di dispacci su quanto avvenisse ‘di fuori’ – in realtà le notizie in qualche modo trapelavano e potevano raggiungere le orecchie disposte ad ascoltarle; gli animi abbastanza saldi e coraggiosi da accoglierle.

L’accorato monologo ripercorre le tappe che hanno portato alla rivolta nel ghetto di Varsavia: i primi casi di fucilazione (50 persone per la presunta aggressione a un poliziotto polacco; poi, ancora, 50 attivisti politici…); la depressione, l’apatia, l’inazione che colpivano migliaia e migliaia di persone che non si sentivano più soggetti delle proprie azioni; la vita stentata e angosciosa che queste conducevano all’interno del microcosmo del ghetto, nel quale per ciascuno degli abitanti ogni giorno poteva essere l’ultimo; la costruzione dei muri e l’innalzamento del filo spinato; la disoccupazione, la miseria, la fame, la sporcizia; l’impossibilità di tumulare tutti i morti, da cui l’epidemia di tifo petecchiale, che lasciava poco scampo a chi ne era colpito; la mancanza di alloggi, l’angustia degli spazi; gli spari che fendevano l’aria a tutte le ore; la folla disperata dei senzatetto che si riversava nelle sinagoghe e nei capannoni; l’attività vessatoria esercitata dai militi tedeschi, i poliziotti polacchi, i gendarmi ucraini e – per quanto sia doloroso aggiungerlo – la milizia ebraica, a cui era stato affidato il compito di mantenere l’ordine all’interno del ghetto; le prime sinistre notizie, riportate da testimoni oculari, sullo sterminio in atto, accolte con irriducibile incredulità; le sgangherate feste nei locali da ballo, che cercavano di restituire agli abitanti una disperata, patetica parvenza di normalità; la diffusione clandestina di ciclostili inneggianti alla resistenza; l’istituzione dei tribunali speciali, che procedevano a processi sommari dall’esito scontato; le prodezze di un gendarme della Schutz polizei che uccide per divertimento più di 300 persone in un mese (fra cui molti bambini)… e insomma tutti i reiterati atti di efferatezza, gli eterogenei aspetti di un incubo che sembrava solo potersi aggravare col passare del tempo.

Un giorno vengono promessi 3 kg di pane e uno di marmellata a chi si fosse presentato volontario per la deportazione verso i presunti campi di lavoro dell’est: si formano all’istante file interminabili.

O al contrario, specularmente: le modalità spaventose e strazianti con le quali i predestinati venivano caricati coattamente sui treni, come buoi, con tanto di parenti separati a forza; i poliziotti ebrei costretti a consegnare ciascuno sette teste al giorno, pena la perdita dei privilegi derivanti dalla loro posizione. Infine, un accenno alla ‘buona morte’: la provvidenziale pastiglia di cianuro, che risparmia a chi la ingerisce gli orrori, ormai evidenti, della deportazione.

* * *

Finalmente, al culmine di quegli innominabili orrori, una neocostituita Organizzazione Ebraica di Combattimento riesce a mettersi in contatto con la resistenza socialista polacca. Arrivano 10 pistole: è il primo atto di resistenza armata -il primo scontro a fuoco con le truppe d’occupazione, e conseguente rifiuto a salire sui carri: episodio che segna l’inizio della rivolta del ghetto del Varsavia (19 aprile-16 maggio 1943) e coglie del tutto di sorpresa i tedeschi. Incoraggiati da questi atti di insubordinazione, i partigiani, non senza gravi rischi e difficoltà, fanno pervenire altre 50 pistole e 50 bombe a mano, e tentano di alleggerire la pressione sul ghetto con un paio di, peraltro timide, azioni diversive. Ma la situazione, per qualche giorno, contro ogni previsione, si capovolge; gli insorti sperimentano quello che nei mesi doveva essere sembrato loro inverosimile, e cioè che i tedeschi sono uomini come tutti gli altri; uomini che, se gli spari, stramazzano a terra e muoiono. Ormai questi ultimi, e gli altri – polacchi, ucraini – che li spalleggiavano, sottoposti al fuoco incrociato dei cecchini, devono muoversi con sempre maggior circospezione all’interno del ghetto, che i rivoltosi conoscono metro per metro. In breve, l’Organizzazione Ebraica, sotto il comando di Mordechai Anielewicz, assume il controllo effettivo del ghetto. I collaborazionisti sono catturati e passati per le armi. Una guarnigione tedesca viene assediata e tutti i suoi componenti uccisi: le loro armi entrano a far parte del piccolo, prezioso arsenale dei rivoltosi. Un altro drappello della Wehrmacht, accerchiato e vistosi perduto, cerca di negoziare un’impossibile tregua: vengono falciati tutti senza pietà. Prevaleva ormai negli insorti la consapevolezza che quella guerra fra ebrei e barbarie rappresentava – non per loro volontà- una lotta per la vita o per la morte, che non poteva prevedere esclusione di colpi.

Naturalmente, nessuno fra gli insorti ha mai seriamente ritenuto di poter vincere l’impari battaglia; erano tutti animati dallo stesso desiderio di morire con dignità e onore, che coltivarono eroicamente fino all’incendio e alla distruzione dell’intero quartiere ebraico del 16 maggio 1943. Solo pochi superstiti, fra i quali il vice-comandante Marek Edelman (1919-2009) riuscirono, con un fortunato colpo di mano, ad aprirsi un varco e disperdersi nella capitale polacca.

Nei piani tedeschi, la liquidazione del ghetto di Varsavia non avrebbe dovuto richiedere più di tre giorni; impegnò invece la Wehrmacht agli ordini di Jürgen Stroop per quattro lunghe settimane di estenuanti combattimenti strada per strada, durante i quali subì perdite del tutto impreviste, stimate attendibilmente in 300 soldati (non i 17 ammessi da Stroop e Himmler, ma neanche i 1.000 rivendicati dagli insorti).

La compagnia dei Teatri d’Imbarco di Firenze, con il patrocinio della locale Comunità Ebraica, ha rievocato, in diretta streaming, per l’adattamento e la regia di Nicola Zavagli, il tragico mese della rivolta, con lo spettacolo C’era una volta il ghetto. I giorni dell’insurrezione, testo basato sulle memorie del sopraccitato Edelman, recitato in forma di monologo dalla valente Beatrice Visibelli, forse con un pizzico di enfasi superflua (come rilevato anche da Loredana Pitino nel suo articolo: “Non lasciate morire la nostra memoria”. ‘C’era una volta il Ghetto’ di Marek Edelman, a cura dei Teatri d’Imbarco | Scenario (inscenaonlineteam.net) ): in effetti, il racconto appare di per sé già sufficientemente drammatico per tollerare sottolineature. Bellissime le tradizionali musiche evocative klezmer (originarie degli shtetlach rurali ebraici) eseguite dall’ensemble Balagan Café Orkestar (violino, clarinetto, tromba, piccole percussioni) diretto da Enrico Fink, che inframezzano la narrazione o le fanno da struggente sottofondo ‘jazzistico’.

Non resta che raccogliere unanimemente l’invito della compagnia dei Teatri d’Imbarco e della Comunità Ebraica di Firenze a non dimenticare quei duecento meravigliosi ragazzi (e ragazze) che riuscirono, sulle note dell’Internazionale, a tenere in scacco per qualche giorno la formidabile macchina da guerra del III Reich – antesignani di quello spirito combattivo del kibbutz che avrebbe informato di lì a pochi anni la lotta per l’epica e contrastata fondazione dello Stato d’Israele.

E come spesso accade nella tragica giostra della Storia, questa volta le vittime sarebbero state altre.


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