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Rai. La principale mission sia lavorare a stimolare la coesione sociale

 

La polemica sulla Rai è quotidiana ed intensa: in agenzia si susseguono gli scontri tra esponenti politici, ma in tante parole non trova spazio il tema della sua riforma. Ci si accalora su questa o quella conduttrice entrata o uscita dai palinsesti, mentre la necessità di ripensare obiettivi e organizzazione del servizio pubblico sembra non interessare nemmeno gli addetti ai lavori. A rompere questo silenzio è venuta, assai opportuna, l’iniziativa organizzata a Roma nella sede del Cnel da Articolo 21, Eurovisioni, Fnsi, Usigrai, Adrai, Slc-Cgil e Fondazione Di Vittorio. Renato Parascandolo ha giustamente messo in evidenza la grande rilevanza del passaggio dall’organizzazione per media all’organizzazione per generi, al quale la Rai è chiamata secondo il muovo modello proposto dall’amministratore delegato Fabrizio Salini.

Ma l’indispensabile discussione sulla struttura organizzativa porta con sé, a mio avviso, due altre questioni fondamentali, che se non vengono affrontate e risolte saranno piombo nelle ali di qualsiasi nuovo assetto.

La prima è la legge di riforma della governance. Questione annosissima, per di più aggravata dal dissennato intervento col quale, nella scorsa legislatura, il centrosinistra ha voluto rafforzare ancora di più il peso dell’Esecutivo nel controllo della Rai. A dispetto della stanchezza che l’obiettivo può suscitare il nodo resta decisivo, perché l’essere di proprietà del governo di turno è letale per la legittimazione della Rai presso i cittadini. Come dimostrano, tra l’altro, i dati delle indagini semestrali sulla cosiddetta corporate reputation, che puntualmente attestano uno scarto solo all’apparenza paradossale: il giudizio del pubblico sui programmi Rai va dal buono all’ottimo; il giudizio sull’azienda, sul ‘marchio’ Rai, si abbassa invece di parecchio. Perché mai, se i programmi piacciono? Ma perché la Rai è considerata poco indipendente, al servizio di chi comanda in quel momento (nota bene: il problema è nato molto prima di questa legislatura). E’ essenziale dunque sottrarre la Rai alla proprietà governativa e portarla in sicurezza, recuperando gli spunti delle numerose proposte di legge che si sono accumulate da almeno 15 anni e che individuano modalità non troppo diverse tra loro per frapporre un ‘cuscinetto’ tra l’azienda di servizio pubblico e la politica che vuole averne il controllo. Questa riforma rimane determinante anche rispetto al potenziale nuovo assetto organizzativo: non sta scritto da nessuna parte, infatti, che la lottizzazione praticata negli anni in maniera tanto scientifica sulle reti debba magicamente farsi da parte all’arrivo delle direzioni di genere.

La seconda questione, non meno rilevante, riguarda il mandato del servizio pubblico. Si sta rapidamente esaurendo, nel dibattito politico-mediatico, l’attenzione suscitata per qualche giorno dai test Invalsi: un terzo degli adolescenti incapace di comprendere davvero un testo, e la quota cresce al Sud. Un campanello d’allarme non dissimile da quello che suona ogni volta che guardiamo alle statistiche Ue sull’istruzione, dove siamo agli ultimi posti sia per i titoli di studio che per le risorse investite. Del resto, siamo il Paese in cui – come rivelano i dati Auditel sui consumi online, disponibili da un paio di settimane – i video di gran lunga più visti sugli smartphone sono quelli di Temptation Island, “docureality dei sentimenti” e dei tradimenti…Siamo lo stesso Paese che per qualche settimana ha discusso appassionatamente di un personaggio immaginario come Mark Caltagirone.

Cosa c’entra tutto questo con la Rai? Io credo che c’entri parecchio. I dati sull’istruzione, ancor più per quello che ci dicono del Meridione, rimandano duramente ai nostri problemi di coesione sociale, vale a dire esattamente all’obiettivo che il Contratto di Servizio Stato-Rai, in vigore dal marzo 2018 per 5 anni, pone in testa ai doveri del servizio pubblico: lavorare a stimolare la coesione sociale. Questo è il mandato che alla Rai è chiesto di far vivere, e al quale finalizzare tanto i nuovi modelli organizzativi quanto le nuove offerte. Da tifoso del servizio pubblico (oltre che da suo dipendente) sono stato ben contento di apprendere che sarà Fiorello in autunno a dare una spinta ulteriore alla diffusione di Rai Play. Ma vorrei che l’apporto di un fuoriclasse come lui fosse parte di un progetto più ampio, nel quale l’aggancio dei giovani e giovanissimi al digitale Rai sia pensato anche con l’obiettivo di ridurre le lacerazioni che segnano il tessuto sociale italiano. “Concezione pedagogica della tv”, obietterà qualcuno. Forse è vero, ma non c’è da vergognarsene. Fa “pedagogia”, e nel modo peggiore, anche chi propone per settimane di seguito in prima serata la truffa di Mark Caltagirone.

Alla Rai il Contratto di Servizio chiede di mettere a punto specifici indicatori per misurare la capacità dei suoi programmi di produrre o no coesione sociale. Il Marketing di viale Mazzini ha già cominciato il lavoro, ma credo sia importante coinvolgere nell’affinamento di questi strumenti anche gli studiosi che hanno avanzato anni fa la proposta e i soggetti sociali che sono interessati ad un servizio impegnato a “ricucire” il Paese.

E’ a questi soggetti – il terzo settore, il mondo della scuola e dell’università, l’ambientalismo, le reti delle donne, solo per citarne alcuni – che il servizio pubblico deve guardare se vuole contrastare i rischi crescenti di isolamento. Perché rispetto alla politica la Rai è da anni sola, o quasi: è stata di colori diversi la campagna che ha additato e ancora addita al disprezzo collettivo il canone, che pure è uno dei più bassi d’Europa. E anche nel panorama dei media le novità disegnano attorno alla Rai un ambiente sempre più ostile: da non trascurare la campagna che La7 (proprietà di Urbano Cairo) fa dalle pagine del più importante quotidiano italiano, il Corriere della Sera (proprietà di Urbano Cairo): “La7, il tuo servizio pubblico senza canone”. Il giorno dopo la presentazione dei palinsesti Rai a Milano, il Corriere ha scelto di dare il richiamo in prima a Massimo Giletti: “Resto a La7, qui sono libero”.

Sulle solidarietà e gli appoggi scontati di un tempo la Rai non può più contare: inutile invocare la vecchia “centralità”. Quello che può fare è invece motivare in modo nuovo, proprio in riferimento alla coesione sociale, l’insostituibilità del servizio pubblico ai tempi del digitale, dei social, dei discordi di odio, della apparente sovrabbondanza di informazioni, di canali, di supporti. Legando a questa missione anche il ripensamento dell’organizzazione.

Roberto Natale, coordinatore Comitato tecnico-scientifico di Articolo 21

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