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Salvini vs Spataro. Il ministro degli interni non nuovo ad attacchi contro i magistrati

 

Come è noto, il ministro degli interni Matteo Salvini alle 7 e 52 minuti di martedì scorso ha dato notizia che “a Torino altri 15 mafiosi nigeriani sono stati fermati dalla polizia. Grazie alle forze dell’ordine”. La notizia ha determinato la giusta e ferma reazione del procuratore della Repubblica Armando Spataro il quale ha dovuto puntualizzare che “la polizia non ha fermato 15 mafiosi ma sta eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare”, “le ricerche di coloro che non sono stati arrestati sono ancora in corso”, essendo stati trovati solo 8 dei 15 ricercati non tutti, peraltro, accusati di mafia. In sostanza, non tutti erano mafiosi e non tutti erano stati già arrestati. Arrogantemente e sprezzantemente, il ministro ha replicato che quello di Spataro era un “inaccettabile” attacco “politico” e che “qualcuno farebbe meglio a pensare prima di aprire bocca”, aggiungendo: “se il procuratore capo è stanco, si ritiri dal lavoro auguro un futuro serenissimo da pensionato”.

Il capo del governo, anziché richiamare il ministro per tale arbitraria e offensiva esternazione, si è limitato ad un salomonico “presto un chiarimento tra i due”; mentre la A.N.M., per bocca del suo presidente, ha invitato, pilatescamente, “ad abbassare i toni”, senza riuscire a capire che il doveroso comunicato di Spataro era inteso a respingere una ingerenza dell’esecutivo in una sfera di esclusiva autonomia e competenza dell’A.G..

Ora, il protervo ministro degli interni non è nuovo ad attacchi contro i magistrati, come già avvenuto nei confronti di altro valoroso magistrato il procuratore della Repubblica di Agrigento Patronaggio, che lo aveva legittimamente inquisito per aver vietato, per oltre 10 giorni, a centinaia di migranti, che fuggivano dalla guerra e dalla miseria, di sbarcare dalla nave “Diciotti“, e non è nuovo ad usare espressioni oltraggiose nei confronti dell’A.G. tant’è che pende a suo carico procedimento penale per vilipendio dell’ordine giudiziario avendo definito “una schifezza” la magistratura.

In sostanza, il Salvini ha strumentalizzato la “retata” dei nigeriani facendo passare il messaggio che un’operazione – nella quale la polizia stava eseguendo, su ordine dell’A.G., perquisizioni e arresti – era, in realtà un’operazione effettuata, di iniziativa, dalla polizia su direttiva del Viminale e, quindi, riconducibile al ministro così avvalorando la suggestiva tesi che anche tale operazione contro la “mafia nigeriana” rientrasse nel suo quotidiano impegno di tutelare la sicurezza degli italiani minacciata, a suo dire, dalla criminalità degli immigrati, sì da riscuotere, su tale falsa prospettiva, nuovi consensi. Così come ha cercato nuovi consensi con la sceneggiata di farsi fotografare su una ruspa durante l’operazione avvenuta  a Roma di demolizione delle ville dei Casamonica, in cui il ministro dell’interno non c’entrava nulla trattandosi di operazione disposta dalla Procura della Repubblica di Roma in cooperazione con la Regione Lazio.

Del resto, la subalternità al Salvini del giovane e inesperto Di Maio, capo politico del M5S – che, peraltro, ha imposto a 19 parlamentari di ritirare gli emendamenti (migliorativi) presentati in Commissione affari costituzionali – ha consentito al capo della Lega di blindare e approvare il “decreto sicurezza” (non a caso definito “decreto Salvini”) che, oltre ad essere inutile e dannoso, presenta vari profili di incostituzionalità, riduce il diritto di asilo per motivi umanitari, restringe le possibilità di integrazione, determinerà un aumento della clandestinità. Da tale decreto, ha preso opportunamente le distanze il Presidente della Camera Roberto Fico il quale ha dichiarato: “la mia assenza dall’aula durante il voto finale sul decreto sicurezza è stata una presa di distanza dal provvedimento di cui non condivido l’impianto”; e, alla sprezzante risposta del Salvini che ha accusato il presidente della Camera di “non aver letto il decreto”, ha replicato: “è chiaro che l’ho letto, io leggo i provvedimenti ma ci sono tante cose che non avrei voluto leggere”.

Non vi è dubbio che il Di Maio si sia dimostrato incapace di fronteggiare le strategie spregiudicate del Salvini che – da vero “dominus” del governo anche per l’inconsistenza del primo ministro – ha, in 5 mesi, raddoppiato i consensi della Lega (dal 17 al 34%) – invece scesi in picchiata per il M5S (dal 32 al 26%) perché non si sa bene ove siano finite le speranze di legalità e giustizia – e si avvia a fagocitare quello che resta del centro-destra, sì da avvicinarsi pericolosamente al 50%. Nel frattempo, ha, per oggi, organizzato la “marcia su Roma” (ove prima la Lega scendeva con i trattori ed i forconi al grido di “Roma ladrona”) convocando una grande manifestazione “in loco”, e, nel frattempo, sta lavorando per il lancio dell’Internazionale populista – di cui si sente il “leader” spirituale – e, cioè, di una nuova famiglia sovranista con la destra illiberale, di Jaroslaw Kaczynski, e con altri capi della ultra destra europea, vale a dire un nuovo partito europeo dell’estrema destra nazional populista che sogna di scalare posizioni e conquistare almeno 130 – 140 seggi nell’Europarlamento.

Ora – poiché è stato il M5S, e segnatamente il suo capo politico, a voler fermamente questa insana e innaturale alleanza mediante la quale la Lega ha avuto un’impressionante escalation – non vi sono, allo stato, che due soluzioni: o il M5S provoca una crisi di governo che interrompa tale pericolosa escalation oppure, in alternativa, è assolutamente necessario e urgente: a) istituire nel M5S, accanto al capo politico – che assomma in sé impropriamente illimitati poteri che gli derivano da plurime cariche partitiche e di governo – un direttorio composto di quei militanti che continuano a riconoscersi nei valori del Movimento che, ridando fiducia alla base e agli eletti, appoggi la linea del presidente della Camera che costituisce, oggi, l’unico argine allo strapotere del Salvini; b) procedere ad un rimpasto governativo per sostituire “alcune conclamate nullità ministeriali” (così Padellaro sul “Fatto Quotidiano” del 21/11); c) ridare voce ai ministri, e ve ne sono di validi, in modo che le riunioni del CDM non si riducano ad una mera ratifica delle decisioni assunte dal duo Di Maio – Salvini; d) consentire ai parlamentari cui, comunque, spetta l’ultima parola, di riappropriarsi delle loro prerogative.

Nel contempo, è necessario che costituzionalisti, intellettuali, cittadini seguano l’appello di Zagrebelsky   : “basta con il silenzio. È venuto il tempo della resistenza civile”.

Solo così sarà possibile contrastare il potere tracotante di Salvini e della Lega (partito prima secessionista ed antimeridionalista, oggi sovranista xenofobo) e far sì che il Paese esca dalla morsa di leggi e comportamenti autoritari che possono togliere sempre più dignità e libertà e mettono in pericolo i valori della Costituzione e della nostra democrazia.

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