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L’isolamento dei disabili, 4 mln di invisibili, con o senza Covid

 
La terribile comparsa della pandemia da coronavirus per gli oltre 4 milioni di cittadini italiani con disabilità ha rappresentato un ulteriore colpo alla qualità di vita di questo esercito “invisibile”.

 

Invisibile alle priorità della politica che ha relegato la condizione della disabilità nell’adulto ad un assegno di invalidità e nella scuola, spesso, a un intralcio piuttosto fastidioso.

L’isolamento per i disabili non è iniziato in Italia con il decreto Conte che chiudeva il Paese e non terminerà nella cosiddetta fase 2.

Le famiglie dei disabili sperimentano quotidianamente la solitudine e l’isolamento come una condizione ordinaria. Provate ad immaginare come una famiglia con un figlio disabile cognitivo (circa il 94% dei 275.000 studenti italiani) possa agevolmente scegliere di recarsi al cinema, andare in spiaggia o più semplicemente fare la spesa. Il distanziamento sociale è nel dna dei comportamenti acquisiti da ogni genitore di un disabile molto prima del lockdown da Covid.

È triste, malinconicamente triste, ma è la realtà.

Eppure l’Italia è il Paese europeo che per primo ha legiferato, oltre 40 anni fa, l’abolizione delle classi differenziali nella scuola e immaginato i processi di inclusione per i disabili come una possibilità da seguire concretamente.

Oggi la scuola dell’inclusione dei disabili è spesso ridotta ad uno strumento utilizzato dalle singole istituzioni scolastiche per ottenere dal Governo centrale professori e personale ATA. Svuotata  dei fondamenti etici dell’origine si è spesso ridotta ad uno strumento di contrattazione tra forze sindacali e politiche, che dei disabili avevano ed hanno scarso o nullo interesse.

Classi sempre più affollate, più alunni disabili per classe, insegnanti di sostegno arruolati nei modi più improbabili con il solo fine di svuotare le graduatorie sono state la bussola della scuola dei disabili negli ultimi 20 anni. I risultati sono esemplificati dall’esorbitante numero di ricorsi al TAR (oltre 30.000), che le famiglie hanno promosso ai danni del ministero dell’Istruzione per ottenere un numero minimo di ore di sostegno.

La chiusura delle scuole determinata dalla pandemia e i tentativi, talvolta efficaci, talaltra goffi, di trasformare la scuola delle persone con la didattica a distanza per gli alunni disabili ha rappresentato la ciliegina sulla torta.

Pressoché impossibile da realizzare con un alunno disabile cognitivo la didattica a distanza ha fatto completamente perdere il contatto con la realtà e le consuetudini. In questi 60 giorni più volte mi è capitato di raccogliere i racconti spaventati dei genitori per le crisi comportamentali dei loro figli.

L’educazione digitale è apparsa subito una modalità lontana dalla sensibilità “speciale” della stragrande maggioranza degli alunni disabili. La scuola per un alunno disabile è molto di più che un tempo orario: è un luogo di affetti, di relazioni irripetibili e di opportunità di riconoscersi assieme agli altri. Priva di queste caratteristiche la didattica a distanza non rappresenta nemmeno un lontano e pallido surrogato della scuola .

Non impressioni il lettore questa chiarezza, la scuola dei disabili ha bisogno anche di aule polverose, degli schiamazzi dei bambini e delle urla dei professori. Al di fuori di tutto questo non c’è scuola e i neuropsichiatri infantili, i docenti e le famiglie lo sanno bene… Continua su vociglobali

 

 

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