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Quarantena al quadrato. La pandemia tra le comunità rom e sinti

 
di Marzia Coronati. Giornalista Rai RadioTre

In classe di mia figlia, una quarta elementare di un quartiere a sud di Roma, due bambini non possiedono un computer. Dopo un lungo dibattere su come risolvere il problema, le maestre hanno deciso di non procedere con le video-lezioni ma di limitarsi ad assegnare dei compiti da svolgere sui libri di testo, decisione che ha scaturito lunghe e litigiose discussioni sulla chat della classe. In queste ore, quando ormai è chiaro anche alle pietre che la scuola sarà chiusa a lungo, ci si sta attrezzando per mettere quei due bambini nelle condizioni di accedere alla didattica a distanza e sono certa che tra un paio di settimane le cose andranno meglio, la situazione delle loro famiglie è un’eccezione nel contesto scolastico dell’istituto e al di là degli inciampi iniziali insegnanti e genitori potranno facilmente trovare una soluzione. Quando i bambini però non sono due, ma sono migliaia, e quando il contesto è molto più complesso, cosa accade? Basta affacciarsi in un campo rom d’Italia per avere una risposta immediata. La scuola è chiusa. Qualsiasi ponte è tagliato. Punto. Non esistono piattaforme Edmodo, non esistono chat di genitori e figli, non esistono assegni sui libri scolastici.

Nella sua imperturbabile orizzontalità, il virus sta operando cesure verticali e profonde tra classi sociali, marcando le disuguaglianze con una rapidità fulminea. Il cappio si stringe con più forza intorno al collo di chi già prima dell’emergenza respirava a fatica e in questa primavera virulenta la miopia di certe politiche sta producendo velocemente i suoi frutti amari. Non riconoscere lo status di minoranza alle comunità rom e sinti d’Italia, rispondere al problema della casa con la costruzione dei campi rom, portare ai margini le fragilità, sono tutte decisioni che adesso tornano indietro come boomerang. Oggi i ghetti sono bombe a orologeria pronte ad esplodere, dei ventimila rom e sinti che vivono nei campi di in tutta Italia, 6000 sono a Roma, dove la situazione è più critica, seguita da quella degli insediamenti campani di Napoli e Giugliano e da quello calabrese di Scordovillo.

Una recentissima indagine dell’Associazione 21 luglio sull’impatto del decreto #iorestoacasa operata su 3500 rom dei campi romani evidenzia le conseguenze devastanti della quarantena: ci sono container di venti metri quadri dove vivono sei o sette persone, insediamenti realizzati per trecento unità dove ne vivono seicento, non sono state distribuite misure di protezione e nessuna istituzione si è preoccupata di fare informazione su come attrezzarsi per contingentare la pandemia, e poi spesso chi prova ad uscire dai campi è rispedito indietro dai vigili. Non solo: ci sono le fogne a cielo aperto e la mancanza di acqua in alcuni insediamenti, condizioni che evidentemente impediscono di mettere in pratica le norme igieniche richieste, esistono numerosi casi di persone con febbre o con tosse ma il più delle volte i malati nascondono i loro sintomi per paura di essere additati come untori e cacciati dal campo. Piccoli traslocatori, raccoglitori di ferro, commercianti dell’usato, musicisti, hanno cessato improvvisamente le loro attività e già dai primi giorni di quarantena i beni di prima necessità, cibo e acqua, sono venuti a mancare. Nessuno è in possesso dei requisiti necessari per accedere agli ammortizzatori previsti dal governo – i famosi 600 euro per i lavoratori autonomi e i bonus spesa – e sin da subito le uniche risorse sono state quelle messe in campo del volontariato e dalle associazioni, che in queste ore sono intente in un lavoro di advocacy mirato a modificare l’avviso pubblico e a eliminare le discriminazioni. Una volta che si risolverà la questione del cibo e dell’acqua nei campi, bisognerà provvedere alla sanificazione, affiancare i malati, stare vicino ai bambini che non hanno più nessun contatto con la scuola.

Alla situazione dei campi si affianca poi la tragica condizione che in questo momento accomuna quindicimila lavoratori e lavoratrici. Sono i giostrai rom e sinti che lavorano a partita iva, oberati da tasse e bollette, strozzati dai mutui necessari per pagare le loro giostre. Spesso questi lavoratori non fanno parte di nessuna rete sociale e oggi si trovano totalmente abbandonati,  questo sarebbe stato il  periodo in cui si parte con l’attività, dopo la fisiologica pausa invernale, ma adesso tutto è fermo, fiere e piazze cancellate, e i seicento euro non sono sufficienti neanche per riempire il frigo delle loro numerose famiglie, la  vita itinerante li ha bloccati in comuni che spesso non conoscono, tagliati fuori da qualsiasi servizio o relazione con il contesto. «Quindicimila persone non sono poche, è un problema sociale che può essere paragonato con quello dell’Ilva, per intenderci» mi racconta Dijana Pavlovich, attivista per i diritti dei rom e dei sinti.

Qualche giorno fa un economista spiegava perché sia fuorviante il parallelismo tra questa emergenza e la guerra. In primis, ha detto, oggi non sono venuti meno i beni di prima necessità e, fortunatamente, non rischiamo di morire di fame. Gli invisibili dei ghetti non rientrano nelle analisi macroeconomiche.

Da confronti

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