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Il genio di Simenon cattura con “Il Gatto”

 

Che accostare due solitudini (o anche più) non significa dare vita ad una comunità rassicurante e cooperante (bensì acuirla  in martirizzante recita fra ‘sconosciuti’) era già chiaro ai fruitori di Cechov e del Dostoevskij de “La mite” (cui aggiungerei il Piskarev di Gogol in “Prospettiva Nievskij” e il Tolstoj di “Sonata a Kreuzter”). Se poi la solitudine si irrorava di disagi, fallimenti, sradicamenti individuali, al cospetto di altrui certezze, (vezzose) vessazioni o conformismi di vita, lo spessore dell’infelicità, della vacua ribellione (ad essa) si nutriva e infittiva grazie ai  drammi di Strindberg.

Avanzando per campi minati:  cosa ‘prevedere’ di due disperazioni (radicate, senza donde né dove) venute casualmente a contatto, in ambito condominiale, fra un uomo e una donna (qualsiasi) appena reduci da irrilevanti vedovanze? La risposta passa, nei tempi e nei modi  (dettagliati, micidiali, mai sensazionali), all’inarrestabile e infallibile Georges Simenon. Il quale, immaginando le umane precipitazione derivanti dal suo  “Gatto”,  fa volentieri a meno sia della francesissima scuola ‘noir’ (Clouzot e Jean C. Izzo, ad esempio), sia di certe  tentazioni beckettian-pinteriane che (per mera ipotesi) avrebbero circoscritto la dannazione neo-coniugale  sui due piani dell’assurdo e dell’ambiguità ‘oracolante’, allusiva, sempre in divagazione ‘spassionata’ sull’abisso della parola (significante o in fair play, secondo le strategie delle buone maniere).

Teatro dello strazio e dello straziante, scabra cronistoria di due basiche disperazione aggrappate ad una (ipoteticamente spopolata) Zattera delle Medusa, “Il Gatto” (scritto nel 1966) è noto ai più per via di un film del  1971, portato sugli schermi da Pierre Granier-Deferre con Simone Signoret e Jean Gabin, ambedue premiati al Festival di Berlino. Per nulla basato su “sincere” pene, ripicche, silenzi d’amore (rimpiazzati da striminziti ‘pizzini’ scritti a penna), il racconto è semmai un’indagine, “svogliata” e desolata sui gratuiti “legami dell’odio fine a se stesso”, della “tragedia arcaica” e razionalmente immotivata, sull’insondabile (piatto, sciatto, privo di perverse fascinazioni)  legame   che ammorba  sino alla morte (probabilmente e inconsciamente anelata)  la patologica frequenza di  asfittiche realizioni nutrite dalla sola “ambizione” (animale?) di essere ciascuno carnefice e vittima dell’altro.

Come dire? Non più, giammai, “La guerra dei Roses”, ma  l’allarmante ‘casualità’ con cui due esseri allo sbando (inconsapevoli di esserlo) utilizzano il contratto nuziale al solo scopo (vizio assurdo?) di lastricarsi, vicendevolmente, un cammino di orrori, degrado interiore, fittizio mantenimento di un miserabile decoro piccolo borghese. Pertanto: non occorre sapere perché Emilio e Margherita “fanno così”,  nulla  importa che le rispettive vedovanze e la nefasta contingenza  ‘buon vicinato’ rendano l’esecuzione mortifera “velocissima e irreversibile”. Ciò che emana dall’impeccabile spettacolo di Valerio, frutto di una sobrietà ambientale, parzialmente bilanciata dalle escandescenze agonizzanti  di lui e di lei, sono la desolazione del non spiegabile, lo sgomento (la pietas umana) destata “unicamente” da un gatto randagio e da un pennuto imbalsamato ridotti in poltiglia- e nel modo “più opposto possibile” alle ironiche efferatezze del Grand Guignol.

Che poi Alvia Reale, Elia Schilton e (in complice partecipazione criminogena) Silvia Maino, danno il meglio di se stessi e della propria oscura entropia -dopo essere scivolati da meri tontoloni oltre la linea d’ombra della ‘maladie de mort’- accresce il senso di pericolo per i “lavori in corso” (ordinati da chi?) cui la vita di ciascuno può andarsi a sfracellare causa incuria, disattenzione, momentaneo bisogno d’affetto – distillato su mele stregate.  Senza che Adamo ed Eva se ne sentano responsabili.

°°°

“Il Gatto”
Dall’omonimo romanzo di Georges Simenon
Adattamento Fabio Bussotti
Con Alvia Reale  Elia Schilton   Silvia Maino
Scene Francesco Ghisu  Costumi Francesca Novati  Luci Carlo Pediani Suono Alessandro  Saviozzi  Regia Roberto Valerio
Produzione Compagnia Umberto Orsini
Di scena  al Piccolo Eliseo di Roma

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