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Morire da cristiani

 

di Daniele Garrone. Professore di Antico Testamento alla Facoltà valdese di teologia

Eutanasia e suicidio assistito sono tornati al centro dell’attenzione pubblica per alcuni fatti recenti. Il 25 settembre, la Corte costituzionale ha ritenuto “non punibile” chi «agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli» e, «per evitare rischi di abuso nei confronti di persone specialmente vulnerabili», ha subordinato la non punibilità al rispetto di alcune modalità. Immediate le reazioni. I vescovi della Cei hanno espresso «il loro sconcerto e la loro distanza da quanto comunicato dalla Corte Costituzionale» nel timore che dalla decisione possa derivare una «spinta culturale implicita […] per i soggetti sofferenti a ritenere che chiedere di porre fine alla propria esistenza sia una scelta di dignità». In questo, hanno ripreso quanto aveva affermato il 20 settembre papa Francesco ricevendo la Federazione nazionale degli Ordini dei medici: «Respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia».

Il 28 ottobre è stata sottoscritta in Vaticano una “Dichiarazione congiunta delle religioni monoteiste abramitiche sulle problematiche di fine vita” che esclude perentoriamente eutanasia e suicidio assistito: «Ci opponiamo a ogni forma di eutanasia – che è un atto diretto deliberato e intenzionale di prendere la vita – così come al suicidio medicalmente assistito che è un diretto, deliberato e intenzionale supporto al suicidarsi – in quanto sono atti completamente in contraddizione con il valore della vita umana e perciò di conseguenza sono azioni sbagliate dal punto di vista sia morale sia religioso e dovrebbero essere vietate senza eccezioni».
L’umanizzazione della morte deve essere affidata al “sostegno comunitario”, alla “assistenza spirituale” e alla promozione delle cure palliative. Temi complessi, in un intreccio di questioni giuridiche, etiche, personali. Temi su cui immediatamente si creano fronti opposti: l’affermazione di ciò che non si può accettare prevale sul confronto di argomentazioni e motivazioni.

Ognuno dei pronunciamenti che ho sommariamente citato suscita interrogativi e richiederebbe analisi approfondite. Non lo posso fare qui. Mi limito a porre alcuni interrogativi e a formulare alcuni auspici per una discussione pubblica che porti a colmare costruttivamente il vuoto legislativo in materia. Credo sia fondamentale partire dal dramma di chi liberamente e consapevolmente chiede di essere lasciato morire, di essere aiutato a morire e anche di essere fatto morire e non dalle derive e dagli abusi che un eventuale accoglimento di queste richieste si teme potrebbero causare. Comunque la si pensi, credo che sul fronteggiare le derive non ci siano dubbi. Ciò che rimane è la drammatica richiesta di chi soffre. Nella discussione entrano in gioco visioni diverse della libertà umana; diverse concezioni del rapporto tra morale o valori religiosi e il diritto in uno stato laico e pluralistico (non tutto ciò che è – per tutti o per qualcuno – moralmente problematico o disdicevole è per questo vietato o perseguito). Anche tra credenti, possono sussistere visioni diverse sulla vita come dono di Dio e sul modo di vivere responsabilmente, davanti a Dio, questo dono. I “casi limite” che le richieste di aiuto a morire pongono possono essere affrontati soltanto sulla base di principi o di giudizi perentori? O non deve pesare la dimensione della compassione, cioè la ricerca di ciò che chi chiede aiuto sente essere per il suo bene?

Gli interrogativi potrebbero moltiplicarsi, ma pensando alle discussioni che ci attendono, vorrei che fossimo capaci di ascoltare ciò che non ci aggrada e di interrogare a nostra volta, prima di rispondere; di dire solo ciò che ci sentiamo di argomentare; di problematizzare ancora quando ci sembrasse di aver trovato una soluzione semplice. Forse non è poco in un tempo in cui sembra che le posizioni personali debbano essere basate sulle percezioni, più che sui fatti e i dati, in cui ci si pronuncia prima di aver ascoltato, in cui di fronte alla complessità si è spinti a semplificare. Forse, così, prenderemo decisioni sagge ed eque.

Da confronti 

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