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Bersani, la Lega e i 5S. Chi si piglia si somiglia

 

Chi si piglia si somiglia, chi si piglia poi finisce per assomigliarsi.  Così Pierluigi Bersani nell’intervista di giovedì sera con Formigli a “Piazza pulita”. Volendo significare che la diversità di idee e di obbiettivi che era in origine e continua per ora ad apparire tra Lega e Cinque Stelle rischia di sfumare con una lunga convivenza al governo, e quel che è peggio sotto l’egemonia di Salvini. Con quale danno per l’opposizione ma soprattutto per il Paese non è difficile immaginare.

L’attualità di questo rischio è documentata anche oggi sulla “Repubblica” da Ilvo Diamanti: “Nel 2017 quasi metà degli elettori a 5S approvava l’accoglienza delle navi che trasportano immigrati. Oggi, però, poco più di un quarto sostiene questa posizione, mentre i due terzi la pensano come i leghisti. Cioè: che le navi vadano respinte. Così si conferma…l’avvicinamento e, ancor più l’integrazione, dei 5S e della loro base elettorale non solo all’area di governo. Ma alla Lega e, ancor più, a Matteo Salvini”.

Seguendo il filo logico  di Bersani, poniamoci allora una domanda. “Se riconosciamo che il problema principale è l’affermarsi in Europa di una destra regressiva”, conviene  davvero insistere nel condannare in blocco l’elettorato, le aspirazioni e i valori degli uni e degli altri?O è preferibile, prima che sia troppo tardi, cominciare a distinguere tra loro, aiutando i grillini a proteggere quel tanto che in loro persiste dell’intento da sempre dichiarato di attuare la Costituzione? Insomma, perché non favorire una somiglianza a sinistra anziché a destra?

Tra i Minniti, i Calenda, i Martina e quanti altri si affollano nella candidatura alla successione nella segreteria del PD c’è chi nega perfino la premessa di questa domanda.Perché è chiaro che il ragionamento di Bersani non potrebbe avere senso se non accompagnato da una rottura senza equivoci con le politiche non soltanto passate ma anche presenti oggi negli orientamenti di Matteo Renzi e della sua perdurante maggioranza nel partito. Che è quanto dichiara Zingaretti, sia pure mantenendo quel tanto di genericità che gli serve a non tagliare i ponti con una parte ancora consistente del partito. E che Bersani invece, nell’intervista di giovedì, ha voluto rendere ancora più esplicito che in precedenti occasioni: “chi vuole Macron vada con Macron, chi vuole Chavez vada con Chavez, ma quello che serve è una sinistra popolare, che parli il linguaggio del popolo e recuperi la questione sociale”.

Che il linguaggio del popolo non sia più quello di ieri risulta evidente anche dal Rapporto Giovani 2018, curato dall’Istituto Toniolo e pubblicato per le edizioni “Il Mulino”. I dati di un’indagine condotta a ottobre 2017 su un campione rappresentativo su scala nazionale di 3034 persone di età 20-34 anni,  indicano “una bassa adesione ai partiti tradizionali, disaffezione generalizzata, alta disponibilità a dar consenso a chi dà voce alla protesta e alla frustrazione. E’ il ritratto quindi di una generazione confusa e delusa rispetto all’offerta attuale, ma soprattutto rispetto alla propria condizione, con una domanda di alleati credibili e coinvolgenti con i quali immaginare un destino migliore”.

“Ci vuole qualcosa di veramente nuovo”, ripete oggi Bersani. A cominciare dal metodo, aggiungo io. Mentre giornali e tv  si attardano nel commentare (e fomentare) gli scontri interni ai partiti e a raccontare questo o quel dettaglio nella vita dei leader, la prima lezione che si ricava da questa preoccupante fase della politica, non solo italiana, dovrebbe essere un’altra. Nel mondo di oggi e ancor più in quello di domani gli obbiettivi politici concreti e la lealtà verso i medesimi dovranno avere la precedenza sull’adesione a un partito o a un movimento. Credo che proprio per questo l’anomalia “ideologica” di questo governo non scandalizzi più che tanto l’elettorato giovanile.

L’ingenuità di tanti giovani e meno giovani di sinistra che si sono rivolti ai Cinque Stelle è però stata quella di credere che fosse possibile un accordo di governo con chi aveva non soltanto valori ma anche obbiettivi diversi o addirittura opposti. Il “contratto” come scambio di incoerenze, con sacrificio e vantaggio di entrambi i contraenti. Non funziona, come anche qualche grillino sta cominciando ad accorgersi. Ma sugli obbiettivi comuni, molti o pochi che siano purché chiari e concreti, sarebbe invece democraticamente doveroso il compromesso, anche quando si hanno storie e opinioni diverse. Questo mi pare che oggi voglia dire Bersani ma molto prima di lui aveva detto Berlinguer, scontando molte resistenze anche nella sinistra di allora.

Non è dunque la provenienza ne’ la via da percorrere (la sciagurata “terza via” inaugurata da Blair, per intendersi) che può giustificare oggi l’alleanza, ma l’orizzonte  comune e quest’ultimo non può che essere quello indicato e subito dimenticato settant’anni fa dai nostri padri costituenti. Sono in molti a riconoscere, fermo restando il giudizio severo sull’incompetenza e la confusione ormai dimostrate dai Cinque Stelle, che nel loro programma avevano diversi punti che andavano in questa direzione. sfidiamoli e incontriamoli su quelli. La sinistra italiana, anche quella che sogna percentuali impossibili come quelle che risultano al pallottoliere di Scalfari, non ha alternative.

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