Family Act: tutto il peso scaricato sulle donne

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Agile e flessibile: parole magiche di questi tempi. Ma nel piano approvato dal governo scopriamo subito che le donne sono relegate, praticamente per legge, a “seconde”.

di Caterina De Roberto

Agile e flessibile. E per fortuna non smart come ci si poteva aspettare da un disegno di legge che si chiama Family act (sarà un omaggio al Jobs act?). Il piano di misure a sostegno della famiglia, presentato dalla ministra delle Pari opportunità Elena Bonetti e approvato dal Consiglio dei ministri, sotto la parola magica armonizzazione e un vestito all’apparenza ambizioso, sembra scegliere la solita strada, quella dove è compito delle donne tenere insieme figli e lavoro.
Magari a casa, come è successo in questi tempi di emergenza, ricaduta in larga misura sulle spalle delle madri costrette a moltiplicare il lavoro di cura e anche a reinventarsi maestre tra una riunione in video conferenza e l’altra.
Il legittimo sospetto viene dalla lettura del primo articolo dove si intende promuovere la parità di genere “favorendo l’occupazione femminile anche attraverso la predisposizione di modelli di lavoro agile o flessibile e incentivare il lavoro del secondo percettore di reddito”. E quel secondo già dice molto. Anzi, quasi tutto.
Agile e flessibile, dunque. Le mamme, si sa, lo fanno meglio, abituate come sono a barcamenarsi tra i colloqui a scuola (ma ora ci saranno ben cinque ore l’anno di permesso, che di solito bastano per un solo colloquio di un figlio) e le riunioni al lavoro. E se la strada per una rivoluzione culturale – dove l’armonizzazione dei tempi del lavoro e di quelli della famiglia sia una questione che riguarda davvero entrambi i genitori, e non esista un secondo percettore di reddito – è ancora lunga, sarebbe stato lecito attendersi un po’ più di coraggio.
Investimenti seri e importanti su asili nido e scuole dell’infanzia in tutto il Paese, per esempio. Magari ragionando se sia davvero equo un assegno universale per i figli spalmato, seppur in quota diversa, senza nessun limite di reddito. È vero che il Family Act prevede contributi per le rette di asili e scuole dell’infanzia, e questa è senz’altro una misura positiva, ma che non sarà capace di incidere nelle aree del sud dove i posti disponibili sono il 12 per cento rispetto al bacino di utenza. Un problema strutturale recentemente rilevato dalla stessa ministra.
Alcune misure sono già in vigore come la detrazione fiscale per gli affitti degli universitari o per l’attività sportiva dei figli minori. Altre, come il sostegno per i libri, le gite scolastiche, le attività culturali sono un segnale positivo anche verso l’eliminazione delle diseguaglianze sociali.
Si tratta in ogni caso di una strada ancora lunga e dagli esiti incerti. Il disegno di legge delega dovrà affrontare l’iter parlamentare e non è affatto scontato che tutte le misure previste siano presto attuate.
Nel frattempo le madri escono dal lockdown con una situazione peggiore: secondo Save the Children, per tre donne su quattro il carico di lavoro domestico è aumentato. Molto working, pochissimo smart.

Da giuliagiornaliste


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