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Venezia 2018. “Suspiria” di Guadagnino fra colpe collettive e riflessioni sui corpi

 

Non c’era posto nemmeno per un ectoplasma nell’immensa sala PalaBiennale del Lido per il “Suspiria” di Luca Guadagnino, in concorso a questa 75. Mostra del Cinema lagunare. E il cinema, come la vita, è fatto di metafore, ma la parola remake accanto a questa pellicola enigmatica che oscilla tra la riflessione storica e le magmatiche ossessioni del suo autore – il ruolo e l’importanza della Madre, generaliter – fa torto a Dario Argento, cui è liberamente ispirata. E al quale, comunque, rende discreto omaggio sia nell’anno di ambientazione – il 1977, lo stesso in cui uscì il film di Argento – che nella citazione quasi letterale di una celeberrima sequenza di “Profondo rosso”.

Per il resto Luca Guadagnino – lungo sei atti ed un epilogo – sposta la vicenda da Friburgo alla Berlino del Muro. E del terrore sparso dai gruppi armati di sinistra, la RAF di Baader Meinhof in testa. In questa prospettiva, nella quale l’orrore è più che manifesto, si inserisce la vicenda della giovane ballerina Susie (Dakota Johnson), arrivata in Germania per un provino per l’Helena Markos Dance Company: la sua coreografa è Madame Blanc (ottimamente tratteggiata da Tilda Swinton), inflessibile e dura, a capo di un’ancestrale setta di Madri-streghe. Sarà lei subentrata ad Olga (Mia Goth), la leader precedente, a scatenare eventi terribili e sanguinosi.

Ma il film è anche una interessante riflessione sulla danza contemporanea, sui corpi e sulla loro relazione con lo spazio fisico e soprattutto interiore – su cui la telecamera del regista giustamente si sofferma in maniera minuziosa – opponendosi così, per traslato, all’alienazione prodotta dalla famiglia e dalle istituzioni statali di quei travagliati decenni.

Per me – ha spiegato infatti Luca Guadagnino – il radicalismo della danza contemporanea è stata la cosa più importante. […] Volevo che la danza facesse parte di chi queste persone sono e come si comportano.” In questo senso la danza è eresia, scarto dalla norma, è l’espressione “eversiva” delle streghe e della loro potenza: non è un caso che sia proprio lo spettacolo che la compagnia allestisce alla fine, “Volk”, a determinare gli eventi finali. Nei film di Guadagnino si è quasi costretti a passare attraverso i corpi. Ma la scuola di danza, nel plot, è una “officina” di produzione di carne umana: può dunque configurarsi come allegoria di una fabbrica post-contemporanea? Magari…

C’è anche un altro film in questo “Suspiria” che è a nostro avviso il più accattivante: quello che affronta in maniera tragicamente “classica” il tema della colpa collettiva e individuale alla fine di un secondo conflitto mondiale che continua a dividere Est ed Ovest e che vede al centro un personaggio interiormente straziato: lo psicoterapeuta Josef Klemperer (Lutz Ebersdorf), lacerato da un passato che lo ossessiona. Poi nella sua parte conclusiva, prima dell’epilogo, “Suspiria” deraglia nel solito apparato di lame, di squarci, di interiora sanguinolente di teste mozzate e lemuri tanto che, ad un certo punto, pare rovesciarsi nel ridicolo: valga per tutte una delle Madri che sembra Jabba the Hutt ma decisamente più splatter.

Alla fine gli applausi si sono alzati. Ma ci sono parsi poco convinti. Non parrebbe una pellicola destinata al Leone d’Oro. Ma nemmeno Trump doveva essere eletto…

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