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All’alba di un nuovo mondo: l’Occidente, il sé e l’altro

 

Analisi del testo All’alba di un nuovo mondo di Angelo Panebianco e Sergio Belardinelli (ilMulino, 2019)

Da alcuni anni ormai è tornata a circolare in Europa, come anche negli Stati Uniti d’America, la “cupa profezia” sull’incipiente tramonto dell’Occidente. L’ottimismo liberaldemocratico e l’euforia di vittoria, che seguirono la fine della Guerra Fredda, hanno lasciato ampio spazio al timore di un futuro minaccioso.

Secondo Yascha Mounk, scrittore, accademico e relatore esperto sulla crisi della democrazia liberale e sulle cause di origine e diffusione dei populismi, ritiene oggi possibile immaginare che le democrazie liberali siano in procinto di lasciare il posto a democrazie illiberali. Ovvero governi delle maggioranze che si accompagnano all’affievolimento, se non alla soppressione, dei diritti individuali di libertà.

Per Angelo Panebianco, è ovvio ormai che la società aperta occidentale, “con i suoi gioielli” (la rule of law, il governo limitato, i diritti individuali di libertà, la democrazia, il mercato, la scienza), sia o appaia a rischio.

Nel suo saggio L’Europa sospesa tra Occidente e Oriente, riporta la visione di “molti osservatori” secondo i quali la prova più evidente del venir meno della volontà di tanti europei di scommettere sul futuro è l’invecchiamento demografico che interessa vari Paesi europeo-occidentali. Sottolinea Panebianco come lo smettere di fare figli determina, sul piano macrosociale, cambiamenti di vasta portata. Ma è anche il segnale di una visione collettiva pessimistica del futuro. È necessario inoltre pensare alle difficoltà che mostrano le società occidentali in rapporto alla questione dell’accoglienza e dell’integrazione degli immigrati.

“Crisi demografica e difficoltà di fronteggiare le conseguenze sociali, economiche e politiche dell’immigrazione extraeuropea (in Europa) o latinoamericana (negli Stati Uniti) segnalano quella che diversi osservatori attenti alle idee circolanti, agli orientamenti culturali prevalenti, interpretano come una crisi morale che sta minando la fiducia in sé stesse delle società occidentali, ne sta corrodendo il tessuto sociale.”

Crisi che potrebbe inoltre aver favorito l’insorgenza e la diffusione dei movimenti populisti, sviluppatisi praticamente in ogni Paese occidentale. Formazioni politiche che hanno in comune nazionalismo, ostilità alle tradizionali ancore internazionali – atlantismo, europeismo – delle democrazie liberali, predilezione per politiche di chiusura delle frontiere sia per le persone (politiche anti-immigrati) sia, in alcuni casi, per le merci (protezionismo economico).

Per Panebianco, l’insorgenza populista arriva al termine di un lungo processo di erosione dei vecchi equilibri. Un lento ma incisivo fenomeno di indebolimento degli intermediari politici che, nell’analisi del filosofo francese Bernard Manin, ha caratterizzato il passaggio dalle vecchie democrazie di partito alle nuove “democrazie del pubblico”. I vecchi legami fra elettori e partiti sono stati sostituiti da rapporti diretti, non mediati, fra leader e pubblici generando una situazione che renderebbe le democrazie molto più instabili di un tempo, condizionate dalla volubilità delle opinioni pubbliche e dalla conseguente, elevata volatilità delle arene elettorali.

Diverse sono le scuole di pensiero che si contendono la spiegazione di tali epocali cambiamenti. La più diffusa, e fors’anche la più condivisa dagli occidentali, attribuisce la responsabilità a tre cause concomitanti:

  • La lunga crisi economica mondiale cominciata negli anni 2007-2008.
  • La pressione esercitata sugli equilibri politici delle democrazie occidentali dall’incremento dei flussi migratori registrato negli ultimi anni.
  • L’aumento, nel caso dell’Europa, dell’insicurezza collettiva a causa degli attentati e della minaccia continua di cui è responsabile il terrorismo jihadista.

Una diversa scuola di pensiero vede invece in ciò che sta accadendo la conseguenza, forse irreversibile, di processi di lungo periodo. Ed è riscontrabile proprio in questo la maggior differenza tra le due linee di pensiero.

Per la prima scuola saremmo di fronte a una fase transitoria assolutamente reversibile nel momento stesso in cui si registrerà una ripresa della crescita economica (con conseguente riassorbimento della disoccupazione), un migliore controllo da parte dei governi e dell’Unione Europea dei flussi migratori in entrata e, infine, una decisa strategia di contrasto al terrorismo.

Per la seconda scuola invece siamo in presenza di un cambiamento “strutturale, di riduzione della forbice, di perdita del primato occidentale”.

Visione quest’ultima condivisa anche da Kishore Mahbubani, preside e docente della Lee Kuan Yew School of Public Policy presso la National University di Singapore già membro del corpo diplomatico di Singapore, il quale afferma che è dagli inizi del XXI secolo che la Storia ha svoltato, ma l’Occidente ancora si rifiuta di ammetterlo e di adattarsi a questa “nuova epoca storica”. Il Resto del Mondo ha compreso come poteva replicare il successo occidentale nella crescita economica, nella sanità, nell’istruzione… Ora, si domanda Mahbubani, come è stato possibile che l’Occidente non se ne sia accorto?

Nella fine della Guerra Fredda l’Occidente tutto ha voluto vedere il trionfo indiscusso della sua supremazia. Sbagliando, secondo Mahbubani. Innanzitutto perché la “vittoria” non è imputabile a una supremazia reale dell’Occidente ma al collasso dell’economia sovietica. Inoltre, l’Occidente tutto si è lasciato “distrarre” dagli eventi dell’11 settembre del 2001. Nessuno, in tutto il mondo occidentale, ha messo in luce che “l’evento più gravido di conseguenze storiche del 2001 non era l’11 settembre. Era l’entrata della Cina nel WTO (World Trade Organization)”.

“L’ingresso di quasi un miliardo di lavoratori nel sistema mondiale degli scambi avrebbe per forza di cose avuto come risultato una massiccia ‘distruzione creativa’ e la perdita di molti posti di lavoro in Occidente.”

Nell’agosto 2017, una relazione della Banca dei Regolamenti Internazionali confermava che l’ingresso di nuovi lavoratori provenienti dalla Cina e dall’Europa Orientale nel mercato del lavoro era la causa di “salari reali in declino e della contrazione della quota del lavoro nel reddito nazionale”.

Angelo Panebianco, nel suo saggio, riporta per esteso la visione di diversi osservatori per i quali si è ormai entrati nella fase di passaggio dalla breve stagione dell’unipolarismo americano a un nuovo multipolarismo nel quale Stati Uniti e Cina, pur essendo le due potenze più forti, dovranno comunque fare i conti con altre potenze, quali Russia, India, forse anche Brasile, Indonesia, Sud Africa.

Un multipolarismo nascente che, per Panebianco, si innesta su un mondo attraversato da diversità culturali e da scontri di civiltà, e di cui nessuna ancora conosce le dinamiche di sviluppo e funzionamento. Nessuno sa se da esso deriverebbero stabilità e ordine oppure, all’opposto, instabilità/precarietà e disordine.

Come si muoverà e quale ruolo avrà l’Unione Europea in questo nuovo scacchiere internazionale?

La questione delle migrazioni, unitamente alla crisi dei debiti sovrani, ha alimentato un diffuso quanto inedito sentimento di ostilità verso l’UE entro settori sempre in crescita dell’elettorato, aprendo sempre più spazi a movimenti di protesta che combinano antieuropeismo e volontà di chiusura delle frontiere all’immigrazione extra europea.

In realtà, sottolinea Panebianco, l’antieuropeismo montante è più un effetto che una causa. La quale andrebbe ricercata piuttosto nei “vizi all’origine” della costruzione europea.

“Fu l’America lo sponsor esterno che favorì l’integrazione europea (in funzione antisovietica). Fu l’America che garantendo militarmente la sicurezza europea consentì alle istituzioni comunitarie di ‘specializzarsi’, di dedicare ogni sforzo al perfezionamento del mercato europeo, alla crescita e al finanziamento di misure di protezione sociale.”

In buona sostanza, l’accordo era: “il warfare agli Stati Uniti e il welfare all’Unione Europea”. Ciò ha reso impossibile sviluppare un’autonoma politica europea della sicurezza.

Il secondo vizio d’origine, per Panebianco, consisteva nella tradizionale vaghezza della meta finale, dello scopo del processo di integrazione.

“Quando con la moneta unica l’integrazione europea fece un salto di qualità, il problema della necessità di far seguire all’unificazione monetaria una qualche forma di unificazione politica o, per lo meno, qualche deciso passo istituzionale in quella direzione, entrò nell’agenda politica. Ma non appena si cominciò seriamente a parlare di ‘unificazione politica’ le magagne (fino a quel momento nascoste sotto il tappeto dalle élite europee) vennero fuori.”

Come si può fare un’unificazione politica quando non è possibile stabilire con sicurezza dove vadano collocati i confini? A Est e a Sud dove sono i confini dell’Europa? Si chiede Panebianco, per il quale laddove è ancora difficile stabilire con esattezza chi è dentro e chi è fuori, non è neanche lontanamente immaginabile costruire una comune identità politica.

“L’Europa diventa sempre più fragile, sempre più debole. Ciò costituisce un’imperdibile occasione per predatori affamati e con zanne e artigli affilati.”

Emblematica questa narrazione figurativa utilizzata da Panebianco, il quale rappresenta i potenziali predatori di una sempre più fragile e debole Europa come bestie affamate dotate di zanne e artigli affilati. Un passaggio che rimanda alla Letteratura di viaggio o meglio, tornando ancora più indietro nel tempo, alle narrazioni epiche e/o cavalleresche, laddove i nemici da combattere e sconfiggere, complice la paura, assumevano nella mente dell’autore prima, nelle pagine scritte e nell’immaginario collettivo poi  connotati sempre più primitivi, animaleschi, mostruosi, diabolici o satanici.

Panebianco rievoca l’immagine di questi figuri parlando della conquista economica della Cina di Xi Jin Ping, che sta attuando il suo progetto di “neoimperialismo economico (con inevitabili risvolti politici”.

Neoimperialismo che rimanda inevitabilmente a quello non “neo”, subito dalla Cina e da tanti altri paesi asiatici e africani, allorquando furono essi stessi a doversi misurare con predatori affamati armati non solo di zanne e artigli affilati ma di munizioni, fucili, baionette e cannoni.

Angelo Panebianco teme il neoimperialismo economico e, soprattutto, i suoi inevitabili risvolti politici. La sua tesi è che se viene meno il primato occidentale – ovvero il potere finora esercitato dal “blocco” statunitense-europeo, più il Giappone -, non c’è altro ordine internazionale possibile. Prevarrebbe il caos per l’assenza di un enforcer dell’ordine, una potenza o un blocco di potenze con la capacità economica, le risorse coercitive e la volontà politica di creare le condizioni di un ordine internazionale. Solo il mondo occidentale ha, per l’autore, le risorse, culturali prima ancora che politiche, economiche e militari, per creare per lo meno un embrionale, imperfetto quanto si vuole, ordine internazionale liberale, ossia in linea di principio accettabile dalla maggior parte dei viventi.

Le potenze autoritarie, nella visione di Panebianco, possono aumentare, se le condizioni lo consentono, le proprie chance di influenzare altri Paesi ma difficilmente possono anche dare vita a un ordine internazionale stabile. Coloro che vivono sotto il giogo delle potenze autoritarie sono pronti, appena ne hanno la possibilità, a ribellarsi.

“L’ordine autoritario genera continui e diffusi focolai di resistenza, genera disordine. Crea esso stesso le condizioni per la propria sconfitta.”

Palese quindi che solo un ordine liberale sia in grado di garantire stabilità, prosperità e crescita, economica ma anche sociale e culturale. Meno ovvio invece appare chi sarà alla “guida” del nuovo “ordine internazionale legittimo” visto che lo stesso Panebianco ammette che, laddove l’Occidente non ponga rimedio ai tanti problemi interni, non è poi così scontata la sua leadership.

L’Occidente dovrebbe prima:

  • Rilanciare (ma evidentemente anche ristrutturare) i rapporti interatlantici.
  • Migliorare l’integrazione europea.
  • Trovare il modo di ricostituire – mediante innovazioni istituzionali ancora da inventare – un equilibrio oggi spezzato fra la competenza dei pochi e il diritto dei più di far sentire la propria voce negli affari pubblici.

In buona sostanza, l’Occidente dovrebbe andare nella direzione opposta a quella verso cui sta andando, ovvero seguire il medesimo percorso che starebbero invece seguendo i suoi emulatori, secondo l’analisi di Kishore Mahbubani.

“Per millenni, le società asiatiche sono state profondamente feudali. La ribellione contro ogni genere di mentalità feudale che ha preso impulso a partire dalla seconda metà del XX secolo è stata enormemente liberatoria per tutte le società asiatiche. Milioni di persone hanno smesso di essere spettatori passivi e si sono trasformati in agenti attivi del cambiamento, evidente nelle società che hanno accettato forme democratiche di governo (India, Giappone, Corea del Sud, Sri Lanka), ma anche in società non democratiche (Cina, Birmania, Bangladesh, Pakistan, Filippine), che lentamente e costantemente stanno progredendo. E diversi paesi africani e latino-americani guardano ai successi asiatici. Cinquanta anni fa, pochi governi asiatici credevano che una buona governance razionale potesse trasformare le loro società. Oggi questa è la convinzione prevalente. Siamo vicini al paradosso. Gli asiatici hanno appreso dall’Occidente le virtù della governance razionale, eppure mentre i livelli di fiducia asiatici stanno risalendo molti occidentali stanno perdendo la fiducia nei propri governi.”

Il testo di Panebianco possiede e trasmette una visione del mondo molto occidentalocentrica, ignorando del tutto o quasi l’assunto portato avanti, per esempio, da Iain Chambers, docente di Studi culturali e media e Studi culturali e postcoloniali del Mediterraneo all’Università l’Orientale di Napoli, per il quale “l’occidentalizzazione del mondo non significa che l’Occidente sia diventato il mondo”.

Differente impostazione presenta invece il secondo saggio che va a comporre il libro edito da ilMulino. La Chiesa cattolica e l’Europa di Sergio Belardinelli tratta degli aspetti spirituali della contemporanea civiltà europea.

Che cosa succede nel momento in cui in Europa, il continente che per secoli è stato il cuore della fede cristiana, la gran maggioranza degli abitanti sembra non essere più interessata a questa fede?

E che cosa succede nel momento in cui la Chiesa cattolica sembra interessarsi sempre meno dell’Europa, rivolgendosi invece ad altri mondi, come l’America Latina, l’Africa o l’Asia?

Come le istituzioni politiche europee hanno perduto la fiducia dei cittadini europei, allo stesso modo, secondo Belardinelli, si direbbe che la Chiesa cattolica ha perduto la loro fede. Il loro problema non risiederebbe tanto nella evidente autoreferenzialità, quanto piuttosto nel fatto che esse operano su loro stesse e verso l’esterno come se fossero mere organizzazioni e soltanto in vista della loro autoconservazione. Naturale allora che, per certi versi, Stato e Chiesa si riducano a macchine burocratico-amministrative, “sempre più incapaci, l’uno, di generare senso civico, senso di fiducia e di appartenenza a una comunità, e, l’altra, di generare quella fede, quelle forme di vita ecclesiali, diciamo pure, quel senso di trascendenza di cui potrebbero avvantaggiarsi tutti gli altri sistemi sociali”.

La fede cristiana sta diventando impotente, non soltanto nei confronti della politica, ma di qualsiasi altro ambito della vita sociale. In buona sostanza, Belardinelli sottolinea come politica, scienza, arte, architettura… non sanno più che farsene della fede.

Gli autori affermano che, guardandosi intorno, si realizza presto di stare assistendo all’alba di un nuovo mondo, che essi vorrebbero comunque governato dal “realismo liberale” occidentale pur dovendo ammettere di non conoscere quali ne saranno i contorni e i caratteri. Nessuno in realtà lo può ancora sapere in quanto “molto dipende dal realismo con il quale la nostra e le generazioni che seguiranno sapranno affrontare le sfide che incombono”.

Bibliografia di riferimento

  1. Panebianco, S. Belardinelli, All’alba di un nuovo mondo, ilMulino, Bologna, 2019

(collana Voci, pp, 132, parte prima: L’Europa sospesa tra Occidente e Oriente, Angelo Panebianco; parte seconda: La Chiesa cattolica e l’Europa, Sergio Belardinelli)

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