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Morire di coronavirus per raccontare il contagio

 

Paolo Micai era un cameramen e giornalista. Molti suoi colleghi continuano a lavorare senza le adeguate protezioni e per cinque euro a pezzo

“Paolo Micai aveva una storia professionale molto bella, ma soprattutto, era uno che sapeva trovare il lato positivo in tutte le cose”. Marcello Zinola, ex segretario dell’associazione dei giornalisti liguri e cronista per quarant’anni, di cui venti condivisi con Micai, lo ricorda così. Il cameramen e giornalista genovese, morto per essere stato contagiato dal coronavirus, era per molti un collega e per tanti anche un amico. Si è ammalato mentre lavorava senza gli adeguati strumenti di protezione personale e ci ha rimesso la vita. “Paolo è una pagina della mia vita. Questa maledetta malattia se l’è beccata lavorando fin dai primi giorni in trincea. Le mascherine se l’era trovate lui da solo, come anche altri suoi colleghi. Probabilmente all’inizio aveva anche lavorato senza alcuna protezione”. Il dolore per Paolo, l’angoscia per altri tre colleghi, attualmente ricoverati per covid-19, uno dei quali lavorava spalla a spalla con Micai.

Il terrore, infine, che i casi potrebbero non fermarsi a quattro, perché questo è il rischio che corre, ogni giorno, un esercito di tele-cine-operatori pronti ad arrivare per primi sul posto, a dare la notizia, a girare le immagini migliori, che poi rivenderanno per cinque euro lordi al pezzo. Tre euro e settantacinque centesimi, sottratte le spese e la previdenza. Nell’emittenza, considerato un servizio essenziale, si continua a lavorare senza sosta e si fronteggia a viso aperto (e a volte anche scoperto) non solo il virus del covid-19, ma anche quello del precariato. “Per l’online, Il Secolo XIX paga 3 euro lordi la notizia, 5 o 10 o 15 euro se è un servizio. L’Ansa paga 5 o 10 euro i collaboratori esterni, che abbiano 20 anni e siano giornalisti in erba, o ne abbiano 50 e si siano ritrovati senza lavoro”. Marcello Zinola sa bene di questo mondo perché lo ha conosciuto (lui stesso precario per undici anni), lo ha raccontato e continua a combatterlo con il suo impegno nel sindacato, “quando hai il sedere al caldo, non puoi dimenticarti di chi non ha neanche la sedia”.

Zinola conosce bene anche la storia professionale di Paolo Macai, emblematica di quanto accade alla maggioranza dei foto-cine-giornalisti. Una storia costellata di scoop, come le immagini uniche sul crollo del ponte Morandi, ma anche caratterizzata dalla parabola verso il basso da dipendente Mediaset a freelance. Quando il centro di produzione genovese viene chiuso, Micai viene impiegato dalla società che esternalizza i servizi richiesti da Mediaset, ma in seguito è costretto a mettersi in proprio e ad aprire una società di produzione. “Non siamo stati abbastanza fortunati, o abbastanza bravi”, Zinola non nasconde l’amarezza nel ricordare la battaglia persa per la vertenza che aveva riguardato Paolo e altri suoi colleghi e che, in qualche modo, ha segnato irrimediabilmente la sua vita lavorativa, fino all’ultimo servizio pagato con la vita. Nel settore, infatti, ci si muove soprattutto attraverso partite iva e contratti co.co.co, pur fornendo immagini, servizi e testi che garantiscono una copertura piena. Eppure, “ci si deve arrangiare, detto proprio brutalmente, perché ai colleghi non viene fornita alcuna dotazione per la sicurezza dalle aziende a cui vendono i servizi”.

Una lotta per la sopravvivenza, in un mondo fatto di freelance che producono il 50/60 per cento sul totale dei prodotti editoriali e i cui primi avversari sono i direttori: “Il servizio lo voglio comunque, la foto me la devi portare”. O peggio ancora, una guerra tra deboli, in cui se “io mi rifiuto di essere pagato dieci euro lordi per andare in giro senza neanche una mascherina, c’è qualcun altro che accetta di farlo per 9”. Manca il potere contrattuale per dire no, per rifiutare di rischiare il contagio lavorando senza garanzie per la propria incolumità. Il problema, però, fa notare Zinola, non riguarda soltanto i freelance, se si pensa che la stessa Rai associa alla produzione giornalistica i girati provenienti dagli operatori di servizi esterni. “Mi hanno impressionato, qualche giorno fa, le immagini della conferenza stampa della Croce Rossa Nazionale: il direttore senza mascherina e davanti, tutti i colleghi ammassati, anche loro senza alcuna protezione”.

Zinola fa anche l’esempio della Regione Liguria, dove le mascherine sono state distribuite dal presidente Toti, sotto la sede in piazza dei Ferrari, ad un assembramento di giornalisti. Per gli inviati delle redazioni giornalistiche e delle emittenti televisive, la situazione non è molto diversa. Quelli che reggono la giraffa riescono, quanto meno, a mantenere la distanza di sicurezza. Ma poi ci sono tutti gli altri: decine di operatori e giornalisti a meno di un metro gli uni dagli altri, concentrati sui loro tablet per montare in tempi record dieci clip da un minuto e mezzo l’una, da inviare alle testate per cui lavorano. “È vero, noi cronisti dobbiamo stare sul pezzo, dare la notizia, andare sul posto. È vero, non ci può bastare il comunicato di un ufficio stampa, dobbiamo seguire il flusso, andare lì dove c’è l’emergenza. Ma bisogna anche farlo in sicurezza e con un poco di buon senso”.

Zinola sa che la macchina dell’informazione non si può fermare. Ma ricorda i rischi che si corrono, anche da un punto di vista deontologico, se l’ufficio stampa di un ospedale diffonde la foto di una paziente uscita dalla riabilitazione e la stampa la fa circolare per ore, prima di oscurarne l’identità. Si corre il pericolo di farsi sopraffare dall’ansia di prestazione, ma “secondo me si può fare: limitarsi, senza intaccare il pluralismo” La grande difficoltà, conclude Zinola, a volte sta anche nel dialogo con i colleghi coinvolti. “Ci si sente rispondere che non hanno alternativa, che devono lavorare. La Fnsi, l’Ordine dei Giornalisti e la Slc Cgil si sono mosse per quello che hanno potuto. Ma è un mondo difficile da intercettare, perché estremamente atomizzato”. Eppure bisogna continuare a provarci, Zinola ne è convinto, “chi di noi ha uno stipendio degno di questo nome non può dimenticarsi dei colleghi che, dopo aver lavorato quanto noi, a fine giornata aprono il cassetto e ci trovano dentro dieci euro lordi. Comprese le spese”.

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