Mai fare un passo indietro verso il cambiamento

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Tanti buoni auspici per questo nuovo anno 2021, ma a quanto emerge dalle prime avvisaglie, la realtà non conferma la speranza di cambiare la subcultura patriarcale della violenza, oramai patologicamente radicata nel nostro Paese.

Sui media e nei salotti televisivi si parla di continuo di reati di violenza, indugiando  morbosamente sui dettagli e di contro banalizzando i contesti nei quali quei delitti vengono commessi,  nel contempo però le istituzioni tardano ancora a voler intraprendere una reale svolta nella lotta contro un fenomeno che oggi in Italia ha assunto i connotati di una vera e propria emergenza sociale.

E restiamo così, fra “color che son sospesi”, con tribunali che archiviano perché reputano la violenza agita da un coniuge “modesta” e procure della repubblica che d’ufficio rinviano a giudizio una vittima di violenza perché riesce a trovare lavoro per crescere i tre figli senza il benché minimo contributo economico del padre violento, ma così sfora il limite di reddito annuale per beneficiare del gratuito patrocinio legale e si ritrova indagata per falsa certificazione.

Verrebbe da complimentarsi per la solerzia degli inquirenti, ma immediata sorge un’altra riflessione.

Se la metà di questa efficienza giudiziaria la si potesse rinvenire nell’attuazione del tanto osannato Codice Rosso, procedendo con tempestività ad indagare e gestire i casi di violenza sulle donne, staremmo già a metà dell’opera.

E magari avremmo meno femminicidi, visto che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima aveva già denunciato alle autorità la sua situazione di pericolo.

Invece no. Ancora siamo in attesa di un reale cambio di rotta culturale, sia a livello sociale che purtroppo giuridico.

Un cambiamento che garantisca a tutte le vittime di essere tutelate a prescindere dal reddito nelle procedure di separazione e divorzio, o peggio nei procedimenti avviati obbligatoriamente dal Tribunale per i Minorenni nei casi di violenza commessa in presenza di minori, senza aver paura di dover fare debiti per essere assistite da un legale.

Che assicuri un ascolto attento a chi trova il coraggio di denunciare, senza essere umiliate da domande inutili e insinuanti, rivolte loro da spesso da operatori disattenti o impreparati.

Che restituisca alle donne la dignità di essere considerate vittime VERE – spesso insieme ai propri figli – di una violenza maschile che può avere tante forme, da quella psichica a quella economica, e non solo quella fisica, credibile solo se fatta di botte e sangue.

Che consenta alle donne di reclamare giustizia per quello che subiscono senza dover costantemente essere messe alla prova, rivoltate nella vita privata come un calzino, osservate e giudicate, loro si e per prime, per come si vestono, si truccano, camminano per strada, non gridano, non scappano.

Che tranquillizzi riguardo l’impossibilità per un giudice di decidere con chi devono vivere i figli sulla base di un paio di incontri tenuti da una CTU, spesso priva di formazione specifica e molto più spesso senza tenere in debito conto che magari il marito è sotto processo penale perché maltrattante, e che questa violenza endofamigliare l’hanno vissuta anche i figli e se gliela ripetono non è perché li ha indotti la madre a farlo, ma molto più realisticamente è perché l’hanno sofferta e la devono superare.

Che impedisca di rivittimizzare le donne che denunciano, trasformandole in bugiarde presunte, in mogli in fondo opportuniste ed assetate di soldi, in madri alienanti dei figli sulla base di banalissime teorie prive di fondamento scientifico alcuno.

Un cambiamento che imponga verifiche alle indagini di certe procure, che non possono più considerarsi turris eburnea fino al processo, perché invece le loro risposte immediate sono necessarie per prevenire l’irreparabile e per non fornire il messaggio pubblico secondo il quale se una donna denuncia, non succede nulla. Anzi, peggio, si archivia senza indagare o indagando male.

E ancora, aumentare la formazione obbligatoria degli operatori, dai magistrati alle forze di polizia, agli assistenti sociali, e persino a chi lavora nei centri antiviolenza, che devono funzionare bene, anche quando sono appaltati a cooperative private.

Infine, a fare prevenzione con le parole ed il linguaggio, perché la violenza parte proprio dagli stereotipi concettuali che vengono propinati quotidianamente, secondo cui la donna deve corrispondere per forza ad un modello, altrimenti non va bene.

I tanti pregiudizi che oggi ancora purtroppo piacciono tanto alla nostra martoriata e funzionalmente analfabeta società.

Da ultimo, cambiare anche noi donne, abbandonando una volta per tutte il – talvolta comodo – sudario del vittimismo per credere finalmente nella nostra forza e nel nostro coraggio.

Soprattutto ricorrendo ad un’arma mai troppo valorizzata: la sorellanza, perché fra noi dovremmo capirci di più ed accoglierci per quello che siamo, senza essere costrette a dover dimostrare sempre che valiamo la pena di essere credute, aiutate, amate.

Rispettiamoci per prime e ci faremo rispettare, oggi più di ieri.

Fino a quando chiunque, trovandosi di fronte a una donna che dice di aver subito violenza, si indignerà per primo e le chiederà scusa.

Invece di pensare che in fondo ha fatto qualcosa per meritarselo.

*Portavoce Articolo21 Marche

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