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Turchia, altri arresti di giornalisti mentre la Cedu pronta a condannare il Paese per l’inchiesta su Gezi Park

 

A poche ore dall’udienza dinanzi alla Corte europea per i diritti umani che potrebbe concludersi con la condanna della Turchia per  il caso di Osman Kavala, filantropo e intellettuale turco accusato di terrorismo insieme a decine di giornalisti e attivisti coinvolti nell’inchiesta su Gezi Park, un tribunale turco ha confermato l’arresto di due giornalisti di Mezopotamya, agenzia di stampa filo-curda.

Sadiye Eser e Sadık Topaloğlu erano stati prelevati rispettivamente dalle proprie abitazioni a Istanbul martedì scorso dagli uomini dei servizi di sicurezza. Per entrambi l’accusa è di “appartenenza a un’organizzazione illegale” basata sulla testimonianza di un collaboratore di giustizia anonimo.

L’avvocato di Eser e Topaloğlu, Özcan Kılıc. ne aveva chiesto il rilascio sottolineando che il testimone non avesse fornito prove concrete ma i giudici della Terza Corte del tribunale di Istanbul hanno rigettato la sua istanza.

La repressione mediatica, e di gran parte dei diritti del popolo turco, voluta dal governo e dal Partito per la giustizia e lo sviluppo, la formazione del presidente Recep Tayyip Erdogan, è andata ampliandosi dal fallito colpo di stato del luglio 2016.

Nonostante la revoca dello stato di emergenza nel luglio 2018, Ankara ha continuato ad arrestare decine di giornalisti e a o porre divieti di viaggio.

La Turchia mantiene un record globale di giornalisti incarcerati con oltre 170 colleghi dietro le sbarre, secondo un recente rapporto dell’International Press Institute.

Ma la repressione non si è abbattuta solo sugli operatori dell’informazione. È degli ultimi giorni l’ennesimo giro di vitenel Paese contro sindaci ed esponenti del partito filo-curdo Hdp.

Tre amministratori locali nella provincia orientale di Van, eletti lo scorso 31 marzo, e due co-sindaci (l’Hdp distribuisce ogni carica tra un uomo e una donna) sono stati arrestati sabato scorso con l’accusa di “terrorismo” per presunti legami con il Pkk.

Secondo il partito, la stretta è frutto di una strategia delle autorità di Ankara mirata a intensificare la pressione su iscritti ed elettori per ‘paralizzare’ l’Hdp in vista del congresso previsto a febbraio. La scorsa estate erano già finiti in manette i sindaci delle tre maggiori città curde in Turchia, compresa la ‘capitale’ Diyarbakir. Numerosi amministratori sono inoltre stati destituiti e sostituiti da commissari di nomina governativa.

In carcere da oltre tre anni resta anche l’ex leader del partito  e candidato presidente, Selahattin Demirtas. Ieri, come era già avvenuto nei giorni scorsi, è stato portato in ospedale dopo una crisi respiratoria.

Il partito ha denunciati che per giorni non gli era stato permesso di essere visitato da medici fuori dalla prigione, malgrado fosse stato trovato svenuto in cella.

Nonostante le sue condizioni, dopo essere stato sottoposto ad accertamenti – tra cui una risonanza è una colonscopia –  Demirtas è stato riportato in cella.

Come lui migliaia di persone arrestate dal fallito golpe del 2016 restano in carcere con accuse mai provate e altre stanno subendo la stessa sorte.

Il finto stato di diritto’ in Turchia non garantisce più nessuno.

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