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Siria, ucciso giornalista e attivista che sfidava jihadisti e Assad

 

Possono festeggiare: la loro missione da ieri sera è una “missione compiuta”. Gli squadroni della morte in Siria hanno giustiziato con ferocia disumana il sorriso, il sarcasmo, l’intelligenza di Raed Fares, una delle voci più alte e importanti della vera rivoluzione siriana. Nel più assoluto disinteresse italiano, incurante del fatto che già ieri sera il New York Times lo ha ricordato con un accuratissimo profilo,  il caso di Raed non può richiamare  per un minuto anche le attenzioni nostrane al di là  della solita domanda: chi lo ha ucciso? Anche in questo caso la risposta ufficiale è “non si sa.” Come sempre in questi casi si sa eccome. Nemico giurato del regime di Assad, Raed Fares era ovviamente un nemico giurato anche dei gruppi del terrorismo islamista che devastano la regione siriana dove viveva, come la vita di tre milioni di profughi siriani, la provincia di Idlib. Il vecchio fronte al Nusra lo aveva minacciato di morte più volte. Ora le nuove sigle nere che hanno imposto il loro potere nella regione lo hanno assassinato. O forse è stata una spedizione di miliziani assadisti? Non cambierebbe molto. I siriani di Raed Fares sono insorti come lui contro una dittatura non certo per sceglierne un’altra e quindi per loro quelle due bocche da fuoco rivolte contro di loro sono una sola. Una bocca da fuoco che si chiama prevaricazione, arbitrio, disprezzo per la persona. Nella regione di Idlib dove operava Raed Fares, fondatore dell’ importantissima Radio Fresh, si è portata a termine un’operazione criminale che ieri sera si è conclusa, ma che è stata avviata anni fa. A Idlib si è portato a compimento un disegno perverso che puntava a definire terroristi oltre tre milioni di deportati: il 60% della provincia di Idlib era infatti controllato con 10mila miliziani da Hay’at Tahrir al-Sham, una sigla connessa ad al Qaida e al Fronte al Nusra, sua diramazione. Ma ancora una volta la popolazione di Idlib è stata in prima linea proprio nella lotta contro Hay’at Tahrir al-Sham. Dal 2012, quando gli uomini del regime vennero cacciati da Idlib, questa poverissima provincia si era impegnata nella costruzione di una società aperta, con 150 consigli locali creati per gestire i servizi essenziali, le prime elezioni libere e con Radio Fresh, consultori femminili e tanto altro. Ma da quando il regime ha riconquistato Aleppo nel 2016 l’offensiva di Hay’at è diventata fortissima. Ma la campagna di stampa e le manifestazioni pubbliche contro il gruppo jihadista non hanno avuto eco, neanche quelle dei gruppi femminili. Dunque l’obiettivo dell’operazione-Idlib da parte del regime di Assad, oltre alla riconquista del territorio e all’esproprio di altre case e terreni, era un altro: sopprimere esperimenti, tentativi di costruzione ed espressione della società civile, con la persecuzione di altri attivisti democratici, la coscrizione obbligatoria, la tortura, e con il rimettere in discussione l’assetto della Siria nord-occidentale dove oggi comandano i curdi con l’appoggio americano: soluzione non certo ideale, ma preferibile al lasciare il jihadismo espandersi nell’ombra, sul modello ceceno, in modo da rendere la ferocia della repressione e della rapina senza alternative, legittimarle come scelte irreversibili e giustificate dall’emergenza terrorismo. Tutto questo passa per un confronto tra due criminalità con la stessa mentalità e la criminalità di Hay’at Tahrir al-Sham, con ogni probabilità quella che ha eseguito la sentenza di condanna a morte per strada, crivellandolo di colpi, oggi esulta. Perché? Perché con la vita del 46enne Raed Fares è stata spenta l’ultima fiamma che aveva illuminato la rivoluzione pacifica e democratica del popolo siriano. All’interno della Siria era impossibile trovare a piede libero un leader della rivolta popolare, importante e amato come lui. Privo di affiliazioni politiche, Raed incarnava, come la signora Zaitune, lo spirito profondo di questa rivoluzione, che per me sarebbe più giusto chiamare rivolta. Lui, laico e pluralista, si è formato con l’immagine negli occhi della popolazione in fuga dal suo villaggio d’origine, dalla carneficina di sunniti compiuta dal regime di Assad nel 1982 per sradicare la Fratellanza Musulmana. Dopo aver studiato medicina e inglese, Raed si è impegnato nella rivoluzione con entusiasmo e un eterno sorriso, dicendo: “cosa possono fare più che uccidermi?” E così decise di comunicare con il mondo pensando ai famosi cartelli in inglese che da Kefranbl hanno tentato di illuminare le nostre coscienze in un alfabeto e un linguaggio non a noi estraneo. L’altra sua grande idea si è rivolta ai siriani, con Radio Fresh, per dare non solo notiziari, ma anche musica e allertare la popolazione sui bombardieri in arrivo, le loro direzioni, i loro plausibili obiettivi. Difficile dubitare che proprio questo sia stato il motivo del tentativo di ucciderlo da parte dell’Isis; il proiettile che colpì al petto però non centrò il cuore. Lo sapeva che rischiava, ma continuava, ha sempre rifiutato di lasciare il suo paese: “cosa possono fare di più che uccidermi?” Quando l’Occidente ha smesso di sostenere la sua Radio Fresh lui ha avviato altri progetti, soprattutto per studenti e donne di ogni età. L’anno scorso intervenendo all’Oslo Freedom Forum ha detto: “Assad continua a uccidere, noi continuiamo la nostra rivoluzione fino a quando raggiungeremo il sogno di una democrazia per tutti.”

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