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L’inesorabile declino dell’Italia

 

Dai tempi di Enrico Berlinguer nessuno ha più parlato e affrontato con serietà la questione morale in Italia. Quanto sia divenuta grave da allora ad oggi, c’è lo siamo mai chiesti? La mia risposta a questo interrogativo è sempre la stessa: “Il declino della classe politica italiana è equivalente al declino del popolo che la vota”. Nel Belpaese abbiamo votato e continuiamo a votare camorristi, mafiosi, ndranghetisti, corrotti, condannati per reati contro la pubblica amministrazione, contro il patrimonio, truffatori e chi più ne ha più ne metta. Tutto ciò significa incompetenza, delinquenza al potere, corruzione e scarsità d’impegno concreto nella gestione della “res publica” che dovrebbe essere finalizzata al bene comune. Con una simile classe politica – succedutasi nel tempo, sia chiaro – la presenza e i controlli dello Stato sono scarsi se non inesistenti. È questo uno dei principali motivi dei tanti disastri cui assistiamo, ultimo in ordine cronologico, l’insicurezza quasi totale della viabilità nazionale con il crollo del ponte di Genova pochi mesi fa! Sembra sempre tutto pronto per i controlli, peccato che si aspetti sempre il morto per dare il via. Siamo la nazione delle cattedrali nel deserto. Siamo il luogo dove i principali insediamenti industriali sono clamorosamente falliti.

Hanno chiuso o sono state svendute, in alcuni casi inspiegabilmente, le principali industrie italiane. Assistiamo di giorno in giorno alla fine dell’agricoltura e del turismo che rappresentavano l’anima del nostro territorio. Sopravvivono solo le industrie chimiche, gli inceneritori e le turbogas. Chissà perché! Io amo molto la mia nazione, quella che Pierpaolo Pasolini racconta nelle sue opere che rappresentano da sempre un affresco contro l’ingiustizia e lo sfruttamento dei più deboli e degli oppressi. Un po’ di meno amo gli italiani – in questi casi non mi sento italiano per dirla con una canzone di Giorgio Gaber – poveri di senso civico e di responsabilità. Siamo stati e saremo ancora – spero non per molto ancora – la nazione del gattopardismo più esasperato. Dico spesso ai ragazzi, nelle scuole dove mi reco per parlare di legalità, che devono combattere, non solo gridando nei cortei e nelle manifestazioni, cercando di essere uomini “veri”, cioè persone con dignità.

Cerco di spronarli affinché non si svendano mai a nessuno e decidano liberamente anche le proprie scelte politiche, cercando di mandare nei posti di potere, a prescindere dal colore politico, le persone sulla cui onestà si può giurare, sulla cui capacità, sulla cui trasparenza e sensibilità umana si può mettere la mano sul fuoco senza bruciarsela. Gli italiani, invece, spesso preferiscono schierarsi e votare il più forte – non importa se disonesto – per ottenere posti di lavoro, licenze, permessi, appalti, votano chi li spalleggia in evasioni fiscali, in amministrazioni illecite di fondi pubblici, in costruzioni di opere pubbliche mal costruite, in scandali, ricatti, truffe. L’elettorato vota spesso il prevaricatore, l’opportunista, il cinico, sceglie raramente il probo, l’onesto, la persona preparata.

In Italia per avere un posto di lavoro, una raccomandazione, per avere qualsiasi cosa alla quale quasi certamente si ha diritto, che però non si concede senza tornaconto, si vota per un politico “mafioso e corrotto” e quindi si accetta di diventare – consapevolmente o meno – mafiosi e corrotti non soltanto da costretti ma anche da complici e collusi di quella politica delinquenziale. So che quello che sto scrivendo mi costerà molto caro ma se non lo scrivessi, mi sentirei mafioso anch’io. Noi viviamo, che si voglia o no, in un sistema politico mafioso dentro del quale tutti siamo complici chi con azioni concrete chi con omissioni e silenzi (che a volte sono peggiori delle azioni). Basta guardare gli ospedali, gli enti pubblici, le Università per notare che lì ci sono i fortunati, i furbi, i corrotti, gli impreparati e viceversa restano alla porta a elemosinare gli sfortunati, gli indifesi, gli onesti e i preparati. Tanto tempo fa il giudice Antonino Caponnetto mi disse che esistevano due modi per uccidere un essere umano. Ci sono coloro che lo uccidono con un colpo di pistola o con un attentato. Ci sono altri che, al contrario, lo ammazzano lentamente giorno dopo giorno.

Gli negano il lavoro, l’istruzione per i figli, la salute, lo privano della dignità, lo bocciano ai concorsi, lo ricattano obbligandolo a votare per un partito che nemmeno conosce, per dei candidati che sicuramente se non ricattato disprezzerebbe. Gli fanno dire sì e no a loro piacere, lo privano della libertà, della coscienza, della dignità: questo cos’è se non un omicidio? Per me è addirittura peggio! Preferirei morire piuttosto che perdere la mia libertà e la mia dignità e quindi mi ribello contro tutto questo marciume, perché ridurre un uomo in queste condizioni, significa ucciderlo ogni giorno! Quando la mafia uccise chi difendeva lo Stato, nonostante tutto questo putridume, ha tolto loro la vita, ma gli ha lasciato fino all’ultimo respiro la dignità, la libertà e la soddisfazione di essere e di restare “uomini veri”.

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