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Diritti Umani, 70 anni fa la promessa di giustizia sociale

 

  

Settant’anni. Quelli della Dichiarazione universale dei diritti umani. O dei diritti dell’uomo, per dirla meglio. Settant’anni, soprattutto a cavallo di due secoli, sono un tempo enorme. Fatto di cambiamenti, nelle società, ma anche nel modo di pensare. Ma quelli no, non dovrebbero cambiare, sono universali. Sono stati scritti per essere tali. Anzi, come certa filosofia ci spiegherebbe, sono universali perché sono inerenti all’essere umano. A tutti gli esseri umani.

E invece no. Imperfetta è l’applicazione di questi diritti “universali”, imperfetta fu persino la nascita di questa pietra miliare, venuta alla luce con difetti visibili forse più adesso che prima, visto che il mondo da allora è parecchio cambiato e molti sogni si sono frantumati aggrediti dall’onda della realtà.

Adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 con lo scopo di impedire in futuro il ripetersi degli orrori della Seconda guerra mondiale, appena conclusa, il documento venne approvato all’unanimità con soli 8 astenuti (Bielorussia, Cecoslovacchia, Polonia, Arabia Saudita, Ucraina, Unione Sovietica, Sudafrica e Jugoslavia). Allora gli Stati che facevano parte dell’ONU erano 56, un terzo di quelli di oggi.

Si era in pieno colonialismo e seppure interi battaglioni di africani avevano contribuito alle sorti della guerra questi non avevano ancora un proprio Stato, con un futuro ancora incerto di sottomissione e dipendenza. Le sole nazioni africane presenti erano Egitto, Etiopia (mai assoggettato al regime colonialista, anzi, una spina nel fianco dell’Italia dopo la clamorosa sconfitta di Adua), Liberia (Stato fondato dagli afroamericani di ritorno nella terra da cui erano stati strappati dai negrieri) e Sudafrica (in pieno apartheid, e questo spiega l’astensione al voto per l’approvazione della Dichiarazione). A spiegare l’astensione dell’Arabia Saudita, invece, c’era – e probabilmente c’è ancora – un fattore culturale laddove l’Islam ha sicuramente un ruolo prevalente rispetto alla laicità in ogni caso manifesta negli articoli della Dichiarazione. Pochi anche gli Stati asiatici presenti, in futuro anch’essi critici nell’approccio “troppo occidentale” ai diritti umani.

Trenta articoli con lo scopo di garantire giustizia, opportunità, dignità senza discriminazioni. Trenta articoli a rappresentare le fondamenta del rispetto della vita e delle necessità di ogni singola persona. Tanto che, negli anni, almeno un’ottantina di Carte, Trattati e altre Dichiarazioni – inclusa la Convenzione contro la tortura del 1984 e quella sui diritti dell’infanzia (1989) – hanno avuto origine da questi trenta articoli. Per sgombrare subito il campo da dubbi va detto che tale Documento rimane fondamentale ed essenziale se non altro come verifica dello stato dei diritti e della loro applicazione e come punto di riferimento ai continui assalti alla dignità umana privata appunto di quei diritti che si vorrebbero… continua su vociglobali

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