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Il mondo fermi Bolsonaro 

 
Sarebbe opportuno che i direttori dei principali giornali, italiani e internazionali, scrivessero un editoriale a più mani e lo pubblicassero sulla prima pagina delle rispettive testate: un editoriale sobrio ma estremamente fermo contro lo scempio che sta devastando l’Amazzonia.
Jair Bolsonaro non può essere considerato, infatti, un politico come tutti gli altri e nemmeno può essere trattato alla stregua di un soggetto che non ci piace ma che merita comunque rispetto, essendo stato legittimamente votato dagli abitanti del suo Paese. Tralasciando le manovre sporche che hanno defenestrato prima Lula e poi Dilma Rousseff, tralasciando il clima da anni Settanta che si respira in tutto il Sudamerica e tralasciando le politiche indegne che il nostro sta attuando nei confronti dei poveri, dei deboli, degli abitanti delle favelas e degli indios, la devastazione dell’Amazzonia non può essere derubricata a questione locale.

L’Amazzonia non appartiene solo al Brasile: né geograficamente né per il ruolo che riveste per la nostra salute. L’Amazzonia è un patrimonio dell’umanità e il mondo intero deve difenderla, proteggerla e prendersene cura. I roghi che la stanno annientando da quando Bolsonaro è diventato presidente, quasi tutti dolosi, terrificanti e in grado di distruggere l’ecosistema e mettere a rischio la sopravvivenza di una quantità imprecisata di specie animali e vegetali, tutto ciò dovrebbe indurre la comunità internazionale a proporre sanzioni durissime all’indirizzo del governo brasiliano.
La distruzione dell’ultimo polmone verde rimasto sul pianeta dev’essere considerata alla stregua di un’emergenza umanitaria. Come si interviene nei paesi sconvolti dalla guerra civile, dalla pulizia etnica e dall’odio che sfocia in genocidi e stragi, le Nazioni Unite devono interrogarsi se non sia il caso di varare una missione umanitaria per porre fine a una catastrofe dalla quale, nel caso si compisse, sarebbe impossibile tornare indietro.
Sono a rischio i nostri polmoni, i nostri ghiacciai, la temperatura del mondo che sta rendendo l’estate un inferno, la nostra economia e la nostra stessa sopravvivenza. Il 2020 è l’anno spartiacque, il cosiddetto “punto di non ritorno” e non si può restare inerti al cospetto di un uomo che si crede il padrone di un bene comune e che, per miopia, malvagità e incompetenza, sta mettendo a repentaglio l’avvenire di miliardi di persone.

Fermare Bolsonaro, tutelare gli indios della foresta, gli animali e le piante, contrastare la barbarie dilagante ovunque e sensibilizzare le persone, a cominciare dai ceti meno abbienti e spesso, purtroppo, meno acculturati, sulle conseguenze legate a politiche disumane e abiette è l’unica possibilità che abbiamo per non essere travolti.
Per questo, auspico che qualcuno riprenda quest’idea, che faccia suo quest’appello, che scriva queste cose da posizioni e in spazi più autorevoli di quelli cui ho accesso io, che l’informazione torni a svolgere il suo mestiere e che nessuno si senta al riparo, pensando dunque di potersi voltare dall’altra parte, perché non esiste un pianeta B e nemmeno un’altra Amazzonia. Se ci giochiamo le ultime aree verdi rimaste, la lotta per accaparrarsi la poca aria respirabile a disposizione comporterà guerre e violenze che renderanno il nostro futuro un incubo.

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