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Che voglia di ridere di sé e delle proprie paure. ‘Mammamia’, con Maria Cassi, al Teatro Franco Parenti di Milano

 

“Mammamia”, ancora prima che una celebre canzone e un musical di successo, è una tipica italianissima esclamazione accorata, che esprime a un tempo lamentela e autoconsolazione, che ci fa levare gli occhi al cielo quasi ad invocare la potente figura materna perché ci protegga, ma anche quasi a maledirla per la sua incombenza nelle nostre vite. La presenza della mamma aleggia in tutti gli spettacoli di Maria Cassi, attrice capace di espressività splendida, comica e intensa.

In questo spettacolo, per la prima volta a Milano ma che gira in Toscana da più di un anno, si ride dall’inizio alla fine, letteralmente. Maria Cassi sale sul palco, senza oggetti di scena e senza travestimenti, con solo un cappello e la sua faccia, armata di un sorriso sgargiante, contagioso, con la sua fisicità studiata ma spontanea, che ha subito l’effetto di farci sentire accolti e “a casa”. Irresistibile: a due secondi dal suo ingresso ha già conquistato tutti, con quella mimica incredibile, e non ha detto ancora nulla. Comincia a raccontare subito della sua Firenze, parla apertamente della sua curiosità sul fatto che a Milano si possa ridere di certe espressioni tipicamente toscane forse meno familiari al pubblico locale e comincia così a introdurre il tema delle differenze culturali, che percorre tutto il suo spettacolo.

Espressioni diverse, lingue diverse, tradizioni diverse, idiosincrasie diverse, personaggi diversi, ma coi quali è possibile entrare in empatia. Perché Maria Cassi si mette nei panni di chi le sta attorno, di chi desta il suo stupore attento e quasi commovente, senza alcuna crudeltà, con grande partecipazione. La risata che suscita interpretando vecchietti, cani, gatti, parigini, americani, giapponesi, fiorentini, milanesi, uomini perdigiorno e donne tuttofare è fatta di emozione, di pensiero, è una presa in carico dei luoghi comuni e dei tic che mette in scena; è una risata piena, di pancia, che fa entrare in contatto con una carrellata di tipi psicologici diversi, facendoci in fondo riconoscere in alcuni, lasciando intravvedere in ognuno una profonda umanità. Sembra che ogni personaggio abbia in fondo qualcosa che le appartiene, che ci appartiene.

E’ un patchwork dei suoi spettacoli precedenti, aperto all’improvvisazione e all’interazione con il pubblico. Quel lavoro sull’osservazione psicologica che le fu insegnato dalla sua maestra Alessandra Galante Garrone (deputata da Jacques Lecoq ad aprire a Bologna una scuola ispirata al teatro fisico) la fa calare nei personaggi e nelle situazioni senza bisogno di travestimenti, le consente di guardare alle peculiarità caratteriali e alle tipicità sociali e culturali con curiosità e una qual certa dose di amore e indulgenza, insegnando a ridere degli altri tramite la possibilità di ridere di noi stessi e dei nostri stessi imbarazzi davanti alla diversità. Anche davanti alla nostra stessa paura della diversità, che in fondo possiamo guardare con una certa tenerezza.

E’ un viaggio nel bisogno di comunicare e di ragionare dei fiorentini (dove ragionare spesso non significa che “to speakabouteverything”), nelle spassosissime differenze tra cane e gatto, nel rifiuto del contatto tutto francese (così diverso dal “tocchicciare” tipicamente italiano), nelle assurdità dei divieti materni (“stai attenta che se lo fa poi si mòre!”), nell’apertura che viene dal viaggiare in altri paesi e nella capacità circense delle donne di gestire tutto contemporaneamente… E’ un invito alla comprensione, alla passione, alla rivoluzione. Il pubblico del Franco Parenti, sempre molto caldo con l’attrice fiesolana, alla prima ha mostrato di gradire, e forse di aver proprio bisogno, di questa leggerezza intelligente e di quest’apertura comprensiva verso il diverso: alla fine, tre minuti buoni di applausi ininterrotti.

Al Teatro Franco Parenti, Via Pier Lombardo 14, Milano

dal 27 dicembre 2019 al 6 gennaio 2019, incluse due speciali repliche per Capodanno il 31 dicembre

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