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Magistratura e politica, superato il confine dell’intimidazione

 

Gian Carlo Caselli 

Si può perdere il senso della misura ricoprendo contemporaneamente le cariche di vice presidente del consiglio e di ministro degli interni (oltre che di segretario del proprio partito)?

Alcuni spunti di riflessione al riguardo sono offerti da Alfano e Salvini, per vicende che coincidono appunto con la concentrazione nelle loro mani di tali cariche. Nonostante le responsabilità di governo, il primo (maggio 2013) aveva disinvoltamente partecipato a pubbliche e vistose manifestazioni di piazza contro la magistratura di Milano, colpevole di aver condannato Berlusconi. Il secondo, oggi, è un fiume in piena che scarica attacchi, contumelie e insulti assortiti contro la GIP di Agrigento che, sul controverso caso dei naufraghi salvati da Carola Rackete, ha disatteso le sue aspettative.

In verità per Salvini si tratta di un “vizietto” che sembra prescindere dalle cariche governative. Perché già nel febbraio 2016, in un comizio in provincia di Torino, aveva usato parole leggiadre: “Qualcuno usa gli stronzi che male amministrano la giustizia; difenderò qualunque leghista indagato da questa schifezza che si chiama magistratura italiana che è un cancro da estirpare”.

Del resto, nel nostro Paese è da oltre 25 anni (esaurita la “parentesi” di Tangentopoli e Mafiopoli) che si registra trasversalmente, nei poteri forti, la tendenza ad avere dalla magistratura “servizi” piuttosto che decisioni imparziali, per cui i giudici indipendenti e gelosi di questo loro status sono mal tollerati. Con un crescendo di semplificazioni da osteria, ossessivamente riproposte fino a trapanare i cervelli (a forza di ripeterle anche le fandonie più clamorose – un classico quella dei giudici che fanno politica – finiscono per sembrare vere…); con il dilagare dell’idea, terribilmente italiana, di una giustizia “à la carte” valida per gli altri ma mai per sé; con la perversa pretesa di valutare gli interventi giudiziari unicamente in base all’utilità per sé e per la propria cordata. Un quadro che – oggi come ieri – pone il problema se sia giusto gettare pregiudizialmente fango su un magistrato sol perché non è in sintonia con le tesi care al potere, applaudendo invece, sempre a priori, il magistrato che “piace”. Che poi significa chiedersi dove sta la linea di confine fra attacco e intimidazione.

Intimidazione che ormai sembra potersi addirittura trasferire nella riforma della giustizia che sull’onda delle polemiche di questi giorni viene preannunziata a gran voce, con toni di vendetta. Ultimo capitolo di un malvezzo che si è articolato a colpi di “leggi ad personam”, lodi assortiti, commissioni bicamerali e sistematici dinieghi di autorizzazioni a procedere. Con sullo sfondo una “inefficienza efficiente”, vale a dire l’irredimibile agonia di un sistema giustizia che per certi versi appare funzionale alla tutela di chi non vuole mai pagare dazio.

Un circolo vizioso, finalizzato a “limare le unghie” della magistratura, che si dovrebbe spezzare nell’interesse dei cittadini. Perché l’indipendenza della magistratura è un loro privilegio, non un privilegio della “casta” dei magistrati, posto che costituisce l’unica speranza di poter aspirare ad una legge uguale per tutti. Una speranza che la separazione delle carriere (per arrivare subito al dunque) affosserebbe del tutto. Mentre occorre difenderla anche dall’avvelenamento dei pozzi che una parte della stessa magistratura (con le pratiche vergognose ed autolesionistiche rivelate dalle cronache) va realizzando, servendo su un piatto d’argento – a chi non aspetta altro – l’occasione di regolare finalmente i conti coi giudici.

Intendiamoci: il “primato della politica” è un fatto… Continua su liberainformazione

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