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La vicenda di Noa Pothoven. Più che giudicare, rispetto e comprensione

 

Vicenda penosissima, quella di Noa Pothoven, la ragazza olandese diciassettenne che chiede e ottiene di poter morire. Penosissima e amara; si tratta di una sconfitta: di Noa, e di un mondo che non ha saputo aiutarla a ridare un senso alla sua vita. Un senso di amarezza perche’ ci si sente impotenti, come quando apprendi di ragazzini che muoiono di fame o malattia in qualche desolata landa dell’Africa; di disperati che annegano in quel catino che e’ il Mediterraneo, colpevoli solo di cercare di fuggire un destino fatto di fame, guerra, miseria; di bambini, vecchi, donne vittime di conflitti che non vogliono combattere, che subiscono per ragioni e interessi che sono loro estranei: che non comprendono e non conoscono.

   Pena, amarezza, senso rabbioso di impotenza perche’ si tratta di tragedie che vanno al di la’ dell’umana comprensione, e fortunato chi ha una cosi’ radicata fede in entita’ soprannaturali, e a quelle si affida: riesce a immaginare che vi sia in tutta questa sofferenza e dolore comunque un “disegno”, una ragione, una logica,per quanto indecifrabile.

   Ma per tornare a Noa: si affastellano una quantita’ di dubbi, pensieri. Il primo: chi siamo noi per poter dare un giudizio, sia di consenso, sia di condanna? Chi ci autorizza a emettere, in un senso o nell’altro, una sorta di sentenza: se sia giusto, se sia sbagliato; se si possa, e quale sia la soglia oltre la quale non si puo’ andare?

    Vale anche per gli inossidabili laici, non solo per i credenti cattolici, quell passaggio del Vangelo di Matteo che dice: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?…Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti…“.

   La storia di Noa e’ complessa; merita rispetto e comprensione. ’    Noa chiede e ottiene l’eutanasia, legale nei Paesi Bassi, dopo anni di sofferenze psichiche provocate da diverse violenze sessuali subite a partire da quando ha 11 anni. In tutti questi anni ha sempre detto di non sopportare più di vivere a causa di una invincibile depressione provocati dagli stupri subìti, da stress post-traumatico e anoressia. Una storia tremenda, terrificante, raccontata in un libro autobiografico, “Winnen of leren”, “Vincere o imparare”.

    Nell’ultimo post, Noa pubblica sua foto, accompagnata da un lungo messaggio, un “saluto”,  che si conclude con una faccina che manda un bacio, e le parole “con amore, Noa”: “Ho pensato a lungo se lo avrei dovuto condividere qui, ma alla fine ho scelto di farlo…Vado dritta al punto: entro massimo 10 giorni morirò. Dopo anni di lotte, la lotta è finita. Ho smesso di mangiare e di bere e dopo difficili confronti è stato deciso che potrò morire perché la mia sofferenza è insopportabile”.

   Noa, quasi con un senso di liberazione (che suscita ancora piu’ pena, amarezza), scrive: “E’ finita, non ero viva da troppo tempo, sopravvivevo e ora non faccio più neanche quello. Respiro ancora, ma non sono più viva…Sono seguita, non ho dolore e trascorro tutto il giorno con la mia famiglia. Sto salutando le persone più importanti della mia vita”.

    E’ fatale che attorno a questa vicenda si accendano polemiche; riflessioni, dibattito; ma, per favore, per una volta senza sollevare poleveroni, si faccia a meno della retorica: sia un ragionare pacato, un reciproco ascolto di diverse, opposte, ragioni, senza strumentalizzazioni o fini diversi dal cercare di capire.

    Almeno chi scrive non ha certezze assolute. Quando si e’ vittime e preda di malattie fisiche che non lasciano speranza e danno solo sofferenza, e’ piu’ “facile” dire che si ha il diritto di farla finita anche se si ha appena 17 anni. Ma quando la sofferenza e’ una malattia psichica? Certo, ha ragione chi dice che Noa avrebbe dovuto essere aiutata. Il fatto e’ che era aiutata, non era abbandonata a se stessa. Dall’”esterno” ha avuto tutto l’aiuto che era possibile darle; e non e’ servito. Dunque? Eccoci tornati al punto di partenza: chi puo’ giudicare, come, e perche’…

   Un’ultima notazione: in Olanda e in altri paesi, almeno, si sono fissati dei parametri, dei “paletti”. Magari inadeguati alle situazioni che vogliono in qualche modo regolare; ma almeno ci sono. In Italia neppure questo: il sofferente e’ lasciato abbandonato a se stesso, oppure deve confidare nella pietosa mano del medico o di un infermiere: comunque a un clandestino arbitrio, per quanto possa essere dettato da scrupolosa coscienza. Fingere come si fa da noi che un problema non ci sia, non lo risolve; al contrario lo aggrava.

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