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A 15 anni dalla morte di Enzo Baldoni sono ancora troppi i lati oscuri

 

In Iraq in quel mese di agosto del 2004 le temperature sfioravano in alcuni località i 50 gradi all’ombra. Qualcosa di simile l’avevo vissuto precedentemente in Afghanistan. I cameraman dovevano avvolgere le mani in uno straccio per afferrare le ingombranti telecamere lasciate al sole per qualche minuto. Anche ad aprire le portiere dell’automobile si rischiava di ustionarsi le dita lasciando lembi di pelle sulle serrature incandescenti. Il sole non dava tregua. E le continue interruzioni dell’energia elettrica mandavano in tilt i condizionatori d’aria, i computer e tutte le attrezzature indispensabili per lavorare. Le giornate cominciavano drammaticamente tutte eguali. La sveglia per noi inviati suonava puntuale con il boato di una esplosione: l’ennesima bomba quotidiana collocata dai terroristi negli affollati mercati di Baghdad nell’ora di punta, intorno alle 7 del mattino, poiché già intorno alle 11 tutti facevano precipitosamente rientro nelle loro abitazioni per evitare ulteriori rischi. E così nelle strade di Baghdad si aggiravano solo fantasmi e nervosi soldati statunitensi dal grilletto facile.

Il clima era pesante, e si conviveva con il rischio di essere rapiti. Nel mirino giornalisti stranieri, operatori delle organizzazioni non governative e quanti potevano diventare oggetto di ricchi riscatti. Restare bloccati nel traffico era un serio pericolo: qualcuno armato poteva avvicinarsi al finestrino e sparare direttamente alla testa o costringere l’ostaggio a seguirlo docilmente. Insomma non erano passeggiate di salute. In questa Baghdad surreale (che mi ricordava il film di fantascienza “Occhi bianchi sul pianeta terra” con Charlton Heston) Enzo Baldoni arrivò con il suo vitalistico carico di curiosità e voglia di raccontare. Io finii il mio “turno” di lavoro per tutte le testate Rai intorno al 20 di agosto dopo più di un mese di intenso lavoro e quindi non incrociai questo collega con cui, immagino, non sarebbe stato difficile avviare un bel rapporto di amicizia.

Oggi a 15 anni dalla sua uccisione il “caso Baldoni” continua ad essere uno dei tanti ed irrisolti misteri italiani, l’ennesimo. Enzo fu rapito a Najaf il 20 agosto 2004 dall’Esercito Islamico dell’Iraq, gruppo della galassia terroristica legata ad Al Qaeda, dopo aver consegnato aiuti per conto della Croce Rossa alla popolazione locale sotto assedio delle truppe statunitensi. Nel viaggio di ritorno l’auto su cui viaggiava (che guidava la colonna della Croce Rossa) fu fermata dall’esplosione di una mina. Enzo ed il suo autista furono trascinati via dai rapitori mentre il resto de convoglio proseguì il viaggio per non esporsi al rischio di attacchi. In un video i terroristi diedero l’ultimatum all’Italia per il ritiro delle truppe entro 48 ore, poi l’omicidio del giornalista e blogger presumibilmente avvenuto il 26 di agosto, 5 giorni dopo il sequestro. Al dolore della morte, la famiglia di Enzo ha dovuto aggiungere l’odissea del recupero dei resti del loro caro, riportati in Italia solo nel 2010.

A distanza di 15 anni la vicenda resta ancora avvolta nella nebbia e con tanti punti oscuri. Non è mai stata fatta chiarezza sul ruolo della Croce Rossa Italiana che non diede l’autorizzazione alla missione per portare gli aiuti a Najaf mentre Enzo fu definito come “uno spericolato cacciatore di scoop”. Nessuna chiarezza è stata fatta anche sul ruolo di un quotidiano (sempre lo stesso, ancora oggi in azione sugli stessi fronti e con i medesimi giornalisti) che in due articoli denigrò la figura di Baldoni definendolo un “pacifista col kalashnikov impegnato in vacanze intelligenti” in una commistione perversa tra giornalismo prezzolato, informazione distorta e servizi segreti deviati che sono una malapianta ancora oggi difficile da estirpare.
I governi che dal 2004 ad oggi si sono succeduti hanno sempre annunciato ai quattro venti di voler far chiarezza sui tanti misteri italiani che dagli anni ’60 ad oggi hanno inquinato ed insanguinato il paese.
Inutile ricordare al prossimo esecutivo che la verità su Enzo Baldoni è un obbligo civile per i suoi familiari, per l’informazione tutta ed i cittadini.

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