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Sergio Leone ovvero la rinascita del Mito

 

Sergio Leone, popolarmente noto come  il padre del western all’italiana, è stato uno dei più grandi innovatori della cinematografia mondiale. Ha saputo creare arte in un mondo, come quello del cinema, sempre più incalzato dalle esigenze del business e del capitale. Considerato l’ispiratore principe di tutto quel cinema cosiddetto post-moderno che, da Tarantino a John Woo, ha invaso gli schermi di tutto il mondo, mettendo per la prima volta d’accordo (o quasi) pubblico e critica, Sergio Leone nacque a Roma e visse a Cinecittà.

Questo l’ideale incipit biografico di un uomo che ha fatto dell’amore per il cinema la ragione stessa della sua esistenza. Abbandonati ben presto gli studi di legge, Leone segue le orme del padre, noto regista del muto (Roberto Roberti pseudonimo di Vincenzo Leone), facendo apprendistato con i maestri del Kolossal italiani (Camerini, Gallone, Bonnard) e americani al lavoro nella Hollywood sul Tevere (da Wise a Le Roy, da Wyler ad Aldrich). Non mancando di lavorare gratis anche per Vittorio De Sica di cui fu assistente volontario e comparsa in “Ladri di biciclette” (nel ruolo di un pretino della Propaganda Fidei).

Tutte esperienze, queste, che egli metterà pienamente a frutto quando deciderà di passare in prima persona dietro la macchina da presa. L’esperienza “familiare” del muto lo segnerà indicandogli il valore dei gesti e l’importanza degli sguardi silenti; l’apprendistato con De Sica lascerà una traccia essenziale nel suo cinema: l’uso del dettaglio. La pratica con i registi americani non sarà soltanto foriera di una maestria tecnica che pochi in Italia potranno vantare, ma soprattutto di uno spirito del cinema vissuto come avventura e comunicazione. Egli stesso era solito dire che i suoi film in fondo erano favole per adulti. Dopo l’esordio con “Il colosso di Rodi”, ’61, realizzato per motivi “alimentari” ma subito apprezzato dalla critica francese, sarà la cosiddetta ”trilogia del dollaro” a consacrarlo subito presso il grande pubblico e solo più tardi agli onori dell’accademia. ”Per un pugno di dollari”, ’64; “Per qualche dollaro in più”, ’65; ”Il buono, il brutto, il cattivo”, ’66. Questi i tre titoli che faranno conoscere non soltanto il cinema western italiano nel mondo, ma soprattutto la capacità di Leone di tradurre il cinema in Mito. L’intuizione geniale del regista romano fu di lavorare sul western, genere epico e storico per eccellenza del cinema americano, rinnovandolo fino a capovolgerne contenuti e strutture. La mitologia elaborata da Leone si colloca fuori da ogni riferimento storico e temporale, fino a diventare universale. I suoi personaggi sono “eroi” senza passato né futuro, il cui unico scopo è riuscire a vincere il presente. Carichi per questo di riferimenti alla cultura europea di ogni epoca, dall’antica Grecia omerica fino a Shakespeare e perfino a Goldoni.

Quanto l’obiettivo di Leone fosse quello di sovrapporre il “suo” mito al mito americano, realizzando così un mito del mito, risulterà appieno in “C’era una volta il West”, ’68, coprodotto dalla Paramount in un periodo in cui negli USA si celebrava la fine del western classico e ci si avvicinava inesorabilmente alla rilettura New Hollywood dei Pollack, dei Penn, dei Sarafian. Con questo film Leone riesce a coniugare, al punto più alto, il suo amore per il western hollywoodiano e la sua volontà di dissacrazione dello stesso. Tutta la tecnica da lui prodigiosamente espressa nella trilogia trova in “C’era una volta il West” il momento di massima esaltazione: primissimi piani e dettagli a iosa, stasi estenuanti, dialoghi scarni, mirabolanti movimenti di camera, improvvise accelerazioni ritmiche, fusione magica di immagini e musica (talvolta anche onomatopeica e di sottolineatura). Il film segna l’addio di Leone al West e al western. Per suo stesso dire, “Giù la testa”, ’71, è già un film altro, fuori da molti stilemi precedenti, eccetto che per l’immancabile epicità dell’assunto. Con “C’era una volta in America”, ’84, Leone ritornerà all’analisi del Mito, mutuandolo stavolta dal gangster-movie, non a caso altro genere portante del cinema americano di sempre. Persistono in questo film molti degli aspetti formali degli western anni ’60, usati e coniugati in un grande affresco dell’America anni Trenta. Stavolta la (ri)lettura del mito è finalizzata alla ricerca di una realtà cinematografica da cogliere nella sua essenza più profonda. L’oscillazione aritmica del racconto fra gli anni ’30 e gli anni ’60, l’uso puntuale del flashback, il continuo sovrapporsi temporale di facce e racconti, un finale fra i più affascinanti della storia del cinema, fanno di “C’era una volta in America” uno dei massimi capolavori nell’uso del linguaggio cinematografico.

I diversi piani di lettura del contenuto si fondono in maniera quasi miracolosa alla magniloquenza dello spettacolo colto nella sua essenza assoluta. Pochi cineasti nel secolo scorso sono riusciti, come Leone con il suo ultimo film, a muoversi narrativamente con la capacità di passare dallo scacco esistenziale alla problematica storica senza soluzione di continuità. Per tutto questo resteremo sempre in attesa di quel film sull’assedio di Leningrado che Leone stava preparando prima della sua improvvisa scomparsa.

Sergio Leone ovvero la rinascita del Mito

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