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Porta Pia: quando la nostra storia cambiò 

 
Porta Pia costituisce uno spartiacque nella mai semplice storia del nostro Paese. Costituisce, infatti, il passaggio dal potere temporale al potere spirituale della Chiesa e la nascita dello Stato laico, secondo i principî liberali che avevano animato il risorgimento. La reazione di Pio IX fu furente: suo è il “non expedit” (non conviene) con cui venne inibita ai cattolici la partecipazione alla vita politica del neonato Stato unitario. Sembra incredibile se si pensa al ruolo decisivo che hanno avuto, nella vicenda politica nazionale, le personalità provenienti dal mondo cattolico, soprattutto nel dopoguerra ma anche prima, a cominciare da Murri e don Luigi Sturzo. Tuttavia, è ciò che accadde nei primi, delicatissimi decenni di vita del nostro Paese.
Porta Pia fu il passaggio decisivo per attribuire all’Italia la sua capitale naturale, per creare davvero quell’unità che altrimenti sarebbe rimasta solo sulla carta e per dar vita a una storia che continua ancora oggi ed è destinata a proseguire in futuro, trattandosi della conquista progrssiva di diritti, libertà e nuove prospettive.
La breccia di Porta Pia, con il coinvolgimento attivo di personalità epiche come Nino Bixio, è stato il passaggio decisivo verso la modernità. E anche la ricomposizione successiva, dal Patto Gentiloni ai Patti Lateranensi, fino all’articolo 7 della Costituzione, dimostra quanto fosse necessaria quella rottura per la stessa Chiesa, la quale venne liberata del fardello di un ruolo che non le sarebbe mai dovuto appartenere, pur essendo stata una delle sue ragioni di vita per secoli. E se con Pio IX il dialogo si rivelò impossibile, qualche decennio dopo, nel 1913, anno del Patto Gentiloni, papa Pio X, il clima era già radicalmente cambiato, grazie alla presa d’atto della complessità sociale di un’Italia che per andare avanti aveva bisogno tanto dei liberali quanto dei cattolici, dei socialisti e del nascente mondo operaio.
Lo spirito di Porta Pia è stato, pertanto, uno degli episodi più rivoluzionari di sempre, in una storia come la nostra in cui di rivoluzioni ce ne sono state poche e di momenti veramente eroici soltanto due: il Risorgimento e la Resistenza, “il nostro secondo Risorgimento”, come sosteneva il presidente Ciampi.
Porta Pia fu l’apice del Risorgimento, il suo degno compimento e la realizzazione pratica del principio cavouriano di “libera Chiesa in libero Stato”.
Centocinquant’anni dopo, nonostante tutto, possiamo dirci ancora eredi di quella rivolta, figli di quell’avventura umana prim’ancora che politica e beneficiari di un patrimonio di valori senza i quali nulla di ciò che abbiamo realizzato in questo secolo e mezzo sarebbe stato possibile.
La stessa Roma, al netto delle difficoltà in cui versa attualmente, il 20 settembre 1870 ha ritrovato la propria dignità, ottenendo lo status che le spettava e riscoprendo la propria grandezza. Senza la breccia, sarebbe annegata nel degrado, nei cattivi odori e nell’abbandono e, con ogni probabilità, l’Italia unita si sarebbe rivelata una costruzione effimera. Ricordare questa storia è il miglior modo per metterci al riparo dal rischio, mai così elevato, di una possibile disgregazione.

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