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L’ultima sparata nazional-sovranista? Canzoni italiane obbligatorie per legge

 

L’ultima sparata nazional-sovranista? Arriva dalla proposta di legge firmata e depositata a Montecitorio dal presidente della Commissione Trasporti della Camera Alessandro Morelli (Lega), già direttore di quella Radio Padania dove mosse i primi passi Salvini. Ecco la genialata. Le radio devono trasmettere più musica italiana, almeno una canzone su tre, pena sanzioni e penalizzazioni. Insomma, non avevamo ancora fatto in tempo a risollevarci dalle sciocche ma preoccupanti polemiche seguite alla vittoria a Sanremo di Alessandro Mahmoud, in arte Mahmood, milanese con madre sarda e padre egiziano, che ecco la nuova trovata, che denota prima di tutto scarsa conoscenza del panorama musicale italiano e della storia della radiofonia e della discografia di casa nostra.

Per derubricare la proposta di legge a sparata senza senso né logica, basterebbe guardare le classifiche di vendita. Attualmente dieci brani su venti sono italiani, senza bisogno di regole e leggi nazionaliste. Ma siamo nelle settimane post-Sanremo, si dirà. Peccato che, anche allargando l’indagine ad altri periodi dell’anno, il dato non cambia. E nella classifica Fimi del 2018 il primo disco straniero (quello di Ed Sheeran) lo troviamo al decimo posto. Prima di lui, solo italiani. Salvini dovrebbe essere contento…

Tutto ciò segnala che la nostra musica gode di ottima salute, non ha bisogno insomma di “aiutini”. Tanti giovani e giovanissimi si sono affacciati prepotentemente alla scena, e sono andati ad aggiungersi ai “grandi vecchi” che non mollano. Merito della proficua commistione fra musica di casa nostra e “suoni stranieri”, ascoltati, fatti propri e in qualche modo riletti da ragazze e ragazzi nati e cresciuti senza frontiere.

Il provvedimento proposto da Morelli – che porta le firme anche dei deputati Maccanti, Capitanio, Cecchetti, Donina, Fogliani, Giacometti, Tombolato e Zordan – fissa una “quota” per tutte le emittenti radiofoniche: il 33%, di cui il 10% “dovrà essere dedicato – spiega il leghista – ai giovani autori e alle piccole case discografiche”.

Esistono dei precedenti. In Francia dal ‘94 la Legge Toubon impone alle radio di programmare almeno il 40% dei contenuti musicali di autori francesi. Da noi due anni fa Dario Franceschini del Pd voleva garantire il 20% della programmazione radiofonica agli artisti italiani. Cinque anni fa ci aveva provato il Mei a fare una raccolta firme del genere. Ignorando evidentemente che la musica italiana ricopre già ora circa il 50% dei palinsesti radiofonici, senza bisogno di lacci e lacciuoli.

Dice Morelli: “La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica. Io preferisco aiutare gli artisti e i produttori del nostro Paese attraverso gli strumenti che ho come parlamentare. Mi auguro infatti che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività italiana e soprattutto sui nostri giovani”.

Peccato che Mahmood, come detto, sia italiano di nascita e cultura. Come del resto i coautori del suo brano “Soldi”, che dopo aver vinto a sorpresa il Festival, ora è in testa a tutte le classifiche.

Brutto segnale, insomma. Che ci costringe a ricordare il precedente del fascismo, che vietava il jazz – “musica negroide” o “musica afro-demo-pluto-giudo-masso-epilettoide» – e italianizzava i nomi dei suoi maggiori protagonisti. Louis Armstrong diventava allora Luigi Fortebraccio, Benny Goodman Beniamino Buonomo, Hoagy Carmichael Ugo Carmelito… Che tristezza.

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