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“Se ciascuno fa la sua parte, le mafie si possono sconfiggere”. Intervista con Paolo Siani

 

Trentacinque anni fa la camorra uccideva a Napoli Giancarlo Siani, giovane cronista del Mattino che combatteva, con la sola forza dei suoi articoli e del suo coraggio, contro la violenza dei clan che infestavano l’area vesuviana.

Trentacinque anni dopo ne ricordiamo la figura, l’impegno, la professionalità e l’esempio insieme a suo fratello Paolo, oggi deputato del PD, che non ha mai rinunciato a cercare la verità e si è sempre battuto affinché il ricordo di Giancarlo non si perdesse nell’oblio.

Chi era suo fratello prima di diventare giornalista?

Era un ragazzo assolutamente normale, molto sveglio e intraprendente, curioso e sportivo. Amava guardare il calcio e giocava a calcio e a pallavolo, diventando anche allenatore di una squadra di pallavolo, sia femminile che maschile. La sua innata curiosità lo ha indotto a svolgere uno dei mestieri più belli del mondo, ma va detto che era un ragazzo di tanti anni fa e all’epoca non c’era internet, non c’erano i cellulari e quindi bisognava consumare le scarpe e andare sui luoghi.

Mi viene in mente un paragone con la collega maltese Daphne Caruana Galizia, a sua volta assassinata nel 2017 per via delle sue inchieste scomode per il potere. Cosa raccontava suo fratello in famiglia? Aveva paura?

Giancarlo raccontava spesso le cose che faceva, ne parlavamo insieme e andava avanti nonostante mille difficoltà, tra cui il fatto che i suoi pezzi non venivano certo pubblicati in prima pagina. Raccontava quello che vedeva in una realtà complessa come Torre Annunziata: vedeva il malaffare nei vicoli della città e lo denunciava. Ricordo che la prima volta che vide, insieme al capitano dei carabinieri, un ragazzo ucciso per terra, si sentì male, provò un disagio fisico. Cercava di comprendere i rapporti fra malaffare e politica che, purtroppo, erano ben saldi, come è stato accertato, undici anni dopo, dal giudice D’Alterio.

Una volta gli chiesi se ritenesse pericoloso ciò che faceva e lui mi rispose di no, in quanto raccontava i fatti che erano accaduti, non qualcosa che non era ancora successo. Questa risposta, all’inizio, mi tranquillizzò: solo molti anni dopo ho capito che era l’unico che raccontava certe cose. Basti pensare che D’Alterio ha scritto in un libro che il sindaco di Torre Annunziata una volta disse al telefono: “Non posso fare una certa cosa perché la stampa ci sta addosso”. La stampa era Giancarlo.

Che rapporto aveva con i colleghi? Li accusava di omertà o aveva un rapporto di collaborazione?

Dei colleghi ne parlava poco ma non male, anche se in quegli anni il lavoro era individuale. All’epoca, per essere assunti, bisognava scrivere molto, e Giancarlo si lamentava per qualche assunzione “facilitata” ma lo aveva messo in conto. In pochi anni, scrisse un migliaio di articoli: un numero enorme per un ragazzo che ha cominciato a scrivere nell’80 ed è stato ucciso nell’85 a soli ventisei anni.

Giancarlo era anche un pacifista convinto.

Sì. Noi facevamo tante marce per la pace perché nel mondo c’erano molte tensioni. La celebre foto di Giancarlo con i simboli della pace è stata scattata a Roma, in piazza Esedra. Lui aveva sulla sua Vespa il simbolo “No Guerra” ed era, come detto, un pacifista convinto.

Che rapporto aveva con la politica? Cosa ne pensava?

I nostri genitori ci hanno insegnato a occuparcene e a seguirla attivamente. Papà ci “obbligava” a seguire le vecchie Tribune politiche e Giancarlo aveva un rapporto con la politica di rispetto e di attenzione. Nei confronti della politica di Torre Annunziata aveva poco rispetto e molta attenzione, avendo intuito che c’erano delle relazioni di affari tra i clan e la politica dell’epoca. Lo aveva intuito ma non lo poteva provare, a differenza di D’Alterio che riuscì a provarlo e a mettere in galera tre sindaci dell’area vesuviana.

Lei, in questo momento, è deputato. Che valutazione dà della sua esperienza?

Sono molto soddisfatto e ringrazio Matteo Renzi che mi ha dato quest’opportunità. È un mondo molto ricco, anche di persone eccellenti, che studiano molto e lavorano sodo in commissione. Le persone che ho scelto di frequentare sono ottime: collaboriamo, ci scriviamo, ci confrontiamo costantemente e questo ha rafforzato la mia convinzione che le persone competenti devono mettersi al servizio della propria comunità, sia pur per un periodo limitato di tempo.

Se fosse ancora vivo, forse quest’esperienza la starebbe facendo Giancarlo…

Chissà! Mi manca il confronto con mio fratello e questo, fra i tanti mali che arreca la criminalità, è uno dei peggiori. Sottrae capitale umano, cervelli, l’affetto e il contributo intellettuale che può dare una persona, impoverendo il nostro sistema. Non so se l’avrebbe fatta lui questa scelta ma se l’avessi fatta io, di sicuro mi avrebbe aiutato.

Mi ha detto Dario Vassallo, fratello di Angelo, il sindaco pescatore di Pollica: “Dell’eredità di mio fratello non è rimasto nulla”. Cosa è rimasto dell’eredità di suo fratello nei luoghi che frequentava?

Per fortuna, è rimasto molto. Ne ho la prova ogni anno in questi giorni, quando lo ricordiamo in modo più intenso. Tanti ragazzi che scelgono di diventare giornalisti qui a Napoli si ispirano a lui. Tanti ragazzi leggono i suoi articoli e lo considerano un esempio: un ragazzo normale, non un eroe. L’impegno nelle scuole ha dato i suoi frutti, anche se comprendo lo sconforto di Dario perché non avere giustizia è una tragedia. Io ho impiegato undici anni perché la verità venisse alla luce. È stato necessario trovare alleanze sul territorio affinché il ricordo di Giancarlo non restasse limitato alla famiglia.

Esiste anche la bella esperienza di Radio Siani.

Sta a Ercolano, in un bene confiscato a un boss della camorra. Sono ragazzi straordinari che compiono un indispensabile lavoro d’informazione.

Secondo lei, è stato un articolo in particolare o una serie di articoli a costare la vita a suo fratello?

È stata una serie di articoli, non solo uno. È stato il suo tamburellare su tante questioni che i mandanti del delitto non volevano che venissero raccontate. Una volta scrisse un articolo di spalla, secondario, in cui raccontò la chiusura di un negozio a Torre Annunziata, spiegando che si trattava di un esercizio che serviva alla camorra come copertura per il riciclaggio di denaro sporco. Giancarlo raccontava, dunque dava fastidio. E poi era solo: non c’era ancora Libera, non c’era il movimento anti-camorra, quindi era indifeso. A costargli la vita, probabilmente, fu l’articolo del 10 giugno 1985 in cui svelava un tradimento fra clan. Ma la verità è che la sua presenza continua e costante in quel territorio era considerata inaccettabile dai suoi assassini.

Come apprese la notizia dell’omicidio di suo fratello? Quale fu la prima reazione della vostra famiglia?

Io fui uno dei primi ad arrivare sul posto, mentre rincasavo dal turno in ospedale. Trovai le macchine della polizia ferme sotto casa e capii cos’era successo. La prima reazione fu un dolore talmente profondo che mi provocò un blocco di tutte le mie attività. Rimasi bloccato nel tentativo di limitare questo dolore, acutissimo in quei giorni, lo ricordo molto bene, e acuto ancora oggi che sono trascorsi trentacinque anni. Quel dolore, tuttavia, può generare molteplici reazioni. In me ha prodotto un senso di ribellione: Giancarlo non poteva finire così, in quella macchina, e pertanto ho cercato degli alleati. E ne ho trovati talmente tanti che non riesco più ad andare in tutte le scuole che mi chiedono di venire a parlare di mio fratello. Il suo ricordo, il suo nome e il suo volto devono rimanere impressi in chi c’era allora e in chi verrà dopo: questa è la mia missione.

Come valuta le nuove generazioni? Le trova più mature e consapevoli sui temi della legalità?

Assolutamente sì. Ho attraversato questi trentacinque anni all’interno della società e ho visto dei cambiamenti radicali sul tema. Ho visto crescere in modo esponenziale l’attenzione dei ragazzi su questi temi: una volontà di capire e di opporsi. In una recente manifestazione organizzata insieme a Repubblica, una ragazza di un liceo di Torre Annunziata ha affermato: “Poco è cambiato in questi anni”. Così mi sono avvicinato e le ho detto: “Invece è cambiato moltissimo. Trentacinque anni fa una ragazza come te non avrebbe mai potuto parlare nell’Aula magna della Federico II di Napoli di fronte alle autorità: sarebbe stata una cosa impensabile. Oggi non solo tu lo fai ma puoi raccontare agli altri come la pensi, ricevendo ascolto e considerazione”. Dico ai ragazzi: molto è cambiato, abbiamo compiuto grandi passi avanti. Si può fare di più, si deve fare di più, come dice don Ciotti ognuno deve fare la sua parte, ma non possiamo dire che è rimasto tutto come trentacinque anni fa perché non è vero e toglie la speranza. Come scrive D’Alterio nel suo libro: se magistratura, scuola, società civile e io aggiungo politica stanno dalla stessa parte, le mafie si possono sconfiggere. Però questi quattro elementi devono lavorare insieme, in squadra e con lo stesso obiettivo. Se uno dei quattro viene meno, ovviamente le mafie ne approfittano.

(Intervista andata in onda nella trasmissione L’Emiciclo il 21 settembre 2020)

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