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Formazione, parte il terzo triennio. Ci crederemo un po’ di più?

 

Gennaio 2020 vuol dire anche l’avvio del terzo triennio della formazione professionale continua per i giornalisti. I famigerati crediti. Tra scarso entusiasmo e polemiche sono trascorsi già sei anni. Gli obblighi di legge difficilmente scaldano i cuori, ma quantomeno andrebbero osservati. E sembra che la percentuale di quanti finora non abbiano ottemperato a tale obbligo non sia di poco conto. Peccato, perché al di là delle ricadute disciplinari, l’idea di una formazione che possa accompagnare i giornalisti – come tutti i professionisti iscritti agli albi professionali – durante il corso della carriera rischia di tramutarsi in una occasione mancata non solo in termini di conoscenza nozionistica, ma anche e soprattutto in termini di assenza di nuove relazioni.

Una categoria in crisi nera, come quella dei giornalisti – e più in generale di tutti i comunicatori – dovrebbe letteralmente correre davanti a nuove opportunità. Ebbene, la formazione professionale rappresenta una prospettiva nuova, soprattutto per i più giovani e per chi è in cerca di lavoro. A ogni incontro le distanze si azzerano. I professionisti più navigati, a volte relatori e a volte semplici corsisti, si mescolano alle nuove leve. Nascono amicizie e collaborazioni, ci si scambiano biglietti da visita e curriculum. Nascono opportunità, appunto.

Da questo punto di vista va riconosciuto il ruolo di grande stimolo avuto finora dall’Ordine dei Giornalisti, dal Consiglio Nazionale, e dalla Federazione della Stampa che nel corso dei primi due trienni ha fatto in modo che l’offerta diventasse sempre più ampia (e sempre gratuita!). Così come un ruolo non secondario va riconosciuto – per chi gravita intorno alla Capitale – all’associazione Stampa Romana che ha letteralmente inondato di corsi la piattaforma Sigef.

Certo, se la formazione professionale continua per giornalisti avesse anche un aggancio concreto con il mondo del lavoro sarebbe fantastico. È esattamente l’anello che manca per congiungere in modo ideale due parti che dovrebbero essere fortemente connesse. Purtroppo non è così. O non è ancora così. Ma è proprio l’impegno che OdG e Sindacato dovrebbero tentare di prendere, soprattutto in tempi di ‘magra’ come quelli che stiamo vivendo, tra crisi chiusure e vertenze.

‘Formazione’ deve tornare ad andare in coppia con ‘lavoro’, altrimenti i corsi a lungo andare diventeranno sterili passerelle di gente che promuove sé stessa davanti a gente che non ha alcuna voglia e/o interesse di starli ad ascoltare. E sarà tutto inutile.

Oggi le opportunità legate alla formazione sono di fatto demandate alla buona sorte e alla buona volontà di ci partecipa, ma se queste occasioni si spostassero, ad esempio, nei contesti giusti forse la prospettiva potrebbe cambiare. Ovvero, se le aziende editoriali aprissero le proprie sedi – qualcuna lo fa – anche ai corsi di formazione, ospitando colleghi esterni, aprendo letteralmente le porte, l’impatto stesso dei corsi sarebbe diverso.

Il ‘tavolo dei relatori’ all’interno di location sempre più comode e belle va bene fino a un certo punto. Una fetta sempre più consistente di giornalisti non frequenta i corsi per mettere un paio di firme e sperare che la mattinata passi presto, ma è lì perché è in cerca di dritte sul proprio destino e indicazioni sulle proprie scelte. È lì, sempre più spesso – ahinoi! – perché non sa più dove sbattere la testa, e magari spera di incontrare e conoscere qualcuno proprio in quelle occasioni. Cosa che a volte capita. Ecco, creiamo le condizioni perché capiti sempre più spesso.

Ultima annotazione: entro giugno si sarà votato e saranno stati rinnovati ben 8 consigli regionali, per altrettante giunte. Tanti giornalisti e comunicatori si muoveranno per le campagne elettorali, ma soprattutto cercheranno collocazione nel dopo-campagna. Ecco, su questo fronte una buona formazione dedicata alla comunicazione politico/istituzionale – ce n’è pochissima di qualità in Italia – sarebbe utile. Anzi, urgente. Pensiamoci, prima di convincerci che la differenza stia tutta nel saper ‘postare’ e ‘twittare’, perché per questo basta assumere un qualunque teenager.

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