John Lennon, martire dell’Utopia            

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Quattro dei cinque colpi di pistola esplosi da Mark David Chapman, definito ‘fan squilibrato’, lo raggiunsero alla schiena. Così morì John Lennon l’8 dicembre di 40 anni fa. L’agguato, nell’androne del Dakota Building di New York nel quale John abitava con Yoko Ono e il figlio Sean. John aveva compiuto, due mesi prima, il 9 ottobre, 40 anni.

Quei colpi di pistola non uccidevano solo un grande musicista, ma seppellivano sotto la devastazione causata dai proiettili di una calibro 38, anni di sogni, di Utopia, di speranze. Moriva un pacifista, un mondialista, un sognatore come egli stesso aveva il coraggio di definirsi. Un sognatore che, dopo essere entrato in violento contrasto con il potere degli Stati Uniti, riuscì comunque a combattere e vincere la sua battaglia e a diffondere nel mondo idee di amore, fratellanza, pace universali.

Give peace a chance o Immagine trasferivano ‘love’ dai rapporti personali, cantati dai Beatles, all’umanità, ai fratelli di tutto il mondo. Un’utopia straordinaria, già appartenuta ad altri sognatori caduti, come lui, sotto colpi d’arma da fuoco esplosi con lo stesso intento di distruggere i loro messaggi, oltre che le loro menti, i loro corpi: Mahatma Gandhi, assassinato a New Delhi il 30 gennaio 1948; Martin Luther King, ucciso a Mamphis, nello stato del Tennessee, Usa, il 4 aprile 1968.

Le loro grandi utopie costruite in un secolo caratterizzato da due terribili guerre mondiali, con decine di milioni di morti (Gandhi), contro il razzismo, che ancora imperversava (e purtroppo imperversa ancora) negli Stati Uniti (Martin Luther King), e dopo un’altra guerra, devastante anche moralmente, come quella del Vietnam.

Ma furono gli anni successivi alle morti di quei grandi utopisti che accaddero eventi del tutto diversi. Dopo Gandhi il mondo cercò di costruirsi una qualche forma di convivenza che almeno controllasse o limitasse i conflitti; dopo Martin Luther King, fu aperta una strada per il miglioramento delle condizioni umane degli afroamericani; dopo l’assassinio di John passarono solo 40 giorni e gli Stati Uniti si consegnavano alla presidenza Reagan, all’edonismo, a sistemi economici sempre più aggressivi che si diffusero rapidamente, a macchia d’olio. La voglia d’impegno che caratterizzò le giovani generazioni degli anni ’60 e ’70 lasciò il posto ad un carpe diem sfrenato. Per John Lennon e i suoi sogni, così come per i tanti dreamers come lui, nostalgia e rassegnazione.

Soltanto la nascita e il diffondersi massiccio del volontariato sta finalmente dando segnali di inversione di tendenza. Le Onlus, le Ong, tutte le iniziative umanitarie ci stanno dimostrando che l’Utopia, può trasformarsi in realtà. La tenacia con la quale John Lennon trasmetteva il suo messaggio sta finalmente raccogliendo buoni frutti.  E se lo strumento di diffusione al mondo delle idee di John era la musica, oggi l’incondizionato amore per l’umanità in quanto tale, senza etichette, lo si può ritrovare nelle pagine delle due encicliche, Laudato sì e Fratelli tutti, scritte da un uomo in abito bianco che sa parlare, senza preconcetti, a credenti e non credenti, a laici e religiosi. Due mondi molto distanti, certo, ma ugualmente forti, incisivi, determinati, a sconfiggere egoismi ed esclusioni, per unire tutti i popoli del pianeta in un grande abbraccio, senza conflitti, soprusi, muri, indifferenza.

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