Vertice sulla manovra. Conte: “scelte coraggiose”. Ma si tratta dello spacchettamento del deficit

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L’isolamento di Tria e il penoso intervento a Confindustria il cui Centro studi indica una crescita minore. Moscovici: rispettate le regole. Ira di Salvini e Di Maio. Savona sibillino

Di Alessandro Cardulli

Che sia la volta buona? Che finisca davvero questo tormentone sulla manovra di Bilancio, la nota di aggiustamento al Documento di Economia e Finanza? Che il Parlamento sia alla fine chiamato a pronunciarsi mentre da Bruxelles continuano ad arrivare pesanti critiche. Lo “spacchettamento” del deficit – così è stato deciso – 2,4% per il 2019, il 20,1 per il 2020, dell’1,8 per il 2021, è stato accettato dal ministro Tria che aveva costruito tutta la manovra su una stima dell’1,6% come concordato con la Ue. Spacchettamento che non convince i Commissari Ue. Moscovici  ricorda che ci sono delle regole ben precise. Mentre i “vertici” cercavano di trovare un compromesso fra Salvini e Di Maio, la Borsa oscillava, lo spread si muoveva fra 283 e 300 punti. A dare la notizia del compromesso il presidente del Consiglio Conte che dimenticava che già una volta era  stata data la “buona notizia” quando dal balcone del suo Ufficio i pentastellati avevano esultato, cantando vittoria su un documento inesistente. Ora si attende di leggere il testo che sarà inviato al Quirinale per la bollinatura. Conte ha parlato di “scelte serie, responsabili, coraggiose”. Parole che aveva pronunciato anche dopo la sceneggiata dal balcone, quando le “scelte” non c’erano. Da Bruxelles arrivano segnali non proprio incoraggianti. Dice Moscovici che “la traiettoria pluriennale sul deficit sia stata rivista è un buon segnale, ma parlare di procedure è improprio”. Come dire che il problema è la sostanza e i commissari si sono già pronunciati negativamente. “Ricordo semplicemente le regole – prosegue – aspettiamo il 15 ottobre”, quando il documento arriverà sui tavoli della Commissione. Aggiunge Moscovici che “gli italiani hanno fatto la scelta di un governo decisamente euroscettico e xenofobo che sulle scelte migratorie e di Bilancio tenta di sbarazzarsi degli ospiti europei. All’Italia faremo rispettare le regole, comunque sarebbe assurda una crisi”. Ci mancava Salvini, il quale prendeva di petto Moscovici. “Parla a vanvera – diceva – in Italia non c’è razzismo o xenofobia ma finalmente un governo scelto dai cittadini che ha bloccato gli scafisti e chiuso i porti ai clandestini”. La pensano diversamente tutti coloro, a partire dalla manifestazione che si è svolta a Lampedusa in memoria di coloro che sono morti in mare. Nessuna presenza del governo nazionale.

Una lunga storia della manovra di Bilancio, fra riunioni, annunci fasulli, balconate, ora si passa al vaglio della Ue

Non c’è bisogno di commento. Parlano i fatti e parla questa lunga storia della manovra di Bilancio. Parlano i personaggi protagonisti dell’attuale fase della vita politica italiana e chissà perché alla memoria richiamano romanzi e romanzieri, racconti, tragedie e comiche. Ieri, leggendo le cronache, agenzie di stampa, ascoltando interventi di coloro che animano la scena, da Conte a Tria, Salvini e Di Maio, la nostra memoria richiamava Kafka, il paradosso, l’ambiguità che segnano i suoi racconti e richiamano la vicenda che da giorni anima il panorama politico e la  manovra di Bilancio, nota di aggiustamento al Documento di Economia a Finanza. Oggi il pensiero, come vedremo è andato ad Hans Fallada. Riunioni infinite, una chiama l’altra, sembra di ripartire sempre da zero, vertici, prevertici, consigli dei ministri convocati e poi sconvocati.  Incontri con i Commissari Ue nel corso dell’Eurogruppo, dell’Ecofin. Addirittura il ministro Tria, quello che ha nelle mani la manovra di Bilancio, in Lussemburgo cerca di convincere Moscovici e Dombrovskis, autorevoli esponenti della Commissione che un deficit di Bilancio al 2,4% è quanto di più bello esistente al mondo anche se lui pensa che un 1,6% sarebbe meglio. Non li convince e riparte subito dal Lussemburgo evitando di partecipare alla riunione dei ministri finanziari che al minimo lo avrebbero lasciato con le pive nel sacco. Torna a Roma, ci dovrebbe essere un vertice, forse una riunione del Consiglio dei ministri. Non si capisce bene, i cronisti vagano alla caccia di notizie. Il ministro ha un appuntamento importante con quelli della Confindustria che, in un momento di amnesia, attraverso il presidente della associazione dei padroni, Vincenzo Boccia avevano espresso speranza e anche elogi per la manovra economica decisa dal governo. Poi ci hanno ripensato vista l’accoglienza, si fa per dire, che aveva avuto sia a Bruxelles che a Lussemburgo. Non solo, il Centro studi di Confindustria spegneva ogni fiammella di ottimismo.

L’autodifesa del ministro del Tesoro: “Non mi pare che questo sia un governo della finanza allegra”. Ma i fatti mostrano il contrario

Giovanni Tria affermava che il governo è impegnato a ridurre il debito concordato, l’1,6%, ma nel 2019 ci sarà “uno scostamento dagli obiettivi concordati in sede Ue”. Poi “ci sarà un graduale ridursi del deficit negli anni successivi”. In ogni caso esclamava: “Non mi pare che questo sia un governo della finanza allegra né che per finanziare le promesse elettorali facciamo saltare i conti” perché “abbiamo ereditato dal governo precedente un deficit al 2%”.Poi sul tema degli investimenti ha sottolineato  l’importanza della Cassa depositi e prestiti. “Nel rispetto dell’azione privata delle società quotate credo debba dare un contributo nell’ambito degli investimenti già previsti e se questo avverrà darà una forte spinta”, ha spiegato. “Nei prossimi tre anni – ha detto – attiveremo altri 15 miliardi addizionali d’investimenti pubblici”. Ma non convince. Gli industriali hanno ben presenti le previsioni certo non rosee elaborate dal Centro Studi. Lo stesso presidente di Confindustria, Boccia, afferma che “sforare il deficit non è un tabù”, ma a patto che “quello sforamento comporta una crescita dell’economia che comporta una riduzione del debito per trasmettere effetti positivi sull’economia reale”.  E il presidente degli industriali  mette in guardia sulle turbolenze dei mercati causate proprio dalle mosse annunciate dal governo: “Attenzione al costo del denaro perché è evidente – afferma – che se aumenta lo spread poi lo pagano le famiglie, le imprese e anche lo Stato in termini di interessi sul debito”. Ma a mettere di cattivo umore il ministro Tria sono le previsioni che arrivano dal Centro Studi di Confindustria. Parole che pesano come un macigno: “Crescita più lenta nel 2019” e fanno saltare le previsioni su cui si fonda la manovra di Bilancio e mettono il ministro Tria in grande difficoltà. Penoso il suo intervento, ci richiama alla mente uno splendido romanzo del berlinese Hans F, llada, pseudonimo di Rudolp Ditren ( 1893-1947) pubblicato nel 1932 che racconta di un giovane commesso, di sua moglie, del  suo bambino, famiglia come tante della piccola borghesia tedesca che si ritrova alle prese con le crescenti difficoltà economiche e con lo spettro della disoccupazione in una Germania in cui è imminente l’ascesa al potere di Hitler. Il titolo del libro è tutto un programma: “E adesso pover’uomo?”. Ci è venuto a mente mentre interveniva il ministro Tria “costretto “ , ma se non era d’accordo poteva dimettersi, a far buon viso a cattiva sorte. La realtà  è che il  progetto  del governo gialloverde  per cui Tria doveva solo provvedere a trovare le risorse, o meglio a far finta di trovarle peri rispondere al  “contratto” Lega-M5S. Non  la previsione di una dignitosa ripresa, gli investimenti necessari per affrontare, in primo luogo, i problemi della ripresa, la creazione di nuovi posti di lavoro, la questione sociale a  partire da scuola,  previdenza, sanità, alle disuguaglianze, all’ascensore sociale che si è fermato, il ceto medio che è stato inghiottito dalla crisi.  Tria, in questa ottica, doveva solo assicurare le risorse necessarie e per questo dovevano operare dirigenti e funzionari del ministero del Tesoro. Da qui lo sforamento passando dall’1,6% al 2,4, accettato e giustificato dal ministro.

Ufficio studi Confindustria: incertezza sulla capacità del governo di incidere sui nodi dell’economia

Ma a  far  denunciare  il compromesso gialloverde sempre più in ribasso, arrivano non  solo i sindacati che esprimono forti critiche alla impostazione del Def, ma anche Confindustria con la diffusione del  documento del Centro studi. SI afferma che l’economia italiana crescerà meno delle attese, soprattutto di quelle di questo governo. Quest’anno la crescita del Pil si attesterà “all’1,1% nel 2018 e allo 0,9% nel 2019” in “ribasso di 0,2% punti” per entrambi gli anni rispetto alle previsioni di giugno. Le stime – rileva il Csc – “non incorporano le intenzioni del Governo” in attesa della legge di Bilancio ma, tra vari fattori, “pesano” anche “l’aumento dello spread” e – spiega il capoeconomista Andrea Montanino – “l’incertezza” sulla “capacità del Governo di incidere sui nodi dell’economia” e sulla “sostenibilità del contratto di Governo” che causa “meno fiducia degli operatori”. Nemmeno l’aumento del deficit al 2,4% potrebbe bastare per realizzare quanto previsto dal Contratto di governo. Per gli economisti di Confindustria “l’aumento del deficit” previsto dal Governo “è poca cosa rispetto agli impegni politici assunti: se le coperture non saranno ben definite – avvertono – si rischia ex post un rapporto deficit/pil più alto”. Per il CsC “l’aumento del deficit serve per avviare parti del contratto di Governo di sostegno al welfare”, come su reddito di cittadinanza o pensioni, poi “molto difficili da cancellare se non in situazioni emergenziali. Ciò potrebbe portare a più tasse in futuro e ad aumentare il tasso di risparmio già oggi”. In sintesi viene abbattuto il documento del governo, che ancora risulta non scritto in tutti i particolari. Secondo Confindustria per cambiare il regime pensionistico si dovrebbe aumentare il prelievo contributivo sul lavoro. Per quanto riguarda il rapporto deficit/Pil è peggiorativo rispetto a quello previsto dal governo Gentiloni. Ancora, impossibile che una quasi flat tax di cui parla il documento in elaborazione si autofinanzi con i proventi di una maggiore crescita indotta. Bocciatura anche per il condono, mascherato con il nome di “pace fiscale”. Confindustria sostiene che  “l’utilizzo regolare del condono fiscale finisce per creare problemi all’erario, compromette le entrate future aumentando il rischio di dover adottare misure una tantum anche negli anni successivi: un circolo vizioso in cui l’autorità fiscale perde il controllo di una parte delle entrate”. Il documento del Centro studi Confindustria provoca l’ira del vicepremier Luigi Di Maio. “Il governo – afferma – non torna indietro: chi si illude, come il Centro Studi di Confindustria, sappia che si sta facendo una cattiva idea. Nella manovra ci saranno tutte le misure previste dal contratto”, aveva detto intervenendo alla Camera. Quanto al deficit, anche il vice premier ha spiegato che “sarà tenuto al 2,4% per il 2019, poi si vedrà”. Secondo Salvini “l’anno prossimo debito e deficit scenderanno”. Tutto va bene. Piena sintonia fra gli alleati. Il fatto che ci siano voluti vertici a ripetizione mostra il contrario. Per concludere, un sibillino intervento del ministro Savona durante un incontro all’Europarlamento. Il ministro ha affermato che “l’unico modo per costruire l’unità europea non è farsi la lotta sui singoli punti, se c’è troppa attenzione sulla stabilità, ma che si faccia la scuola europea comune”. Solo con una scuola europea comune “riusciamo a prendere l’argilla dei giovani e la trasformiamo nella creta europea che funzioni”. Poi ha sottolineato che “non c’è nessuna intenzione di uscire dall’euro o di intraprendere azioni contro la moneta unica. È  punto cardine stare nell’Europa e rispettarne le regole”.

Da jobsnews


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