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Sanremo. Non trasformiamo un festival “nazional popolare” in una tribuna politica

 
Va bene, lo confesso, faccio outing: a me piace il festival di Sanremo. Lo seguo da quando ero piccola e dal giornalaio si  compravano i libretti con i testi delle canzoni per seguire in religioso silenzio le varie esibizioni in stile Opera…
Non pensavo che un intrattenimento così “nazional popolare” potesse essere trasformato in una specie di tribuna politica. E soprattutto non pensavo che cantanti e canzonette (con tutto il rispetto per gli interpreti e gli autori, molti dei quali bravissimi) potessero scatenare tanto livore, tanto risentimento e far scivolare nella politica (con la p minuscola) e nel razzismo una manifestazione canora.
Non mi riferisco alle polemiche pre-festival con Baglioni, né alla sensibilità urtata dalla sigla con le onde che richiamavano troppo il mare e i migranti (ma è una fissazione!) .
Mi riferisco al tweet di una giornalista candidata alla striscia informativa su Rai1, se non sbaglio quella che fu di Enzo Biagi.
Passo indietro per chi non ama o non ha seguito Sanremo.
Finalisti ieri sera a Sanremo Il Volo, Ultimo e Mahmood. Ultimo, beniamino dei più giovani, Il Volo celebre trio di tenori e Mahmood, cantante milanese  che ha questo cognome (scelto come nome d’arte) perché ha il papà egiziano mentre la mamma  è sarda.
Ognuno ha i gusti canori che crede
Il che però, non autorizza nessuno ad utilizzare termini dispregiativi, come è stato fatto dalla giornalista in questione, a parlare di “meticciato” (aggiustando poi il tiro  dopo le critiche di altri tweet con la definizione di meticciato come un mix di elementi linguistici e culture di diversa provenienza).
Il problema qui non sono i termini ma il tono complessivo del tweet che sa tanto di hatespeech, di linguaggio dell’odio.
Parlare dicendo che “si chiama Maometto” , il che non è vero, (eventualmente si sarebbe dovuto chiamare Mohamed, Mahmood invece è solo la storpiatura del suo cognome usato come nome d’arte), buttare lì che “parla di Ramadan” quando il testo della canzone parla di un padre che beve alcolici sotto Ramadan e che se n’è andato da casa, insomma non proprio un inno all’integralismo islamico…
Questo modo di alzare il livello di inquietudine e di indignazione ogni volta che abbiamo a che fare con un vero o presunto “straniero” (il ragazzo è nato a Milano e, ribadisco, non che debba avere importanza ma per onore di cronaca, ha la mamma italiana) è veramente strumentale.
E pericoloso. Contribuire alla sensazione che siamo invasi, che addirittura l’italico festival della canzone venga contaminato dagli usurpatori dell’italianità è terribile. Ogni pretesto è utile per fomentare quest’idea, incrementando un sentimento di insicurezza e di pericolo.
Il tenore di alcuni tweet di risposta spiegano meglio quanto sto dicendo:
“il vincitore? arabo, musulmano e frocio” ( qui siamo ad una discriminazione a tutto tondo..) oppure, “non ho visto il festival ma ho saputo che c’era l’extracomunitario” ( aridaje, come si dice a Roma, non è extracomunitario!)…
Insomma, qui si sta alzando il tiro . Dall’ ”invasione con i barconi” adesso si passa a  indignarsi per la contaminazione culturale, nonché alle preferenze sessuali vere o presunte.
Un imbarbarimento costante e crescente che trova nel web un riscontro drammatico.
Di questo passo per passare le selezioni per Sanremo e magari i concorsi pubblici, bisognerà  essere  italiani da almeno di 7 generazioni, bianchi, rigorosamente eterosessuali e maschi ( le donne meglio lasciarle a casa a cucinare e tirar su figlioli).
Un’onda di rancore e di livore che si alza sul web perché a soffiare è una collega giornalista, fa male.
Il linguaggio dell’odio modifica quelli che chiamiamo bias cognitivi, ovvero pregiudizi, spesso sbagliati su cui fondiamo l’interpretazione della realtà. Se veniamo bombardati dall’idea che siamo invasi, focalizzeremo la nostra attenzione solo sulle persone che incontriamo per strada vestite non all’occidentale, se veniamo convinti giorno dopo giorno, che ci stanno rubando i posti di lavoro, su 10 persone che stanno lavorando noteremo solo il ragazzo con genitori immigrati, anche se è nato in Italia . Se ascoltiamo proteste contro il vincitore di Sanremo, che ha “rubato” il primo posto ad un cantante di “pura discendenza italiana”, all’inizio ci darà solo un pò fastidio. Poi ci crederemo. E’ così che funziona.
Attenzione all’odio che sgorga dalle parole e dai toni usati.
E basta, basta  basta aizzare la “pancia del Paese” con questi tweet martellanti, con questo hatespeech. Restiamo lucidi.
E in questo caso giudichiamo le canzoni. Era un festival, non trasformiamolo in un comizio e in un mezzo per far politica.
Tutti i gusti sono gusti. A mio figlio piaceva più Ultimo. Io ho adorato la Bertè, la sua canzone, la sua passione e i suoi capelli azzurri.
Le votazioni nel complesso hanno premiato Mahmood che è indiscutibilmente bravo. Il cognome, le origini del padre e il colore della pelle non c’entrano niente.

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