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Magistratura e politica. La degenerazione correntizia nell’inchiesta della Procura di Perugia

 

L’inchiesta della Procura di Perugia sull’ex Presidente dell’ANM ed ex CSM Luca Palamara, indagato per corruzione, ha portato, come è noto, alle dimissioni di ben quattro componenti del CSM, due della corrente di M.I. Corrado Cartoni e Antonio Lepre, due della corrente di Unicost Pierluigi Morlini e Luigi Spina (quest’ultimo indagato per favoreggiamento del Palamara), mentre un quinto componente, Paolo Criscuoli è “rimasto in autosospensione” (che non si sa bene che cosa sia perché giuridicamente non esiste l’istituto dell’ “autosospensione”). Costoro sono accusati di avere avuto incontri “clandestini”con il Palamara, uomo forte di Unicost, con il deputato-magistrato Cosimo Ferri, ancora oggi “ras” di M.I. nonché con il deputato del PD, imputato, Luca Lotti per discutere delle nomine dei Procuratori di Roma e Perugia e di quella del Palamara a Procuratore aggiunto di Roma.

La recente vicenda non è altro che l’ultimo e più torbido effetto di quella perversa degenerazione correntizia che sta portando alla disintegrazione, se non dell’intero sistema giudiziario, sicuramente dell’organo di autogoverno oramai da tempo occupato e presidiato dalle correnti associative. Tale degenerazione si sostanzia nella lottizzazione di incarichi direttivi, anche ai più alti livelli, (molto spesso “appannaggio” di ex CSM), di prestigiosi incarichi extra-giudiziari, di posti nell’ambìto massimario della Cassazione, nelle commissioni del concorso in magistratura, nel direttivo della Scuola Superiore della Magistratura, ecc.. Soggetti attivi di queste spartizioni sono i componenti del CSM, espressi dalle rispettive correnti, ma spesso “orientati” dai vertici delle correnti medesime, che non disdegnano di ricorrere ad accordi ed alleanze trasversali sottobanco (anche con membri laici) onde avere il controllo del CSM; tutto ciò con il supporto di magistrati-segretari, di fiducia delle correnti, per redigere “medaglioni” (profili dei magistrati) necessari alla bisogna.

Tale degenerazione era stata denunziata da pochi magistrati e da alcuni opinionisti tra i quali il giornalista d’inchiesta Riccardo Iacona che aveva dedicato un intero capitolo del suo libri “Palazzo d’Ingiustizia” al “sistema delle correnti” che si erano impadronite dell’organo di autogoverno. Ma tali accuse erano cadute nel più assordante silenzio. Si è dovuto toccare il fondo perché i vertici dell’ANM emettessero il loro grido di dolore: “C’è una gigantesca questione morale che investe la magistratura. Dobbiamo ripensare alla degenerazione del correntismo e carrierismo. Ci sono magistrati che si sono costruiti appositi percorsi” (così Luca Poniz, MD, neo Presidente dell’ANM); “saremmo perduti se non ci discostiamo da quelle degenerazioni. La vicenda del C.S.M. è aberrante. È impensabile che si sia potuto arrivare a tanto” (così Giuliano Caputo, Unicost, segretario generale dell’associazione).

E bisognava scendere nel fango disvelato dall’inchiesta di Perugia per sentire il V. Presidente del CSM, ex deputato del PD, Davide Ermini affermare che è necessario “recuperare l’etica della funzione”, “basta degenerazioni correntizie e giochi di potere”, “riscatto o saremo perduti”; e per sentire il Capo dello Stato, che presiede il CSM che, con durissime parole, parla di “un quadro sconcertante ed inaccettabile”, innanzi ad un plenum nel quale i consiglieri, contriti ma riverenti, hanno “invocato l’aiuto del Presidente” e “si affidano alla sua guida, al suo costante consiglio”. Ora, in realtà, non si comprende cosa possa o debba fare il Presidente della Repubblica il quale, del resto, ha già correttamente puntualizzato che “la Costituzione non gli attribuisce il compito di formulare ipotesi o avanzare proposte”. Si sono, quindi, elevati gridi di dolore e invocazioni di aiuto; nessuno, però, ha fatto la cosa più semplice, più logica, più giusta: indicare quella soluzione che consentirebbe effettivamente di “voltare pagina” come ha affermato perentoriamente il Capo dello Stato. Questa soluzione è lo scioglimento delle correnti. Se veramente si vuole il “riscatto” va eliminata quella che è oramai la causa riconosciuta delle degenerazioni, delle lottizzazioni, delle logiche spartitorie che è costituito dalle correnti dell’ANM. Ciò va fatto subito anche per evitare che il potere politico approfitti del discredito e del disonore che si è abbattuto sull’ordine giudiziario per approvare leggi che riducano l’indipendenza e l’autonomia dei magistrati che, nella stragrande maggioranza, sono corretti e laboriosi e nulla hanno a che fare con i giochi di potere delle correnti che hanno inquinato il CSM.

Si convochi subito l’assemblea dei soci e si proponga lo scioglimento delle correnti che hanno, da tempo, esaurita la loro funzione che negli anni 1960 – 1980 conferì maggiore democrazia ad una magistratura reazionaria e conservatrice. Ciò non significa affatto vietare ai magistrati il diritto di associarsi loro costituzionalmente riconosciuto dall’art. 18 della Carta, perché il loro diritto di associarsi – e costituire un’associazione di categoria – viene assicurato e, di fatto, esercitato con l’iscrizione alla ANM per poter liberamente discutere, all’interno di essa, dei loro problemi nel confronto delle diverse opinioni. È evidente che la costituzione all’interno dell’associazione di gruppi di soci non ha nulla a che vedere con il già esercitato diritto di associarsi, ma finisce per risolversi nella creazione di centri di potere o di pressione ove può anche accadere che chi “comanda” nel gruppo, e si trovi ad essere indagato, possa rivolgersi per chiedere indebitamente aiuto al P.G. della Cassazione e a membri del CSM appartenenti al suo gruppo o, di converso, possa complottare per “colpire” e “togliersi dai coglioni” magistrati integerrimi.

Questo è il compito del CSM e della ANM senza necessità di pericolosi interventi esterni: si espellino per sempre dalla magistratura “i signori delle tessere”, i “pupari delle toghe” (così definiti da “La Repubblica” del 24/06) che si sono resi responsabili di esecrabili violazioni etiche e deontologiche in totale contrasto con i doveri fondamentali dell’ordine giudiziario ed hanno leso gravemente – come ha stigmatizzato il Capo dello Stato – il prestigio e l’autorevolezza non solo del CSM ma anche dell’intero ordine giudiziario; si eliminino le correnti anche nelle loro articolazioni periferiche sì che di esse non resti traccia alcuna e si impedisca qualsiasi tentativo di ricostituire all’interno dell’ Associazione gruppi autonomi (di pressione). Si riparta da zero e solo così i membri togati del CSM – oramai svincolati dall’influenza delle non più esistenti correnti – riconquisteranno la consapevolezza di essere non rappresentanti di un gruppo, bensì rappresentanti di un organo di rilevanza costituzionale e, quindi, <<devono>>, secondo il combinato disposto degli artt. 56, 97 e 98 della Costituzione: a) <<essere al servizio esclusivo della Nazione>>; b) <<assicurare il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione>>; c) <<svolgere le funzioni pubbliche con onore e dignità>>.

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