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La scommessa dei Cinquestelle

 

“La manovra del popolo…cancellerà la povertà…il più grande piano di investimenti pubblici della Storia…” Sul linguaggio, nessuno stupore. Populismo e retorica sono sempre andati d’accordo. Nel merito della manovra non entro, anche perché delle promesse elettorali che Lega e Cinque Stelle hanno incluso nel “contratto”, certamente non con l’idea di dimenticarsene una volta al governo, si è già discusso per mesi con maggiore o  minore competenza, con accenti entusiasti o lugubri previsioni, raramente col distacco appropriato. Sapremo presto se l’importante decisione di questa notte, a parte la bocciatura da parte dell’Unione europea che tuttavia è data per scontata e senza serie conseguenze perfino dall’ex ministro Calenda, verrà accolta prima dai mercati e più tardi dai cittadini  come un irresponsabile salto nel buio oppure come una salutare frustata all’economia, capace di promuovere finalmente la crescita e la ripresa dell’occupazione. Molto, secondo me, dipenderà dalla fiducia, non soltanto da parte degli investitori stranieri a cui più spesso si fa riferimento, ma degli imprenditori e dei consumatori italiani che nella previsione gialloverde riprenderanno a investire e a comprare. E’ questa la scommessa (o l’azzardo) del governo, dopo l’evidente insuccesso di chi l’ha preceduto. Non c’è motivo di auspicarne il fallimento.

Resta tuttavia il sospetto che la forzatura impressa alla legge di bilancio dal vice presidente del consiglio Di Maio, quel suo aggrapparsi al “reddito di cittadinanza” come misura indispensabile per  contrastare la povertà abbia anche una motivazione egoistica nell’essere stato in questi ultimi mesi costretto all’angolo dalla demagogia xenofoba dell’altro vice premier, Salvini, e dalla prudenza tecnico-istituzionale del ministro Tria. Ma che la povertà rappresenti oggi un’emergenza è innegabile,  in un Paese con più di cinque milioni di abitanti in povertà “assoluta” e quasi altri dieci in povertà “relativa”. E al ministro del Tesoro che gli ricordava di aver giurato di esercitare le sue funzioni “nell’interesse esclusivo della nazione” avrebbe potuto rispondere che la stessa Costituzione su cui lui ha giurato, al fondamentale articolo 3 secondo capoverso, stabilisce che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Attuare compiutamente la Costituzione, è questo il programma di governo che la nostra classe dirigente italiana trascura da molto tempo a questa parte. Nel Partito democratico molti, a furia di sentirselo dire, hanno finito per persuadersi che destra e sinistra siano categorie ormai superate. Come i Cinquestelle, anche loro hanno pensato di sostituirle con quelle di innovazione e conservazione. Sbagliando, perché si può cambiare in peggio come conservare in meglio. Destra e sinistra non sono la stessa cosa, non sono la stessa cosa l’aumento e la riduzione delle disuguaglianze sociali, la progressività fiscale e la riduzione delle tasse per tutti. Non sono la stessa cosa, per una vera giustizia sociale, l’aumento o la riduzione della spesa  destinata ai servizi pubblici o a favorire l’occupazione. E per quanto riguarda il pasticcio governativo in atto, se si possono considerare di sinistra misure come il reddito di cittadinanza o la lotta al privilegio anche quando riguarda i politici, non si può certo dire lo stesso per il condono o la Flat Tax.

Dal New Deal di Franklin Delano Roosevelt in poi non si può considerare neutrale neppure la politica di bilancio, così come lo scambiare per leggi di natura i vincoli posti alla politica economica di uno Stato o di una comunità di Stati dai poteri economici finanziari e dalle agenzie di rating. Nascondere la realtà del conflitto sociale e proclamare una presunta fine delle ideologie è dato come segnale  di modernità. In realtà è servito in questi anni a confondere le idee agli sprovveduti da parte di chi, magari dietro le quinte della politica, manteneva le redini del potere. Quando ha dovuto allentarle per i danni causati alla coesione sociale dalle politiche fieramente conservatrici di Reagan, Thatcher, Sarkozy o Berlusconi, lo ha fatto prendendo sotto la sua protezione il neoliberismo moderato di Obama, Blair, Macron o Renzi. Ora però le “convergenze parallele” di Lega e Cinquestelle, certo molto diverse da quelle che aveva ipotizzato Aldo Moro, sembrano voler proporre misure alternate, di destra e di sinistra con il medesimo esecutivo. Non è facile immaginare che possa durare davvero a lungo, ma per non aggravare la confusione sarà meglio che i giornalisti imparino a distinguere nel merito senza lasciarsi condizionare, come purtroppo avviene attualmente, da quei pregiudizi ideologici che si danno per tramontati.

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