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Quando in Polonia iniziò l’abisso 

 
Ottant’anni dal patto Molotov-Ribbentrop e dal maledetto giorno in cui la Germania nazista invase la Polonia per rivendicare il “lebensraum”, lo spazio vitale, nella certezza errata che sarebbe stata una guerra lampo e, soprattutto, che l’avrebbe vinta imponendo definitivamente il proprio dominio al resto dell’Europa.
Ottant’anni dall’inizio del più grande abisso dell’umanità, con circa sessanta milioni di morti e una frase di Churchill che andrebbe scolpita nelle menti e nei cuori di chiunque governi in ogni epoca: “Non c’è casa nel mondo che non pianga una vittima”.
Ottant’anni e il pensiero corre a luoghi come Auschwitz e la Risiera di San Sabba, il campo di Fossoli e via Tasso, Parigi sotto assedio e Londra bombardata, il Vélodrome d’Hiver e Stalingrado; senza dimenticare la devastante ritirata dei soldati italiani dalla Russia e il fallimento totale della campagna sul fronte greco-albanese, di cui l’eccidio di Cefalonia, ordinato da Hitler in seguito alla proclamazione dell’Armistizio e alla straordinaria decisione della divisione Acqui di resistere alla potenza di fuoco tedesca, costituisce solo il tragico apice.
Ottant’anni e sappiamo bene che nulla è stato più come prima, tanto che gli equilibri mondiali sono tuttora dettati dalle conseguenze di quel drammatico conflitto, a cominciare dal ruolo preponderante degli Stati Uniti e dal declino sempre più marcato di un’Europa tuttora in crisi di identità e incapace di ritrovare il ruolo di primo piano che aveva avuto nei quattro secoli precedenti.
Ottant’anni e la sensazione, condivisa da alcuni storici, tra cui il grande Ernst Nolte, che le due guerre mondiali siano state in realtà un unico conflitto durato trent’anni e capace di macchiare per sempre l’immagine del Vecchio Continente, privandolo di ogni prospettiva di sviluppo autonomo.
Ottant’anni e ancora ci affligge la domanda se morire o meno per Danzica, con tutto ciò che essa ha comportato, con il dolore che quella mattanza ha inflitto all’umanità, con l’inferno che si è portata dietro.
Ottant’anni e non abbiamo ancora superato lo shock per un incubo che non ha mai smesso di minacciarci, al pari del lascito sconvolgente di due bombe atomiche che hanno proiettato il concetto stesso di guerra in un’altra dimensione, sottintendendo, da quel momento in poi, la possibilità della distruzione totale.
Ottant’anni e un addio collettivo: alla dignità umana e a quello che Stefan Zweig aveva definito, parlando del primo conflitto mondiale, “il mondo di ieri”.

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